Pacifico (ANIEF): assumere anche da graduatorie di Istituto. Trovati i fondi per 200 euro di aumento ai docenti

di Vincenzo Brancatisano
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“Abbiamo trovato i fondi per dare duecento euro in più ai docenti. Se invece il governo ha trovato cento euro, bene: fanno trecento”.

È molto determinato, Marcello Pacifico, leader del sindacato Anief, che per la prima volta siederà al tavolo delle trattative per il nuovo contratto dei lavoratori della scuola.

E se il governo, questo governo o il prossimo, non dovesse accettare, “andremmo in Tribunale”, minaccia Pacifico. “A questo punto denunceremmo pubblicamente chi, al tavolo, non fosse d’accordo. Se gli altri sindacati non saranno d’accordo li sputtaneremmo in streaming come Grillo. Ci sarà da ridere. Appena dicono no, via con le foto e con i video. Qualcosa cambierà”.

Quanto al contingente per le nuove immissioni in ruolo, il sindacalista è altrettanto caustico. “Fino a quando – precisa – tutti i posti vacanti non saranno annoverati nell’organico di diritto e non si utilizzerà appieno il doppio canale di reclutamento assumendo idonei e vincitori dei concorsi come precari abilitati o con 36 mesi di servizio, la continuità didattica sarà una mera chimera, il balletto delle supplenze farà da padrone e con esso le richieste di risarcimenti da parte di precari danneggiati e che non ce la fanno più a passare come vittime sacrificali di un sistema che sembra sempre più avvolto su stesso”.

Marcello Pacifico, il contingente di assunzioni in ruolo approvato è sufficiente, o dopo anni dalla sentenza della Corte di Giustizia siamo punto e a capo?

“È 15 anni che lo Stato promette immissioni in ruolo e tuttavia da anni non si risolvono i problemi, che negli ultimi anni anzi si sono pure aggravati. Più della metà del contingente autorizzato non va in ruolo perché nasce dal fatto che nonostante i tanti abilitati il sistema di reclutamento rende impossibile l’assunzione. Buona parte dei problemi si risolverebbero estendendo il doppio canale di reclutamento alle graduatorie di istituto che attualmente è il canale da cui si prendono i supplenti. Se hai un problema di abuso e l’abuso si verifica nelle graduatorie d’istituto, allora devi intervenire proprio là. Per fare questo occorre trasformare l’organico di fatto in organico di diritto e nel caso dei docenti di terza fascia procedere con una nomina in ruolo previo un pas di un anno”.

Questo sarebbe sufficiente?

“Assieme a questo occorre che i docenti inseriti nelle graduatorie di merito e nelle graduatorie di merito regionali possano andare in ruolo anche in regioni diverse. L’altro problema è che metà delle cattedre è vacante per mancata trasformazione dell’organico di fatto in organico di diritto. In ogni caso, c’è da chiedersi quale sia la motivazione se dopo il piano di assunzioni di Fioroni, di Renzi e gli altri, e dopo che oggi il Miur autorizza 52 mila cattedre, ecco nonostante tutto questo la Ue chieda allo Stato italiano perché il nostro sistema di reclutamento non risolve il problema dell’abuso dei contratti a termine”.

Qual è la motivazione, secondo lei?

“E’ che a priori non vogliono adeguare l’organico di fatto all’organico di diritto. L’organico di diritto serve per il funzionamento della scuola. L’organico di fatto si utilizza per le esigenze momentanee e straordinarie. Un esempio è l’organico di sostegno, dove abbiamo quasi il 40 per cento di docenti utilizzati su posti in deroga ogni anno e che cresce di anno in anno. E cresce perché ogni anno il numero di ragazzi diversamente abili aumenta. Di fronte a questo problema lo Stato preferisce la chiamata al 30 giugno sia perché risparmia sul mese estivo sia perché i contratti dati ai precari non hanno la progressione di carriera. E’ pacifico che non debba essere così ma lo Stato continua nonostante la macroevidenza che i posti in deroga non siano nei fatti esigenze temporanee. Si tratta di esigenze di risparmio ma che vanno contro la giurisprudenza e la normativa europea. Ma se non fai ricorso non ottieni niente. Invece, se tutti i precari ricorressero per abuso di contratti a termine lo Stato adeguerebbe l’organico”.

Non sta meglio il personale Ata. Non solo precarietà ma anche stipendi bassi.

“Il problema del personale Ata nasce da una fictio sugli organici. Noi abbiamo 30.000 posti vacanti ma sono solo 8.000 quelli chiesti dal Mef. Si aggiungono i 12.000 posti accantonati per i lavoratori delle cooperative. Il problema, in quest’ultimo caso, è che non puoi accantonare i posti perché per legge i posti per gli esternalizzati vanno oltre l’organico del personale Ata. Tu non puoi accantonare dei posti per personale a tempo indeterminato per stabilizzare il personale delle cooperative, premesso che è giusto stabilizzare anche quei lavoratori. Visto che stabilizzi loro devi stabilizzarli con un organico aggiuntivo. Lo prevede la legge. Quindi, da un lato non si stabilizza il personale e in più c’è un organico di fatto che non viene trasformato in organico di diritto. Di più: ci sono altri 20.000 posti che dovrebbero essere dati in organico potenziato come succede per i docenti. Si tratta di esigenze che derivano dal fatto che se le scuole devono essere aperte oltre l’orario, per consentire le attività didattiche di potenziamento, chi apre le scuole? Servononi collaboratori, i tecnici e gli altri. Riassumendo. Ci sono 30.00 posti in organico di fatto, di cui 10.000 annuali, 12.000 per le cooperative. Altri 20.000 su profili mai attivati 20. Ci sono dunque 80.000 da assumere, e non 8.000. Dieci volte di più”.

Veniamo agli stipendi degli Ata. Cosa si potrebbe fare per farli lievitare?

“Gli stipendi sono rimasti fermi ai profili funzionali degli anni ‘70. Occorre aumentarli di livello e aggiornarli, anche alla luce dei nuovi titoli di accesso e per le nuove mansioni richieste. Sono stipendi bassi, è vero. Un collaboratore precario prende 900 euro, è da fame”.

Al Ministero che cosa rispondono?

“Continuano a fare riunioni. Ma la questione è urgente”.

Veniamo ai Dsga…

“Stupisce come siano stati utilizzati 780 posti quando i posti dati in reggenza sono 4 volte tanto. Questo ancora una volta dimostra che è il Miur, il governo che non vuole stabilizzare questo personale, visto che già lo usa nelle reggenze”.

Intanto stanno per essere assunti i nuovi dirigenti scolastici

“In questo caso davvero non si comprende il motivo per il quale se i posti sono 4.000, e si tratta di posti vacanti, si assumono poco meno della metà. Non si capisce perché solo una parte viene assegnata e si continua con le reggenze”.

Non si capisce?

“Io lo so. In caso di reggenze lo Stato spende per un dirigente in reggenza 3000 euro, invece se ne nomina uno spende 60 mila euro lordi. Venti volte di più”.

Il cittadino comune potrebbe essere d’accordo, in astratto, con un governo che risparmia

“Risparmia ma il risparmio poi si paga con una maggiore disorganizzazione dell’attività scolastica. Maggiore burnout, mancanza motivazionale. Il precariato cosa porta? Mancanza motivazionale. Vieni sottopagato, maltrattato, bistrattato e negli incarichi apicali viene meno una migliore organizzazione per il buon funzionamento della scuola. Ciò in spregio a tutte le leggi che dicono quali debbano essere gli organici rispetto alle esigenze. Se dai una reggenza invece che una presidenza vai contro le leggi. Poi c’è un problema sugli idonei, perché il concorso non ha idonei a causa di una scelta, mutuata dai docenti, contro cui l’Anief ha fatto ricorso. Ora questa cosa è stata messa nel concorso a presidi e ancora una volta ricorriamo per tutelare i diritti di chi ha superato le prove concorsuali per farsi riconoscere come idoneo.

Questo cambierebbe le cose. Si potrebbe arrivare ad assumere per scorrimento personale dirigente che ha meritato e dimostrato di saper dirigere. Visto che le sedi ci sono anche per i pensionamenti abbiamo bisogno di assumerli tutti, questi idonei”.

I lavoratori della scuola attendono il nuovo contratto ma soprattutto un consistente aumento di stipendio. Voi siederete per la prima volta al tavolo delle trattative. Cosa si devono aspettare quei lavoratori?

“Chiederemo di utilizzare i tre miliardi di risparmi generati dalle politiche di tagli e che dovevano essere dati alla scuola. Questo determinerebbe un aumento di duecento euro mensili. Tanto per cominciare. Poi, se il governo trovasse le altre risorse concordate con i sindacati, tanto meglio, aggiungiamo questi altri cento euro e arriveremmo a trecento euro di aumento al mese. Io li ho trovati i soldi”.

Facile, no?

“Guardi la legge 133 del 2008, all’art. 64, comma 9 dice che il 30 per cento dei tagli operati devono essere utilizzati per la carriera dei docenti. Quindi Anief chiede di metterli nel contratto. Ad aprile gli altri sindacati hanno fatto l’accordo, no? Bene, il Miur dà cento euro? Cento più duecento e facciamo trecento. Nel contratto pretenderemo anche l’equiparazione del trattamento di docenti e Ata ed educatori di ruolo al trattamento dei precari, nel rispetto della giurisprudenza, anche in termini di ricostruzione di carriera, mobilità e graduatoria interna d’istituto. Questo chiederemo quando ci chiameranno ai tavoli”.

Sì, ma poi? Se questo non succedesse?

“Andremmo in Tribunale. Eh, però a questo punto denunceremmo pubblicamente chi, al tavolo, non fosse d’accordo. Se gli altri sindacati non saranno d’accordo li sputtaneremmo in streaming come Grillo. Ci sarà da ridere. Appena dicono no, via con le foto e con i video. Qualcosa cambierà”.

Capitolo regionalizzazione. Che idea vi siete fatta su questo tema?

“La scuola non ne ha bisogno. Le scuole sono autonome per Costituzione e non devono dipendere dal governatore di turno ma dallo Stato. E nello sviluppare la loro autonomia devono guardare in primo luogo al territorio circostante e poi al contesto regionale, nazionale ed europeo. L’attività scolastica si sviluppa sul un patto educativo con le famiglie e con il territorio”.

Veniamo ai soggetti per i quali è stata pensata la scuola, i ragazzi e i loro apprendimenti. Che opinione ha delle prove Invalsi?

“Il governo sta procedendo in maniera corretta stabilendo che la non partecipazione alle prove non ostacola la partecipazione agli esami e se si va verso questa strada siamo d’accordo con il governo, perché lo abbiamo ritenuto uno strumento per migliorare le strategie didattiche e non per definirle a priori poiché ogni attività didattica non può prescindere dalla situazione dell’alunno, dal contesto classe e dall’impatto sociale e ambientale. Le prove Invalsi possono essere utili per riflettere su cosa si può fare e meglio. Se vengono usate per orientare e per comprendere quali siano le strategie per affrontare meglio i problemi e le sfide va bene. No va bene invece quale strumento coercitivo e valutativo sia dell’alunno sia del lavoro del docente. Se ho insegnato a Ballarò, a Palermo, e ho portato un alunno da sotto zero a uno, tu non mi devi valutare. Gli alunni non sono inseriti nello stesso contesto. La normativa sugli organici peraltro non tiene conto dei dislivelli tra macro aree e mini aree nel paese. Piuttosto che chiedere la regionalizzazione, noi chiediamo più organici e più risorse dove c’è più bisogno e dove sono più alti i tassi di abbandono, i flussi di migrazione, sia in termini di immigrazione sia in termini di emigrazione, di spopolamento, depressione sociale e abbandono del territorio. Bisogna capire cosa si vuol fare. Se si vuole desertificate una parte del Paese o se invece si desidera promuovere uno sviluppo di questo territorio e allora non può che partire dell’istruzione”.

Faccia un esempio in termini pratici.

“Ad esempio, se mi chiudi la sede di presidenza e un giorno mi chiudi anche la scuola, come può rinascere quel comune? Io non mi spiego perché ci siano comuni senza una sede di dirigenza. Abbiamo 40.000 plessi per 8.000 scuole autonome, le quali però insistono solo su 3.000 comuni sugli 8.000 comuni italiani. Perché teniamo 5.000 comuni aperti se non abbiamo i presidi? A che servono i sindaci se non si pensa alle scuole?”

Perché non si raggiunge il numero minimo di alunni.

“Allora vuol dire che i paesi si stanno spopolando. Ma se si stanno spopolando vuol dire che  abbiamo i sindaci per vecchi. Ma noi vogliamo invece dei sindaci che siano protagonisti di una rinascita. Il problema non è la regionalizzazione, non è dare di più a chi fa meglio. L’obiettivo è fare in modo che chi sta peggio raggiunga chi sta meglio. Questa è la sfida di uno Stato solidale. E sa una cosa? Dobbiamo educare i docenti a valorizzare il proprio ruolo. Un bambino ha tre riferimenti. Famiglia, insegnanti, rete. Famiglia e rete, lasciamo perdere. Bisogna far capire all’insegnante che tutto dipende ormai da lui e dalla sua funzione pedagogica”.

E però non è che si possa prescindere dalla qualità dei docenti. Va bene assumere tutti, ma anche no.

“La scuola ha bisogno di qualità, certo. Ma ancora oggi la qualità è nettamente superiore a quello che viene dato al lavoratore. La figura del docente si è svilita, non ha più il valore sociale degli anni Settanta e nonostante questo ha persone che si sottopngono a migliaia di sacrifici per costruire un percorso per i nostri ragazzi. A parità di quel che succede, i nostri insegnanti garantiscono una qualità che c’è. Bisogna pensare che ci sono docenti che hanno una o più lauree e percorsi universitari per insegnare. Ci sono 100 mila tra Pas e Tfa, abilitazioni universitarie e di tirocinio”.

Ci sono state polemiche sui diplomati magistrale.

“Se prima del 2000 potevano insegnare, che facciamo, le licenziamo? E chi ha pas e tfa? Ma li dobbiamo ringraziare, semmai”.

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