Pacifico (Anief): chiederemo a Commissione Ue di destinare fondi Recovery Fund alla sicurezza scuole

Anief all’incontro con i sindacati europei organizzato dalla CESI, la Confederazione europea dei sindacati indipendenti che rappresenta più di 5 milioni di lavoratori in Europa. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, spiega in un’intervista qual è il quadro europeo in questa emergenza sanitaria e quali sono le richieste del giovane sindacato.

Ci siamo confrontati su ciò che avviene negli altri Paesi europei, abbiamo riscontrato gli stessi problemi per quel che riguarda l’improvvisa chiusura delle scuole, il fai da te di ogni insegnante nel cercare di non perdere ogni alunno per la poca diffusione della cultura digitale. Si è riscontrata la stessa difficoltà dell’Italia, a volte anche maggiore sull’utilizzo dei sistemi informatici, dal pc al cellulare, sia perché non erano a disposizione degli studenti, sia perché anche quando gli insegnanti li avevano non era nella loro cultura utilizzarli per questo fine.

In quali Paesi si sono riscontrati maggiori difficoltà?

Problemi in Romania sulla dotazione degli strumenti informatici da parte delle famiglie e degli studenti stessi. Non è un problema solo italiano non aver raggiunto tutti gli alunni. Era proprio la metodologia della didattica a distanza che non era comune negli altri Paesi.

Anche se poi in alcuni Paesi le scuole sono state riaperte

Sì, ma non si è riusciti a raggiungere quell’obiettivo che si pensava di poter raggiungere con la didattica un po’ a distanza e un po’ in presenza, quella che si è pensato di fare in Italia. Questa esperienza di altri Paesi europei si è rivelata fallimentare. La scelta quindi di chiudere le scuole in Italia è stata giusta. Ha fatto bene il ministro con il governo a decidere di chiudere le scuole, come l’Anief aveva chiesto già il 25 febbraio.
Il sistema misto non ha portato dei miglioramenti ma la didattica a distanza, nonostante la grande generosità e la creatività degli insegnanti, ha dimostrato che non può sostituire la didattica in presenza.

C’è la consapevolezza che bisogna attivarsi per educare alla digitalità, sia gli insegnanti che gli studenti.

Riapertura scuole a settembre: quali soluzioni stanno adottando o pensano di adottare gli altri Paesi Ue?

Anche negli altri Paesi si parla di distanziamento sociale nella ripresa delle scuole a settembre, a volte di un metro altre di due metri e mezzo. In Germania, Paese economicamente forte in Europa, i dirigenti scolastici e i Länder chiedono più personale. Con gli attuali organici non si può pensare al distanziamento sociale, così come in Italia.

Anief cosa propone?

Abbiamo ribadito l’idea di elaborare un form con delle domande e risposte in modo da evidenziare in una paginetta, che invieremo alle istituzioni europee, cosa c’è da fare rispetto alla necessità di riaprire le scuole a settembre e cosa abbiamo maturato da questa esperienza di criticità. Siamo tutti concordi nel chiedere alla Commissione europea nei prossimi giorni, quando elaborerà la bozza sulla destinazione dei fondi del Recovery Fund per i prossimi sette anni, di fare in modo di considerare la sicurezza delle scuole pari al rischio della salute nel settore sanitario. Queste spese devono essere fatte non solo per la salute ma anche per la scuola, a pari merito. Se nella salute si va a tutelare la vita dei cittadini dell’Unione, con la scuola si va a tutelare il futuro di domani. Non possiamo permetterci di lasciare qualcuno indietro. La scuola è il luogo più grande di assembramento, non può essere un luogo di diffusione di virus e malattie. Non possiamo permettere che si faccia istruzione negando il diritto alla salute.

Siamo convinti, come sindacato europeo aderente al Cesi, che una politica di corretta informazione, di consultazione e pressione nei confronti dei vertici dell’Unione sia positivo per tutti i Paesi. Solo così si andrebbero a eliminare le classi pollaio, si potrebbe autorizzare un piano straordinario di assunzioni, che porterebbe alla stabilizzazione dei precari. Bisogna pensare che il problema della precarietà, sentiti gli altri Paesi europei, in Italia trova il record per un abuso sistematico dei contratti a termine del personale dipendente dallo Stato.

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