Ormai è chiaro: uscire dal precariato per via giudiziaria si può

Di Lalla
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Vincenzo Brancatisano – Il capitolo 6 del libro "Una vita da supplente", consegnato alla casa editrice a gennaio 2010, un anno fa, delineava in maniera netta la possibilità concreta di uscire dal precariato scolastico. Dopo cinque capitoli improntati alla più rigorosa inchiesta giornalistica, che lasciano l’amaro in bocca a quanti per la prima volta scoprono la verità sullo sfruttamento del lavoro precario nella scuola pubblica italiana e sulle incredibili e inaccettabili discriminazioni subite a testa bassa da un imponente esercito di lavoratori, il volume si chiudeva con un capitolo carico di speranza.

Vincenzo Brancatisano – Il capitolo 6 del libro "Una vita da supplente", consegnato alla casa editrice a gennaio 2010, un anno fa, delineava in maniera netta la possibilità concreta di uscire dal precariato scolastico. Dopo cinque capitoli improntati alla più rigorosa inchiesta giornalistica, che lasciano l’amaro in bocca a quanti per la prima volta scoprono la verità sullo sfruttamento del lavoro precario nella scuola pubblica italiana e sulle incredibili e inaccettabili discriminazioni subite a testa bassa da un imponente esercito di lavoratori, il volume si chiudeva con un capitolo carico di speranza.

Si trattava di una speranza concreta. E’ – onestamente – una speranza più che concreta. Il capitolo 6, intitolato "Come uscirne. La via europea contro l’abuso dei contratti a termine", definito da tanti quale manuale di sopravvivenza, è stato in realtà il punto di inizio del lungo lavoro di redazione del libro, iniziato nel 2005, ben sei anni orsono, quando ebbi l’intuizione giuridica che la scuola italiana potesse nascondere uno dei più clamorosi casi di illegalità dei rapporti di lavoro.

Un’illegalità accettata invece come norma da datore di lavoro e lavoratori che se arrivano a lavorare gratis (o addirittura a pagare) pur di fare  punti, difficilmente colgono la smisurata dimesione dello scandalo narrato dal libro. Il lungo lavoro di ricerca mi ha consentito di ricostruire, tassello dopo tassello, non solo le prove inconfutabili della consistenza materiale di quanto immaginavo, ma anche gli elementi utili da proporre ai lettori e ai precari interessati a iniziare finalmente una guerra definitiva contro l’abuso dei contratti a termine nella scuola pubblica e non solo nella scuola pubblica.

Quando ebbi compreso fino in fondo l’importanza delle norme comunitarie in tema di prevenzione degli abusi dei contratti a termine, il pricipio di non discriminazione tra lavoratori, nonchè l’importanza del loro coordinamento con le norme costituzionali e ordinarie del nostro Paese, ebbi la netta impressione che finalmente la svolta potesse essere dietro l’angolo. E quando, nell’estate del 2007, venne pubblicata la storica sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, fu per me motivo di orgoglio leggere nelle argomentazioni e nel dispositivo del provvedimento dei giudici di Lussemburgo la conferma della fondatezza delle tesi che avevo esposto in alcune bozze che temevo non avrebbero mai visto la luce tanto disinteressate erano (almeno allora) le case editrici rispetto ai problemi della scuola e dei suoi precari. Ricordo che neppure di precariato si parlava ancora sui giornali.

Poi seguirono le prime sentenze dei tribunali italiani in materia di scatti di anzianità e di risarcimento dei danni. Il precariato scolastico italiano, così com’è, è illegale, avevo pensato all’inizio, con un tocco di azzardo. Il precariato è illegale, mi confermava la giurisprudenza. Ora il re è nudo, il fiume di sentenze favorevoli ai precari solleva la coltre di omertà che ha coperto per decenni un fenomeno scabroso di cui non si doveva parlare se non tra addetti ai lavori e solo in occasione delle vergognose settimane estive di conferimento delle cattedre.

Del precariato scolastico dovevano parlare solo i sindacati della scuola che però non solo non hanno fatto quello che era in loro potere per arginarlo, anzi hanno fatto di tutto per aggravarlo, ma hanno pure assistito con complicità alla distruzione della scuola pubblica, affollata di insegnanti riconvertiti in materie a loro sconosciute, docenti di ruolo che in massa cambiano scuola ogni anno. Invece la scuola è cosa nostra, il precariato è cosa nostra.

Il libro dimostra che l’unica via d’uscita è salvarsi da soli, con il proprio avvocato, perché, come si dice, di fronte ad abusi e angherie di tal fatta, c’è un giudice a Berlino! Non vedete? Solo ora che il governo, la controparte dei precari, ha deciso di affossare i diritti con una legge retroattiva, e palesemente incostituzionale, come pure il Tribunale di Trani sospetta, avendo sollevato la questione di legittimità davanti alla Consulta, i sindacati si son dati una mossa, ben sapendo che non sarebbero riusciti a raggiungere tutti gli interessati.

Spingendo i precari a correre nei loro uffici per redigere una lettera di impugnazione della legge, hanno ammesso involontariamente che questi diritti esistevano. Ora dovranno spiegare perché non hanno mai fatto granchè per rivendicarli e difenderli. Continuare a redigere domande per l’aggiornamento del punteggio in graduatoria a precari in servizio annuale per dieci, venti, trentacinque anni consecutivi significa avere perso la bussola e tradito la missione che deve animare un sindacato, che invece si è trasformato in centro servizi. Con la domanda di disoccupazione, poi, ci guadagna (sulla pelle dei soli precari e nel momento peggiore della loro condizione) anche un po’ di milioni di euro, che non guasta, come abbiamo dimostrato nell’inquietante capitolo 5.

Chi leggendo il libro ha fatto causa, ben prima della corsa alla diligenza dell’ultima ora – e respingendo i consigli contrari provenienti dai sindacati – può stare tranquillo: non può che vincere. Male ha fatto a non fare ricorso prima: scatti di anzianità e risarcimento dei danni per abuso di contratti a termine molto più facilmente, anche se il Collegato Lavoro ha ristretto a un range tra 2,5 a 12 mensilità l’entità del risarcimento (mentre prima era commisurataa all’effettivo danno emergente e lucro cessante), risarcimento che (chissà perché?) è ulteriormente dimezzato dalla legge tagliola nel caso dei lavoratori assistiti dai contratti collettivi firmati dai sindacati. Tant’è.

Sulla stabilizzazione sono giunte negli ultimi tempi novità normative e giurisprudenziali che fanno cadere gli ultimi dubbi circa la percorribilità proficua dell’azione giudiziaria. Lo stesso governo ha dovuto ammettere, durante un procedimento davanti alla Corte di Giustizia, che i precari hanno ragione e che vanno stabilizzati alle condizioni ormai note, condizioni di cui anche i precari non tanto storici sono titolari in abbondanza. Che dire? Ora che la strada è aperta, non resta che percorrerla. Buona fortuna.

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