Organico potenziamento a uso e consumo del DS. Io … docente depotenziata. Lettera

di redazione
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Leggo l’articolo, pubblicato su Orizzonte Scuola, su una collega che in virtù di una supplenza è collocata nell’umiliante postazione di “ultima arrivata”: dichiara di non sentirsi “né carne né pesce”.

Dall’entrata in vigore del tanto decantato rinnovamento apportato dalla “Buona Scuola”, le definizioni di tanti docenti, colti alla sprovvista dal caos scomposto che ne è derivato, sono quanto mai variegate, divenuti essi involontari e malcapitati protagonisti di vicende più o meno note, in molti, troppi casi, perfino paradossali.

La mia personale odissea professionale tra i gorghi della 107/2015, per il secondo anno consecutivo, mi induce a definirmi depotenziata, in quanto privata del mio incarico per cui ho sottoscritto un contratto a tempo indeterminato nel luglio 2005, e sul piano morale stanca, sfiduciata e arrabbiata. L’ho letta e riletta, questa famigerata legge, e ho avuto la sensazione che alla beffa di tanti insulsi buoni propositi sparsi nei vari commi si aggiunga il danno della de-qualificazione professionale e dell’umiliazione personale di essere relegati ad una condizione subalterna da parte del Dirigente, cui sono stati conferiti pieni poteri magari esercitati in nome di un ad libitum non codificato, ma di fatto messo in atto.

L’ho letta con attenzione questa legge e mi chiedo perché debba essere privata anche quest’anno delle classi se al comma 73 si riferisce chiaramente del mantenimento della titolarità della cattedra per quanti siano stati assunti prima del 2015. Sono di ruolo da tredici anni, ma i conti non tornano dal momento che mi è stata attribuita la carica di docente di potenziamento dalla mia dirigente secondo la quale dovrei restare tale per tre anni: ma secondo quale criterio? In questa procedura di aborto legalizzato a sopprimere la Scuola si definiscono (comma 7) gli obiettivi formativi prioritari per le attività di potenziamento, ma la funzione di tappabuchi che ho ricoperto per settimane, prima di ammalarmi per lo stress e le umiliazioni subiti, non è contemplata. Non è neppure contemplato il compito di allieva fuori età massima per essere tale, seduta ai lati della cattedra ad ascoltare la lezione del collega, forse in imbarazzo perché questa allieva non prevista ha la spietata e fredda consapevolezza critica di un’adulta o forse in ansia da prestazione per non sfigurare nella propria indiscussa bravura.

Come e cosa si può potenziare nel momento in cui una collega, partecipe del tuo smarrimento, ti chiede di seguire un gruppo di allievi e dopo aver spostato banchi e sedie e avviato un tentativo di lezione, il collaboratore, ormai tronfio per non essere più un semplice bidello, ti comunica l’ordine di servizio di doverti recare in altra classe, perfino in altro plesso, perché è assente un docente?

Gli effetti collaterali non sono riportati in questo prontuario innovativo che non prevede tempi per imparare né la diagnosi di riconosciuta ignoranza sempre più dilagante a discapito di tutte le terapie fallimentari somministrate dalle progressive riforme scolastiche. Tra gli effetti collaterali, oltre l’ipertensione e le notti insonni, la tachicardia e un senso di inutilità progressiva, c’è la confusione nell’incertezza di quegli ordini di servizio quotidianamente variabili con la prevalente funzione di veicolare il traffico in uscita verso i bagni.

Questo disordinato “salire e scendere le scale” della scuola che pensavi di sentire propria, dopo tanti anni di esilio obbligato prima del trasferimento tanto atteso, ripensando che hai mangiato il pane altrove e “non sapeva così tanto del sale” delle tue lacrime, lo definiscono “organico dell’autonomia”. C’è un’incongruenza in questa definizione perché ad essere autonomo, anzi dico pure autocratico, tanto ormai non ho più nulla da perdere, è il Dirigente che decide in nome dell’io sono non tanto di cartesiana memoria, ma di reminiscenza sordiana del personaggio del Marchese del Grillo.

“I chiarimenti li cerchi a chi la legge l’ha fatta, non a me” e resti allibita non solo per questa non risposta, ma anche e soprattutto per quanto segue e non riferisci perché non è opportuno dire quanto una donna possa essere offensiva verso un’altra donna nell’ambiente di lavoro.

Come professionista, quella seria e preparata che questo lavoro l’ha scelto perché ci credeva e non per quella forma di ripiego che in tanti negano a parole ed esprimono con l’indolente disinteresse nei fatti, non esisti più progressivamente, indebolita da malesseri improvvisi e sconosciuti che debilitano, certificati con asettica specificità dopo visite e controlli che non pensavi mai di dover fare. Le ho cercate comunque queste risposte, ancora fiduciosa che le istituzioni siano dalla parte del cittadino, o forse illudendomi che debba essere così, rivolgendomi a funzionari, a ministri primi e secondi di governi uguali con rappresentanti solo dai nomi diversi, a giornali troppo impegnati a soddisfare il nostro voyeurisme sadico ed impietoso per l’ultimo fatto di cronaca, a televisioni impegnate a scovare lo scoop dell’ennesimo scandalo che distoglie da ciò che non fa abbastanza notizia.

Nessuno risponde, anche perché la scuola non serva più se per imparare basta uno smartphone, e inizi a pensare che i colleghi che ti incontrano non ti salutano perché hai fatto troppo scalpore, turbando il perbenismo della loro condizione tutelata dalla connivenza passiva agli ordini superiori, o magari perché in fondo ti commiserano e pensano che tu sia solo depressa. Come puoi pretendere di ritenerti ancora capace di svolgere una mansione così alta e nobile dal momento che non sei abbastanza umile da tollerare di essere adibita ad assistente del laboratorio di lingue, tu docente di italiano e latino con un curriculum arricchito da sacrifici e impegno?

Mi resta ancora la rabbia, di fronte all’atteggiamento reticente delle RSU e dello stesso sindacato di appartenenza, da cui revoco l’iscrizione perché mi servono anche quei soldi per percorrere l’unica via possibile per poter tornare ad essere ciò che ho scelto, ed è la via che porta in tribunale, facendomi carico di un onere finanziario di non poco conto, gravoso almeno quanto le mortificazioni subite e ancora, di certo, da subire. Di quale legalità potrò ancora parlare ancora ai miei allievi, ammesso che ne avrò in futuro, se sono stata ridotta a niente…in nome della legge?

Nunziatina Bartolone

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