On. Frate: i precari chiedono diritti, non una lotteria fortunata

Comunicato inviato dall’On. Frate  – “Come al solito abbiamo dovuto attendere l’ennesima sentenza che riconoscesse la legittimità dei concorsi riservati per ridare finalmente dignità alle rivendicazioni dei docenti precari.

Dire che me lo aspettavo è poco: il lavoro formato sul campo, in anni di impegno e sacrifici, non può e non deve in alcun modo essere sprecato.

Sono d’accordo con l’esponente di LEU Nicola Fratoianni quando sostiene che i docenti di sostegno con tre annualità dovrebbero partecipare al concorso straordinario anche senza servizio specifico su materia così come, per coerenza, lo abbiamo previsto per gli ‘ingabbiati’. Una scelta di buon senso, di buon governo sopratutto.

Ma al di là delle singole categorie, è evidente che occorrerebbe fare un’analisi complessiva di quanto sta accadendo nelle ultime settimane e verso cui noto troppi silenzi.

Indire un concorso per tutto – straordinario, abilitazione, ordinario, religione- a mio avviso rappresenta un bulimico appesantimento burocratico e un gravoso dispendio di risorse. Quelle stesse risorse che hanno portato alle dimissioni di Lorenzo Fioramonti, che attualmente sono impiegate per lo spacchettamento del MIUR e che invece andrebbero investite per una riforma strutturale, e non parcellizzata, della scuola.

In vista dell’aggiornamento delle fasce di Istituto, si farà in tempo ad acquisire l’abilitazione e iscriversi in Seconda Fascia? Oppure i docenti precari, che dal 2014 attendono un percorso abilitante, dovranno rassegnarsi all’idea di rimanere ancora in Terza Fascia?

Insegnare da dieci anni vorrà dire qualcosa oppure no? Insisto da anni su questo concetto: il sistema non può essere così schizofrenico, che prima ti assume e poi ti licenzia, perché del tutto privo di strumenti di valutazione sul lavoro svolto. È assurdo.

Quello a cui stiamo assistendo con il Decreto Scuola è il risultato di un tecnicismo esasperato, che non porta ad alcuna soluzione ragionevole. Manca una visione politica di indirizzo programmatico.

Congratularsi per aver “stoppato” i sindacati – come qualcuno ha detto nonostante le smentite di rito – segna senza dubbio un arretramento culturale dal quale, come rappresentante delle Istituzioni, non posso che prenderne fortemente le distanze.

C’è bisogno di un profondo rinnovamento delle politiche scolastiche, che sia frutto di un confronto reale con i lavoratori e con chi tutela i loro interessi; dobbiamo fermare questa inutile aziendalizzazione della scuola, preservare l’autonomia scolastica e valorizzare i percorsi professionali.

E per far questo la priorità è consentire ai docenti di lavorare con assoluta serenità. In un momento così difficile di precarietà e disoccupazione, la sfida deve essere quella di creare posti di lavoro e non di giocare con le sorti di migliaia di lavoratori costretti ad affrontare un quiz di 80 domande in 80 minuti.

I precari chiedono diritti, non una lotteria fortunata.

Dobbiamo avere la forza e il coraggio di pensare un sistema che permetta ai docenti di essere valutati e monitorati per il loro lavoro, ai fini di acquisire l’abilitazione. Cosi facendo si potranno accorciare i tempi di carriera, porre fine all’aberrante mercato dei crediti, ottenere tempi più certi per il ruolo. Senza dimenticare lo snellimento delle classi di concorso. La scuola non è l’università; per quale motivo un laureato in scienze umane e sociali non può insegnare Storia alle medie e alle superiori? L’insegnamento è acquisizione del metodo e non può subire rigide compartimentazioni.

Una visione meccanicistica e miope che non porta da nessuna parte, anzi va in una direzione ben precisa: l’imposizione. Avevamo il modello più avanzato di scuola e vorrei che si conservasse questo primato. È necessaria una visione che sia davvero strategica e lungimirante”.

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