“Ogni fine settimana prendo l’aereo da Milano a Catania e ritorno”: un anno in volo. Storia di una neo immessa in ruolo

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“Ogni fine settimana, prendo l’aereo da Milano a Catania e ritorno. Il venerdì esco da scuola e corro immediatamente in aeroporto. La domenica torno con l’ultimo volo, pur di rimanere qualche ora in più, con la mia famiglia. Ho un marito e due figli di sette e tre anni che mi aspettano. Quando arrivo a Fontanarossa so di dover prendere il bus per arrivare fino al mio paese. Arrivo a casa oltre l’orario di cena, giusto in tempo per dare la buonanotte ai miei bambini. Mi sto preparando per superare l’anno di formazione, alla fine del quale, per chi viene assunto dalle Gps, è inclusa a partire dallo scorso anno la prova disciplinare, che ancora non mi è ben chiaro in cosa consista. Ma sorrido, perché a 44 anni trovo ancora la forza di creare il mio futuro”.

Lucia racconta la sua storia davanti all’imbarco dell’aereo che le consentirà di riabbracciare i suoi affetti più cari. I suoi occhi sono gonfi di stanchezza e di felicità insieme, proiettati verso casa, dove l’attende un sabato a tempo pieno, impastato di coccole e mansioni domestiche. Tra affitto e biglietti aerei, dello stipendio non resta quasi nulla.

“Da brava mamma e maestra, controllo i compiti dell’intera settimana della mia bambina ; poi, insieme facciamo anche quelli per il lunedì”.
Ore di sonno finalmente adagiata sul proprio letto, la routine, qualche piatto prelibato colmo d’amore e, di nuovo, la ripartenza. “Il volo di ritorno non può attendere e io non posso perdere il mio futuro – spiega -. A me piace insegnare, lo faccio dando il meglio di me. Nel weekend racconto con soddisfazione ai miei familiari i progressi compiuti dalla mia alunna affetta da autismo. Spesso mi capita di chiamarla con il nome di mia figlia, un “transfert affettivo” perché è proprio da lei che ricevo quell’amore che mi aiuta ad andare avanti e ad affrontare il vuoto della famiglia.”

Nel suo zaino soltanto pochi oggetti: una bottiglietta d’acqua, l’indispensabile telefono cellulare con annesso power bank, qualche giochino da regalare ai bambini, il manuale per studiare quando può. “Mio marito – aggiunge con orgoglio –si prende cura dei nostri figli fra un turno di lavoro e il successivo. E ringrazio anche i miei suoceri: stanno garantendo che il mio sogno diventi realtà. Non mi fa paura nulla, l’importante è non avere rimpianti. Voglio fare l’insegnante ,perché è il lavoro che mi appaga e lo voglio svolgere nel migliore dei modi.”

La sua è una storia comune a tanti altri insegnanti. “A scuola, siamo in maggior parte provenienti dal sud. Ci capiamo con uno sguardo, proprio perché abbiamo vite simili. Ci facciamo sempre coraggio e sorridiamo quando in dialetto sospiriamo ‘chi camurria tutti ‘sti trafichi!’. In quella frase si coglie il vero senso del disagio di insegnare a 1.500 km di distanza da casa”.

Resta “na camurria”, un fastidio. Ma Lucia e gli altri colleghi a lunga percorrenza ogni lunedì sono puntualmente presenti nelle sedi di lavoro. Viaggia tutte le settimane, in un anno che comunque resterà indimenticabile. “Lo chiamo ‘un anno in volo’, perché ho deciso di prendere il mio volo!”

Quante cattedre potrebbero essere date a tutte le “Lucie” se nelle scuole del sud, finalmente, si attuasse il tempo pieno?

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