Oliva (Treellle): sistema duale non adatto all’Italia. Ma il lavoro non è una maledizione. Ritoccare il numero dei docenti

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Ultimamente è difficile sentir parlare di alternanza scuola-lavoro senza riferimenti al sistema duale tedesco. Ma come funziona esattamente e quali sono i limiti della sua applicabilità nel nostro Paese?

Ultimamente è difficile sentir parlare di alternanza scuola-lavoro senza riferimenti al sistema duale tedesco. Ma come funziona esattamente e quali sono i limiti della sua applicabilità nel nostro Paese?

Alcune risposte si trovano all’interno di un interessante volume firmato da Associazione Treellle e Fondazione Rocca, Educare alla cittadinanza, al lavoro ed all’innovazione. Il modello tedesco e proposte per l’Italia, presentato a Roma proprio in questi giorni. Vi proponiamo qui il resoconto di un colloquio avuto col Presidente Treellle Attilio Oliva su alcuni temi e dati contenuti nel libro.

Presidente Oliva, perché il sistema duale non è una ricetta che si può prescrivere all’Italia?

“Nel corso del nostro convegno abbiamo indicato due ordini di ragioni che spiegano l’impraticabilità del modello duale tedesco al nostro Paese. La prima è la mancanza di una visione dell’azienda come destino comune per tutti quelli che vi lavorano: sappiamo che in Italia il concetto di impresa è stato per troppo tempo oggetto di forti antagonismi, assimilabili alla dialettica “padroni “ /lavoratori sfruttati. La seconda è la recente industrializzazione dell’Italia per cui il 95% delle imprese industriali è formato da aziende piccolissime (sotto ai 10 dipendenti), mentre in Germania c ‘è una significativa presenza di imprese medie e grandi che possono destinare risorse importanti alla formazione dei giovani nel sistema duale (contratto di apprendistato). E ciò nel loro stesso interesse, perché molto spesso questi giovani finiscono per essere assunti dalle stesse imprese in cui hanno svolto la formazione”.

Lei che lo conosce bene, ci riassume i punti forti del sistema duale tedesco?

“Gli elementi da sottolineare sono tre: i ragazzi trascorrono due giorni in azienda e tre giorni a scuola. Nell’impresa essi vengono affiancati da una figura di riferimento, il meister, che è a tutti gli effetti un formatore, un tutor stipendiato dall’azienda. Altra cosa importante è rilevare che gli esami per il conseguimento delle qualifiche vengono condotti da soggetti terzi, cioè dalle Camere di commercio. Le qualifiche così ottenute sono considerate una cosa serissima, valide per tutto il territorio nazionale, cui è riconosciuto un alto valore nel mercato del lavoro per trovare occupazione. Un altro punto di forza è la flessibilità del sistema: i ragazzi possono iniziare l’alternanza a 15 anni con un contratto di apprendistato (tre anni), ma possono entrare nel duale anche in altra età (fino a 25-26 anni), persino mentre fanno l’università”.

L’assenza di imprese medie e grandi è il fattore che più ci condiziona, quindi, perché i nostri imprenditori non hanno bisogno di una manodopera davvero competente e specializzata?

“I nostri imprenditori hanno bisogno eccome di giovani diplomati e laureati preparati e competenti, il problema è che non li trovano minimamente formati perché la scuola italiana, anche quella tecnica e professionale, non li prepara sempre nel modo giusto. Troppo scarso è il contatto reale tra mondo della scuola e mondo del lavoro. Il mondo della scuola ha sempre guardato con troppo distacco il mondo del lavoro, forse anche per il pregiudizio gentiliano (e dei suoi epigoni di destra e di sinistra) che il lavoro sia una fatica da cui solo lo studio può affrancare”.

Che cosa contesta, in particolare, al sistema scolastico italiano?

“Non è per nulla considerata la valenza educativa e formativa del lavoro. C’è una curiosa antitesi con quanto dice il primo articolo della nostra Costituzione, e cioè che la nostra è una repubblica fondata sul lavoro! La nostra è una scuola troppo mirata alla teoria, che allontana da sé chi, invece, si sente più portato per le discipline pratiche. Non c’è un’altra spiegazione al tasso di abbandono scolastico calcolato intorno al 17%: una vergogna, una vera piaga per un Paese avanzato come il nostro che potrebbe senz’altro essere attenuata se i giovani incontrassero il mondo del lavoro mentre sono ancora sui banchi. Frequentare degli ambienti di lavoro contemporaneamente alle aule di scuola probabilmente aumenterebbe la loro motivazione allo studio e assicurerebbe una maggiore permanenza dei ragazzi nei percorsi formativi, come succede in Germania, dove transitano nel sistema duale circa il 50% dei ragazzi tra i 15 e i 26 anni”.

La sua associazione ha valutato molto positivamente l’impostazione dell’alternanza scuola-lavoro contenuta nella Buona Scuola, ma c’è qualche punto che non la convince?

“Le 200 ore in azienda sono una novità importante, un passo avanti, questo senz’altro. Certo non potremo aspettarci da subito effetti eclatanti: scuola e lavoro sono mondi che hanno bisogno di conoscersi, di collaborare. Immagino peraltro che i nostri imprenditori, spesso troppo piccoli, siano meno disposti dei colleghi tedeschi a dedicare tempo e soldi alla formazione, ma è un processo che va favorito e avviato. Mi auguro che la Buona Scuola possa aprire una breccia nel muro che finora ha separato mondo della scuola e mondo del lavoro: d’altra parte ci sono già ottimi esempi di collaborazione specialmente nelle regioni industriali del Nord”.

La pubblicazione che avete presentato mette in luce alcune qualità positive del sistema tedesco che l’Italia potrebbe imitare più facilmente dell’alternanza scuola-lavoro, come per esempio il grande impegno profuso per la interiorizzazione dei valori di cittadinanza e di convivenza civile e democratica.

“Penso che il successo tedesco stia anche nell’impegno che quello Stato ha messo nella trasmissione dei valori di cittadinanza alle giovani generazioni. Si tratta di un patrimonio che si traduce poi nella democrazia sostanziale, nei comportamenti civili, nella convivenza finora pacifica con milioni di immigrati, un ottimo esempio di integrazione. Questo risultato è stato possibile anche grazie a un impegno di risorse finanziarie consistenti, stimate in circa 300 milioni di euro all’anno. Si tratta di risorse di partiti politici (con i loro centri di formazione), fondazioni private, programmi scolastici e universitari di educazione politica, iniziative e interventi dei governi regionali: insomma, a partire dal dopoguerra è stato messo in atto un grande sforzo che continua nel presente per “costruire il cittadino democratico”. Da allora sono passati 70 anni e oggi la maggior parte dei cittadini tedeschi è nata dopo la caduta del nazional-socialismo e ha vissuto in una democrazia attiva e molto partecipata”.

E così arriviamo a quello che per lei è da sempre il punctum dolens del sistema italiano…

“Da noi la gran parte degli investimenti pubblici sono spesi nella scuola e troppo pochi in università e ricerca. Anche qui il confronto numerico con la Germania è istruttivo: in Italia, ad esempio, abbiamo un investimento globale sulla scuola che, calcolato come “spesa per studente”, è superiore a quella dei tedeschi, mentre a livello universitario la situazione si capovolge: la loro spesa è quasi il doppio della nostra. In Germania, inoltre, hanno ben capito che se si vuole costruire un futuro prospero e restare competitivi nel campo internazionale non si può non investire in Ricerca e Sviluppo e per questo destinano risorse (pubbliche e private) da tre a quattro volte superiori alle nostre e il sistema è strettamente legato al mondo delle imprese (di qui le eccezionali performances dei tedeschi nella esportazione dei prodotti medium e high tech)”.

Quindi la scuola primaria e secondaria andrebbero ulteriormente deprivate di risorse? In Italia più voci, in un dibattito molto articolato, sostengono esattamente l’opposto, che la spesa in istruzione vada aumentata a tutti i livelli.

“Io penso che in generale i soldi per il sistema educativo siano un investimento strategico e prioritario. Ma gli investimenti nella scuola primaria e secondaria vanno razionalizzati, a partire da un indicatore chiave: il numero di docenti in relazione al numero degli studenti. In Italia c è un docente ogni 12,3 studenti, mentre in Germania uno ogni 15,4 studenti. Nonostante questo numero di insegnanti, che da noi è superiore a tutti i paesi europei, i risultati degli apprendimenti degli studenti italiani (misurati dai dati Pisa Ocse) sono decisamente sotto le medie tedesche. Evidentemente ci sono gravi problemi di cattiva organizzazione e di scarsa attenzione alla formazione professionale iniziale e in servizio degli insegnanti. Evidentemente chi prende o influisce sulle decisioni di Governo bada troppo alle quantità (posti di lavoro) e poco alla qualità degli operatori e alla valutazione dei risultati. Non credo, infatti, che i nostri ragazzi siano meno vivaci e intelligenti dei tedeschi”.

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