Orario svolto dai docenti: consigli, collegi, scrutini, colloqui, burocrazia, soltanto chi tocca con mano sa. Lettera

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Inviata da Francesca Meli – Frequentavo l’università e mi colpì la confidenza di un compagno di corso: a casa sua, se non ti alzavi all’alba per andare a lavorare la mattina presto, eri un vagabondo, un nullafacente. Era una famiglia di operai, lui aveva scelto di studiare, ma c’era poca comprensione riguardo ai suoi modi e tempi da parte dei familiari.

Poi, dopo la mia laurea, ho lavorato per quindici anni nella galleria d’arte che co-gestivo e gli orari erano decisamente non conformi a quelli di un operaio, un impiegato, un’attività comune: spesso in viaggio anche nei giorni festivi, mi trovavo il più delle volte a lavorare fino a notte fonda perché avevo trattative e comunicazioni con l’altro capo del mondo per cui, col fuso orario, notte qui è mattina là.

Da alcuni anni sono a scuola e solo chi è in cattedra può capire cosa siano 5-6 ore ogni mattina fra una classe e l’altra. Una spremuta di concentrazione e attenzione, per mantenere la calma, l’interesse, adempiere alle formalità, comprendere i bisogni di ciascuno seduto al suo banco. Vogliono selezionarci sulle nozioni, ma quelle sono acqua fresca a confronto con l’impegno necessario per utilizzare metodi e strategie adatte al contesto che si trasforma; rendere argomenti e contenuti interessanti, agevoli, comprensibili, trasversali; valutare e correggere in maniera costruttiva, motivare, valorizzare, scoprire, tirar fuori abilità, riconoscere il pensiero divergente senza penalizzarlo; favorire il confronto, sostenere l’inclusione, incoraggiare l’autostima, il lavoro di gruppo, il problem solving e molto altro. Dietro a tutto questo c’è tanto lavoro di studio, ricerca e costruzione, perché ogni classe, ogni anno scolastico è diverso dal precedente, e occorre ritagliare e cucire su misura il lavoro da fare, raccogliere materiali, predisporne l’utilizzo. In classe ogni membro è un mondo a sé e un insegnante non deve mai dimenticarlo: per questo il punto di vista è individualizzato, mai solo sulla globalità.
Fuori dalla classe c’è poi la correzione dei compiti, che deve essere accurata e ponderata, perché deve servire da termometro per intervenire su eventuali fragilità della classe e individuali, non come il giudizio universale sui peccatori.

E ancora la formazione e l’aggiornamento obbligatorio. Per non dimenticare gli impegni fra consigli, collegi, scrutini, colloqui, gruppi di lavoro per gli allievi con disabilità e tanta, tanta burocrazia. Ma non sono qui a spiegare tutto il lavoro sommerso di un insegnante.

Piuttosto, io non mi permetterei mai di giudicare, gestire o criticare il tempo di un lavoratore se io stessa non facessi parte di quel contesto. Perché non ne so abbastanza, perché non ne ho gli strumenti, non ne conosco i meccanismi. Come può un accademico, un politico, un giornalista o chiunque altro valutare modi e tempi dell’operato di un docente scolastico se non è mai entrato in classe per più di un’ora? O se ci è entrato, lo ha fatto da ospite, senza “sporcarsi le mani”, vale a dire senza entrare nel vivo del lavoro, spesso fra malumori generalizzati, svogliatezza, delusioni, euforia, teste fra le nuvole, malducazione, faide, episodi di discriminazione, vicende familiari molto difficili, problemi di integrazione, ostacoli culturali, programmi sconfinati da portare avanti (ergo, non da rovesciare sugli allievi, ma in modo che li acquisiscano, li comprendano, ne divengano competenti), tempi da gestire.
Vorrei d’ora in poi che chi parli di scuola ne fosse informato, ma non mediante indici ISTAT e prove INVALSI, INDIRE e algoritmi, e neppure per sentito dire, perché gliel’ha detto un tipo che lo ha letto da qualche parte, e neppure perché “a scuola di mio figlio o di mio nipote fanno così”. I dati sono utili se letti correttamente e non si può prescindere dal toccare con mano la situazione (come il medico visita il paziente anche con l’osservazione, non solo applicando la regola).

Ragioniamo sulla realtà delle cose, sul numero degli alunni per classe, sul precariato, sulla mancanza di continuità. E basta tagli alla scuola e voler spremere fino al sangue docenti, personale, allievi come farebbe la peggiore delle imprese: poca spesa, massima resa. La scuola è altro: è un patrimonio, un fondo d’investimento per il futuro, è un’impresa a lunghissimo termine, non una speculazione. La scuola è fra i primi strumenti che una società civilizzata deve utilizzare per evolversi e mostrarsi al resto del mondo.

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