Onorificenza insegnante accoltellata, “io la rifiuterei”. “Riconoscimento tradivo e beffardo”. Lettera

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inviato da Sara Notaristefano – Gentile Ministra Fedeli, mi permetto di rivolgermi a Lei, ai ministri che l’hanno preceduta e ai premier che hanno guidato negli ultimi vent’anni il nostro bel Paese, per spiegare perché  l’idea di dare un’onorificenza all’insegnante sfregiata da uno studente ha suscitato in me profondo sconcerto. Al posto della collega, alla quale va tutto il mio sostegno, io la rifiuterei.

Gentile Ministra, probabilmente le Sue intenzioni sono buone ma, considerando il decennale mobbing di Stato ai danni della professionalità di noi insegnanti, un mobbing che ha permesso alle Istituzioni di saccheggiare la scuola pubblica nell’indifferenza, anzi… nell’approvazione collettiva, questa iniziativa ha un sapore beffardo.

In realtà, ad armare  la mano di quel ragazzo e quelle di tutte le altre persone che hanno aggredito fisicamente e/o verbalmente i docenti in questi ultimi anni sono state proprio le Istituzioni. Con una costanza che avrebbe meritato ben altri obiettivi, esse hanno lavorato affinché la famiglia cessasse di essere un’interlocutrice della scuola e si trasformasse in una controparte aggressiva e intoccabile.

Egregia Ministra, noi non vogliamo medaglie. Noi, piuttosto, non vogliamo più essere accoltellati, in primis da VOI, da voi, che dovreste rappresentarci nelle sedi opportune.

Ci accoltellate ogni volta che un/a ragazzino/a entra in un edificio fatiscente; ogni volta che voltate le spalle alle scuole delle periferie più difficili d’Italia; ogni volta che  non mettete a tacere chi liquida episodi come quello di cui è stata vittima la professoressa con assurde convinzioni “pseudo-psico-pedagogiche” secondo le quali un insegnante autorevole non avrebbe nulla da temere (questi sapientoni sono certi della non autorevolezza della professoressa Franca? Io no).

Ci accoltellate quando giustificate l’ingiustificabile (tagli, classi-pollaio, ecc.); quando c’imponete di accettare qualsiasi umiliazione in nome di una “missione” nella quale, in realtà, crediamo solo noi. Peraltro, quando pretendete che accettiamo tutto, omettete un dettaglio tutt’altro che insignificante, ossia il fatto che qualsiasi “missione” necessita degli strumenti adatti per raggiungere i propri obiettivi. La missione educativa e formativa della scuola non dovrebbe implicarne la degradazione a cloaca nazionale in cui sia lecito riversare la frustrazione di un Paese allo sbando. In poche parole, più che di medaglie abbiamo bisogno di essere messi nelle condizioni di lavorare adeguatamente; invece ci troviamo, come spesso accade anche nelle strutture sanitarie pubbliche, a dover garantire un servizio di qualità senza disporre dei mezzi necessari e sufficienti per farlo.

Ci accoltellate ogni volta che fomentate o evitate di condannare affermazioni diffamanti sulle presunte poche ore lavorative e sui mesi di vacanze estive di cui godremmo noi insegnanti, concedendo il discutibile diritto di sminuire impunemente il nostro lavoro al “popolino”, quello che si cura consultando Google, che diventa allenatore in occasione dei Mondiali e critico musicale durante Sanremo, al “popolino” che si vanta di sguazzare nell’ignoranza perché tanto si laurea alla fantomatica università della vita, insomma, al “popolino” formato da incompetenti raglianti su come e quanto debbano lavorare i competenti.

Gentile Ministra, io sono un’insegnante serena e realizzata professionalmente, come moltissimi miei colleghi in tutta Italia; eppure la latitanza dello Stato nella costruzione di una collaborazione proficua tra scuola e famiglia accompagna quotidianamente il nostro lavoro. E’ vero, è stato fatto qualche timido passo verso un’indiretta valorizzazione dell’impegno intellettuale profuso da noi docenti (molto apprezzabile è stato il coinvolgimento di un illustre linguista come Serianni per la nuova prova d’Italiano dell’Esame di Stato conclusivo del I ciclo d’Istruzione) ma vent’anni di fango non si cancellano con un colpo di spugna (o con il luccichio di una medaglia); pertanto, nella speranza che alle buone intenzioni segua una CONCRETA rivalutazione della nostra figura professionale, Le porgo i miei più cordiali saluti.

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