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Opzione donna, la guida alla convenienza: ecco perché l’assegno è penalizzato, i calcoli

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Pensione Opzione donna

La pensione con Opzione donna è una misura che va in scadenza il 31 dicembre prossimo, ma c’è chi la vorrebbe strutturale. Da molte lavoratrici utilizzata e da altrettante lavoratrici (quelle che centreranno i requisiti negli anni futuri) agognata, la misura prevede pesanti penalizzazioni.

Opzione donna è una delle misure che più divide tra chi la reputa un valido strumento di pensione anticipata e chi invece vede solo il lato economico e le forti penalità a cui si va incontro viste le poco favorevoli regole di calcolo. Ad oggi parliamo ancora di una misura sperimentale, visto che anche a fine 2021 Opzione donna scade come era già andata in scadenza negli ultimi anni.

E ad ogni scadenza prefissata della sua sperimentazione, i governi che si sono succeduti, anno dopo anno, hanno sempre prorogato la misura. Opzione donna resta uno strumento che è a basso costo per le casse dello Stato ed il motivo di questa virtuosità in termini di spesa previdenziale dipende sostanzialmente dal fatto che chi aderisce ad Opzione donna, cioè le lavoratrici che scelgono di uscire anticipatamente dal mondo del lavoro, subiscono un netto taglio di assegno per via del calcolo della pensione son il sistema contributivo. Infatti l’altro nome della misura è Opzione contributiva donna.

Ma a quanto ammonta esattamente il taglio e come viene calcolata la prestazione è un argomento che necessita degli opportuni approfondimenti.

Donne che hanno difficoltà a recuperare periodi di contribuzione lunghi

Il mondo del lavoro al femminile è particolare ed è sempre al centro delle discussioni politiche sulle riforme del sistema. Infatti le lavoratrici sono nettamente penalizzate dalle regole dure con cui si va in pensione oggi. A partire dalla riforma Fornero dal 2012, i requisiti di accesso alla pensione sono andati via via inasprendosi. Escludendo la pensione di vecchiaia ordinaria che ha una età contributiva utile alla misura, relativamente bassa, tutte le altre misure previdenziali oggi disponibili prevedono carriere lunghe e soprattutto per le donne, difficilmente centrabili.

La pensione di vecchiaia permette di lasciare il lavoro con “soli” 20 anni di contributi versati, ma al compimento dei 67 anni di età. Anche in questo negli anni un trattamento di vantaggio per le donne è via via scomparso. Infatti in linea di massima le donne avevano il vantaggio di poter sfruttare la quiescenza di vecchiaia con un anno in meno di età rispetto agli uomini. E così se per gli uomini l’età pensionabile era a 66 anni, per le lavoratrici era a 65. Vantaggio oggi inesistente perché la pensione di vecchiaia ordinaria si centra per tutti e senza differenze di genere a 67 anni di età.

Tornando invece ai pesanti periodi di contributi versati necessari per la stragrande maggioranza delle prestazioni previdenziali oggi vigenti, è evidente che le donne siano svantaggiate.

La pensione anticipata per le lavoratrici necessita di almeno 41,10 anni di contribuiti versati. È vero, si esce senza limiti di età, ma di questi 41,10 anni di versamenti, ne servono almeno 35 senza considerare i contributi figurativi per disoccupazione e malattia. Sempre 35 anni di contribuzione effettiva sono necessari per la quota 41, che come dice il nome stesso, necessita di 41 anni di versamenti, di cui uno prima del 19imo anno di età (oltre naturalmente a rientrare nelle specifiche categorie a cui la quota 41 è destinata).

Servono carriere lunghe anche per l’Ape sociale, che necessita di 63 anni di età almeno e di non meno di 30 anni di contributi per disoccupate, invalide o con invalidi a carico, o di almeno 36 anni se alle prese con i lavori gravosi (per esempio, le maestre di asilo e gli educatori delle scuole dell’infanzia). Per la quota 100 invece, ai 62 anni di età minima richiesti, sono necessari pure 38 anni di contributi versati.

Come si nota, carriere lunghe e spesso legate ad età piuttosto elevate che mal si sposano con il lavoro di una donna, spesso chiamata a sacrificare la propria carriera per la cura della casa e della sua famiglia, con maternità e ripetute interruzioni dei rapporti di lavoro. La continuità di impiego nel mondo del lavoro “in gonnella” non è certo un fattore, soprattutto al giorno d’oggi, tra precariato, part time, intermittenti e disoccupazione.

Opzione donna, parte dell’assegno sacrificato sull’altare dell’uscita anticipata

Sarà per quanto detto nel paragrafo precedente che sono numerose le lavoratrici che vedono in Opzione donna un modo per anticipare l’uscita dal mondo del lavoro, a condizioni più favorevoli come requisiti di accesso. Un appeal evidente per la misura che in effetti permette l’uscita già a 58 anni di età per le lavoratrici dipendenti ed a 59 anni per le lavoratrici autonome.

Un appeal che però scema nel momento in cui si vanno ad effettuare i calcoli riguardanti la pensione che si va a percepire. Il taglio subito è ingente, e spesso viene accettato solo da chi si trova nelle condizioni di non poter più continuare a lavorare, preferendo prendere meno di pensione ma uscendo prima dal lavoro (magari per le problematiche prima citate come possono essere la cura della famiglia per esempio).

Ricapitolando, grazie a Opzione donna, le lavoratrici possono ottenere la pensione con soli 58 o 59 anni di età e una volta raggiunti i 35 anni di contributi. Per le lavoratrici optanti nel 2021, entrambi i requisiti prima citati andavano completati entro il 31 dicembre 2020. Se davvero arriverà una proroga alla misura nel consueto pacchetto pensioni della legge di Bilancio che ad ottobre il governo Draghi presenterà, ipotizzare che la misura diventi appannaggio di chi completa i due requisiti entro la fine del 2021, non è esercizio azzardato, a meno che non si passi a rendere la misura strutturale.

Resta il fatto che la pensione in regime di Opzione donna è calcolata interamente con il sistema contributivo, e quindi tagliata nettamente, soprattutto per le lavoratrici che hanno lunghe carriere in epoca retributiva. Un sacrificio da spendere sull’altare dell’anticipazione di pensione, che come detto è nell’ordine dei 9 anni per le lavoratrici dipendenti (da 67 anni per la vecchiaia, ai 58 per Opzione donna). Va detto comunque che gli anni di anticipo si assottigliano per via del meccanismo della finestra di uscita che sposta la decorrenza del trattamento di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

Opzione donna, il taglio da sopportare, come capire quando si perde

Quando si va ad effettuare il calcolo di una pensione o di una perdita dettata dal ricalcolo contributivo dell’assegno, molto cambia in base alla situazione specifica del lavoratore. Sul calcolo di un trattamento pensionistico incidono il montante dei contributi, gli anni in cui sono stati versati i contributi, le ultime retribuzioni, i coefficienti di trasformazione e così via. Una serie di variabili in cui è facile perdere la bussola.

Una stima in linea di massima per le perdite relative alla scelta di lasciare il lavoro con Opzione donna è però piuttosto semplice da fare. Anche sul taglio di pensione le variabili sono molteplici. Infatti da un lato va considerato ciò che si perde andando a calcolare la propria pensione interamente con il sistema contributivo e non con il misto come molte lavoratrici avrebbero diritto. E poi ci sono i coefficienti di trasformazione del montante contributivo in pensione, che sono tanto meno favorevoli quanto in età più giovane si lascia il lavoro. Inoltre, occorre fare i conti con il fatto che lasciando prima il lavoro si smette di versare contributi e quindi di maturare pensione.

A parità di montante contributivo accumulato e di carriera svolta, una lavoratrice che esce a 67 anni prende di pensione di più rispetto a chi esce a 58 anni, questo è un dato di fatto. E poi, ottenere una pensione calcolata solo sui contributi versati e non anche sulle retribuzioni come nel calcolo misto, è nettamente sfavorevole. Come dicevamo, da caso a caso il taglio di assegno cambia e c’è pure chi per esempio trae vantaggio (ma sono casi rari), dal ricalcolo contributivo.

Maggiore è la carriera lavorativa e maggiori sono i versamenti contributivi antecedenti il 1996, maggiore sarà il taglio. Infatti va ricordato che per chi ha almeno 18 anni di carriera antecedenti il 1996, il diritto al calcolo retributivo vale fino ai periodi di lavoro al 2012. Chi invece ha meno di 18 anni prima del 1° gennaio 1996, ha diritto al calcolo retributivo solo fino al 1995. Il taglio, che può arrivare a superare il 30% nasce anche dal fatto che spesso, sul finire della carriera i lavoratori riescono a percepire stipendi nettamente più elevati di quelli di inizio carriera e il calcolo retributivo si basa proprio sulle ultime retribuzioni (in genere quelle degli ultimi anni di carriera), escludendo dal calcolo i primi stipendi che nella stragrande maggioranza dei casi sono più bassi.

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