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Opzione donna: per gli statali senza contributi 1993-1995, calcolo impossibile, cosa succede?

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Pensione Opzione donna

Per gli iscritti alla gestione pubblica privi di contributi tra il 1993 ed il 1995 il calcolo della prestazione, anche con opzione donna non è fattibile e l’Inps non accoglie le domande di pensionamento.

Potrà piacere o no, perché opzione donna tutto è tranne che una misura che riscuote il parere favorevole della generalità delle lavoratrici. In effetti, se dal punto di vista dell’anticipo offerto in termini di uscita dal lavoro, tutti sono d’accordo nel considerarla una misura ottima, non è così per le regole di calcolo.

Opzione contributiva donne, questo il nome esatto della misura (abbreviata in Opzione donna), un nome che mette in luce l’aspetto più contraddittorio e discusso della misura, cioè il netto taglio di assegno dovuto al ricalcolo completamente contributivo della pensione.

Come vedremo in seguito, più contributi versati ci sono prima del 1996, maggiore sarà la perdita che le lavoratrici subiranno in termini di importo dell’assegno. Uno scotto da pagare, una specie di sacrificio sull’altare dei 9 anni circa di anticipo che la misura concede alle lavoratrici dipendenti rispetto alla pensione di vecchiaia (ma c’è da calcolare anche la finestra di decorrenza della prestazione che è di 12 mesi).

Ma nella misura si evince un problema di non poco conto per quanto riguarda le dipendenti pubbliche. Infatti per alcune problematiche amministrative risalenti all’ex Inpdap, per molte lavoratrici il calcolo della prestazione non può essere prodotto e l’Inps tende a non accogliere le domande per l’Opzione donna.

Opzione donna, tutti i pro e i contro della misura

DI Opzione donna si sa che c’è chi vorrebbe estenderla anche oltre la sua scadenza fissata al 31 dicembre 2021. A fine anno termina l’ennesimo periodo di sperimentazione della misura. Di proroga in proroga ormai sono 17 anni che si parla di Opzione donna.

La misura nasce infatti con la legge Maroni del 2004. Fu ribattezzato regime sperimentale donna proprio perché si trattava di una misura tutt’altro che strutturale. Il basso costo per le casse dello Stato (l’anticipo è finanziato quasi tutto dalle stesse lavoratrici per via del ricalcolo contributivo della prestazione) ed insieme, il fatto che le donne sono lo spaccato del mondo dei lavoratori che forse più ha bisogno di anticipare il pensionamento per dedicarsi a cura della famiglia e della casa, hanno portato la misura fino al 2021.

Manovra finanziaria dopo manovra finanziaria, la misura è stata sempre prorogata. Lo fece pure la riforma Fornero per esempio. E l’ipotesi più attendibile oggi è che anche nel 2022 la misura verrà allungata di un altro anno.

Dal punto di vista dei requisiti si sa tutto, perché le lavoratrici dipendenti grazie ad opzione donna possono lasciare il lavoro a 58 anni con 35 anni di contributi, mentre le autonome con la stessa età contributiva possono uscire dai 59 anni di età. Entrambi i requisiti per il 2021 andavano completati entro il 31 dicembre 2020. In una ipotetica proroga al 31 dicembre 2022, i requisiti dovrebbero andare completati entro il 31 dicembre 2021, sempre che la misura resti così come la conosciamo da ormai 17 anni.

Se calcoliamo che la pensione di vecchiaia è fissata al raggiungimento dei 67 anni di età e se consideriamo che la pensione anticipata per le donne si percepisce con 41 anni e 10 mesi di contributi versati, è evidente che Opzione donna con le sue combinazioni 58+35 o 59+35, permette anticipi che vanno da un minimo di 6 anni e 10 mesi rispetto alla pensione anticipata ordinaria, a circa 9 anni rispetto alla pensione di vecchiaia.

Questo il pro della misura, che presenta però un salato conto dal punto di vista dell’assegno. Per lavoratrici che hanno più di 18 anni di versamenti prima del 1996, ai quali spetterebbe un calcolo misto della prestazione, con sistema retributivo (più favorevole) fino al 31 dicembre 2011, si parla di perdite che possono arrivare a superare il 30% della pensione teoricamente spettante.

Il problema degli iscritti alla gestione pubblica, perché c’è chi rischia di non poter rientrare in Opzione donna

E veniamo al problema di oggi, quello che riguarda le lavoratrici iscritte alla gestione pubblica. Opzione donna di fatto risulta non fruibile dalle lavoratrici che non hanno contributi versati nel triennio 1993-1995.

Tutto dipende dalle regole di calcolo della prima quota di pensione con Opzione donna, quella retributiva da trasformare in contributiva. Per i periodi successivi al 1995 infatti, rientrando nel sistema contributivo introdotto dal 1996 dalla riforma Dini, problemi non ce ne sono.

Un problema questo che va ben oltre l’Opzione donna, perché riguarda tutti i lavoratori che optano per il contributivo, come quelli che vogliono procedere al riscatto agevolato della laurea per periodi di studio che ricadono prima del primo gennaio 1996.

Il calcolo della pensione per chi opta per il contributivo, prevede che nel montante dei contributi utile al calcolo della pensione, devono rientrare anche i periodi versati nel sistema retributivo, cioè quelli antecedenti la riforma Dini del 1996.

La pensione viene fuori dalla somma di due quote di pensione, la prima classica, perché riguarda i periodi successivi al 1996 e quindi, senza problematiche particolari essendo periodi naturalmente contributivi.

Diverso invece il caso dei periodi retributivi che devono essere rivisti in logica contributiva e devono andare a confluire tutti nel montante.

Per le lavoratrici del settore privato non emergono grosse problematiche. Infatti si prendono a riferimento gli ultimi dieci anni prima del 1996 (dal 1985 al 1995) ed i relativi contributi versati in quelle 520 settimane, naturalmente rivalutati.

Per le lavoratrici iscritte nella gestione dei dipendenti pubblici invece, il periodo di riferimento è l’ultimo triennio prima del 1996, ovvero il periodo che va dal primo gennaio 1993 al 31 dicembre 1995. Il problema di cui parliamo oggi è quello relativo alle lavoratrici che in questo triennio hanno un vuoto contributivo, cioè non hanno versamenti.

Per queste lavoratrici (ma come detto vale anche per i maschi che aderiscono all’opzione contributiva) l’Inps, da cui si attende una spiegazione e un vademecum sulle procedure operative, non può accogliere l’istanza.

La quota di pensione relativa al sistema retributivo da convertire in contributivo, non può essere calcolata perché l’Inpdap, alla pari delle altre amministrazioni, fino al 1992, non comunicavano i dati retributivi per il calcolo della pensione. Un buco amministrativo quindi, che non permette il calcolo della quota di pensione riferita a tutta l’anzianità maturata fino al 31 dicembre 1995.

Non è un problema di poco conto, perché riguarda per esempio quanti hanno lavorato nella PA prima del 1993, ma non nel triennio successivo. Ma può essere un problema per chi grazie al riscatto della laurea antecedente il 1993, potrebbe optare per il contributivo.

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