“Ovunque vi sia una persona, una comunità, c’è bisogno di pedagogia!”, ma il problema è… che la pedagogia non c’è

di Eleonora Fortunato
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Luisa Piarulli, pedagogista per molti anni presidente dell’ANPE (Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani), ha contribuito con numerosi articoli e interviste al nostro giornale.

La sua voce in molte occasioni è stata preziosa ed è servita ad equilibrare dibattiti convulsi e spesso confusi intorno a temi caldi come i disturbi dell’apprendimento, i bisogni educativi speciali, il bullismo, testimoniando nel contempo l’urgenza di una nuova centralità dell’Educazione nella società e nella scuola, al fine di contrastare la tendenza sempre più marcata alla patologizzazione e alla medicalizzazione. Da qualche mese questi scritti sono raccolti nella seconda parte del volume dal titolo PedagogicaMente parlando (Logos Edizioni) firmato dalla stessa Piarulli, “riflessioni sparse sulla pedagogia che non c’è”, come si legge nel sottotitolo, ma soprattutto il tentativo coraggioso di tornare a parlare di utopia pedagogica e di scuola come luogo privilegiato per un vero impegno etico.

Nella prima parte del libro l’Autrice conduce una disamina attenta delle circostanze che hanno determinato la marginalizzazione della pedagogia nei contesti educativi e sociali, facendo numerosi riferimenti al pensiero di filosofi, sociologi e ricercatori e ribadendo l’importanza del ruolo direttivo della disciplina nell’educazione scolastica. Di tutto questo ci persuade con definizioni dense e calzanti, ecco un esempio: “La Pedagogia è la scienza dell’Educazione e della Formazione che, con interventi mirati, si propone di cogliere il talento di ciascuno e di orientare per sostenere il processo di empowerment. Essa non usa farmaci e non fa test di misurazione, ha a cuore la persona nel suo sviluppo bio-psico-sociale armonico” (p. 74).

Piarulli dà voce, quindi, all’istanza che vorrebbe istituzionalizzare la figura del pedagogista quale “esperto che ha una formazione plurale, solida e continua, ha un’apertura mentale culturale e intellettuale che affiancano la sua preparazione. Possiede una cultura sfaccettata, sa di psicologia, di letteratura, di scienze e via dicendo, utilizza un linguaggio pedagogico con una sua grammatica e una sua sintassi”, ma non tace neanche l’obiezione che più facilmente si potrebbe rivolgerle, cioè che tra le scienze umane la pedagogia appare come la più vulnerabile perché il suo campo di intervento appare troppo poco definito e le sue sfere di azione comuni a tante altre discipline. Si discute, così, in questo denso libricino di poco più di cento pagine di un tema molto importante, cioè della dignità professionale di figure che si sono formate in un campo del sapere che ha una sua tradizione, un suo campo di indagine, “una sua grammatica e una sua sintassi”. La sua posizione è più che decisa: “Ovunque vi sia una Persona, una Comunità c’è bisogno di Pedagogia! Con i bambini, con gli adulti, nelle scuole, nelle carceri, con gli anziani, con gli adolescenti, con i genitori in procinto di separazione o di divorzio, con i genitori affidatari, con le nuove famiglie, con la realtà del multiculturalismo. Qualcuno penserà che siamo animati da un principio di onnipotenza. […] Va tranquillizzato chi pensa che il pedagogista abbia ambizioni tuttologhe, anzi, l’esperto dei processi educativi e formativi sa bene quando affiancarsi agli specialisti di vario genere con onestà intellettuale e in modo deontologicamente corretto. […] Il pedagogista ha competenze specifiche e rigore scientifico ma anche atteggiamenti di apertura mentale, intellettuale, culturale, sa agire con autenticità nel rispetto del protagonismo della Persona” (p. 59).

Se ne sostiene l’indispensabilità nella scuola quale proficuo investimento in grado di ridurre gli alti costi oggi generati dal disorientamento educativo generale e dall’antagonismo tra figure e istanze professionali diverse. Qui entriamo nel merito di una proposta politica che sinceramente non saprei e non vorrei valutare (in altre occasioni ho avuto modo di esternare la mia diffidenza verso i metalinguaggi coniati dalle discipline socio-psico-pedagogiche e sui benefici che dovrebbero portare nella formazione degli insegnanti), ma alla quale va senz’altro riconosciuto lo spessore di una grande passione intellettuale, di un non comune impegno civile e a cui va anche il merito di spingerci a domandarci: perché gli psicologici sì e i pedagogisti no?

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