Orientamento. Tutti gli ostacoli di una carriera universitaria

di redazione
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Capita spesso che studenti e studentesse spiccatamente predisposti allo studio e alla ricerca scelgano di iscriversi a un Corso di Laurea con l’idea di avviare una carriera universitaria. Una aspirazione non solo legittima, ma anche appassionante e da supportare con ragionevole responsabilità. Fare ricerca e formazione per l’Università pubblica è un ruolo cardine in un Paese civile.

Chi si occupa di orientamento nella scuola ha però il dovere di mettere in guardia studenti e studentesse sulle difficoltà che ci sono nell’intraprendere una carriera universitaria. Nei giorni scorsi diverse testate hanno denunciato il calo del personale docente e non docente del sistema universitario italiano per l’anno accademico 2016-2017. Ma guardando agli ultimi 10 anni la generale diminuzione del personale è clamorosa: 9.520 unità in meno. Se si guarda alla variazione del personale “di ruolo”, ovvero assunto a tempo indeterminato, la diminuzione è di quasi 15.000 unità (14.925). Proviamo allora a fare il punto in questo post.

Il lavoro nell’università non è lavoro stabile

La lunga carriera per accedere a un posto di ruolo all’Università comincia con una laurea con ottimi voti, poi un dottorato di ricerca e/o una scuola di specializzazione. Quindi periodi di post-dottorato (tramite “assegni” e “borse”) in cui si partecipa ad attività di ricerca e ai convegni, si fanno pubblicazioni scientifiche e talvolta esperienza didattica.

Quando il curriculum è pronto ci si candida a un concorso per ricercatore, che dall’introduzione della Legge n. 240 del 2010 è a tempo determinato, con due tipologie: Tipologia A (RTDa): triennale, prorogabile per altri 2 anni, una sola volta; Tipologia B (RTDb): triennale non rinnovabile. Si può partecipare anche direttamente a un concorso per professore di ruolo (Associato o Ordinario), ma è assai complicato e comunque bisogna avere ottenuto la relativa Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN).

Ovviamente la cura dimagrante subita dall’Università italiana negli ultimi anni colpisce molto queste figure. Guardiamo ai dati del rapporto su Precariato, Reclutamento e Personale nelle Università di ARTeD, (Associazione dei Ricercatori a Tempo Determinato). La quota dei ricercatori a tempo determinato ammonta a poco meno di 6.000 unità:

  • gli RTDa aumentano molto rapidamente a partire dal 2011, per poi stabilizzarsi intorno alle circa 3.500 unità dal 2015;
  • gli RTDb crescono molto timidamente fino al 2015, per poi avere un rapido aumento nel 2016, grazie al “piano straordinario” della Legge finanziaria del 2015, che ha dato fondi aggiuntivi agli Atenei per il reclutamento di 861 RTDb in tutta Italia.

Se ai 6.000 ricercatori a tempo determinato si aggiungono i 13.000 assegnisti, i collaboratori, le partite Iva e i ricercatori “in vacanza di contratto”, si arriva a circa 40.000 precari nell’Università. Metà dell’occupazione negli Atenei italiani riguarda personale precario. E, conduce il rapporto, se si guarda al “destino contrattuale” dei ricercatori a tempo determinato si scopre che nella stragrande maggioranza dei casi c’è il ritorno al precariato, per gli altri c’è la disoccupazione.

Leggi qui dati del II Rapporto ARTeD su Precariato, Reclutamento e Personale nelle Università

Ancora peggio la carriera universitaria in ambito umanistico

A pagare maggiormente i tagli e il blocco del turn-over sono i settori umanistici. Lo spiega Andrea Zannini sulla rivista Il Mulino: a fronte di una diminuzione del corpo docente tra il 2007 e il 2017 del 13%, abbiamo profonde differenze tra i settori:

  • gli assunti nei dipartimenti di Ingegneria industriale e dell’informazione crescono del 3%
  • quelli di Economia crescono dello 0,3%
  • quelli dell’ambito Umanistico si riducono del 20%, perdendo oltre 2 mila degli 11 mila docenti in servizio nel 2007

Ad esempio, all’interno dei corsi in “discipline umanistiche” nell’ultimo decennio (2007 – 2017) sono diminuiti i docenti di Francesistica (-35,8%), Scienze dell’antichità (-35,6%), Discipline storiche (-32,6%), Italianistica e letterature comparate (-28,9%), Geografia (-25,5%) e Filosofia (-25,1%). Ma perdono anche Anglistica, Archeologia, Filologia, Storia dell’Arte e Glottologia e linguistica.

Per approfondire i dati Cineca sugli umanisti leggete qui

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