Orientare gli studenti al lavoro con la letteratura: La chiave a stella di Primo Levi

di redazione

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Secondo l’ultimo bollettino del sistema informativo Excelsior di Unioncamere, la professione dell’operaio specializzato metalmeccanico sta vivendo ora, e vivrà anche nell’immediato futuro, un momento di grande vitalità: i dati delle Camere di Commercio sostengono infatti che la professione è al quinto posto tra quelle maggiormente ricercate dalle imprese nel trimestre settembre-novembre 2017, con 67.490 assunzioni previste. Fa riflettere, tuttavia, la difficoltà di reperimento di professionisti in questo profilo, difficoltà che riguarda il 41% delle oltre 67.000 unità richieste dalle imprese. Ciò fa dell’operaio specializzato una professione con ottime chance di inserimento nel mercato del lavoro.

Consapevoli di ciò, e proseguendo nella rubrica Orientare gli studenti al lavoro con la letteratura, iniziata con la discussione del traduttore grazie al racconto di Michele Mari La freccia nera, vogliamo oggi parlare proprio dell’operaio specializzato partendo da un classico italiano del Novecento: il romanzo di Primo Levi La chiave a stella (Einaudi), con cui l’autore vinse il Premio Strega nel 1979.

Il libro si presenta come un lungo dialogo tra l’operaio specializzato Faussone, che ha prestato servizio ai quattro angoli del mondo montando tralicci e altro per decine di committenti, e un interlocutore/narratore (lo stesso Levi, diventato nell’occasione personaggio). A parlare nel corso delle pagine, tuttavia, è soprattutto Faussone: egli racconta allo scrittore, con entusiasmo ed elargizione di dettagli e colore, quali sono le mansioni della sua professione, i punti di forza, le innegabili difficoltà, i motivi di fascino, gli episodi significativi che l’hanno caratterizzata nel tempo.

È così che Faussone ci introduce nel suo mondo professionale: “Se io faccio questo mestiere di girare per tutti i cantieri, le fabbriche e i porti del mondo, non è mica per caso, è perché ho voluto. Tutti i ragazzi si sognano di andare nella giungla o nei deserti o in Malesia, e me lo sono sognato anch’io: solo che a me i sogni mi piace farli venire veri, se no rimangono come una malattia che uno se la porta appresso per tutta la vita”.

Quello dell’operaio specializzato montatore è per Faussone un mestiere complesso che gli ha dato la possibilità di girare il mondo e conoscere numerose culture (ha spesso lavorato per committenti di Paesi esteri), grazie a un’attività per nulla ripetitiva e non priva di motivi di interesse: le competenze apprese sul campo gli hanno infatti offerto anche l’opportunità di dialogare con profili considerati più “alti” e specializzati, come l’ingegnere edile, offrendo loro soluzioni a problemi spinosi. Secondo quanto Faussone racconta tra le righe, infatti, chi lavora con le proprie mani alla costruzione di tralicci, elettrodotti e altre grandi strutture spesso sa meglio di altri (nello specifico di chi progetta seduto comodamente alla scrivania) come reagiscono i materiali, quali bulloni sono più adatti allo scopo, quali strumentazioni hanno maggior efficacia e qual è il miglior modo di porre rimedio alle emergenze.

Come per altri mestieri, anche per l’operaio specializzato la passione è un fattore da non sottovalutare: la spinta verso le conquiste della tecnica, la capacità di domare paesaggi impervi, la comprensione di strutture e meccanismi complessi e la soddisfazione di riuscire a innalzare da zero importanti opere di ingegno rendono questo mestiere, per Faussone, una ottimistica sfida continua. Perché per lui la professione dell’operaio specializzato non è un ripiego, ma una scelta dettata dalla passione, dall’amore: “Io l’anima ce la metto in tutti i lavori […], anche nei più balordi, anzi, con più che sono balordi, tanto più ce la metto. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore”.

D’altronde sulla nobiltà di questo mestiere riflette anche il Levi personaggio/narratore che, mettendolo a confronto con la sua stessa professione di scrittore, dice: “Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere di veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso: «forse un altro non ci sarebbe riuscito»”.

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