Ogni docente dovrebbe difendere il diritto costituzionale all’istruzione. Lettera

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Inviata da Gaia Colosimo – Scrivo con l’augurio che le mie riflessioni servano a costruire un confronto proficuo e a stimolare un dibattito più approfondito su tematiche, se non di difficile comprensione, spesso fraintese o misconosciute.

Cerchiamo di fare una riflessione sul ruolo della scuola. A cosa serve? Noi insegnanti dovremmo formare l’uomo e il cittadino in raccordo con tutte le altre professionalità ben descritte nelle normative che riguardano questo settore. Si presume che ciò avvenga durante il nostro orario di
lavoro.

Partiamo dalla formazione docente, pare che serva ai docenti stessi per acquisire capacità sempre maggiori che aiutino a migliorare la qualità della didattica e quindi l’apprendimento degli alunni.

Perché dunque bisogna spendere soldi per ogni sorta di progetto che, diciamoci la verità, spesso ci viene calato dall’alto senza avere neanche il tempo di fare una riflessione sulla necessità o meno dell’intervento proposto? Ci viene chiesto di deliberare in fretta e furia, tanto ormai il nostro voto è diventato più una formalità burocratica che una scelta professionale. Se poi qualcuno decide di intervenire per fare qualche riflessione da condividere con i colleghi gli viene chiesto gentilmente (dagli stessi colleghi) di non farlo, altrimenti il collegio si prolunga e si perde solo
tempo, tanto non cambia mai niente, quando va bene, nella peggiore delle ipotesi chi interviene per chiedere chiarimenti o fare proposte rischia di essere additato come rompiscatole o fanatico.

Parliamo delle supplenze, quelle brevi non ci sono più (ma ormai non si chiama più il supplente neanche per quelle lunghe, diciamolo, tanto la collega disposta ad immolarsi si trova sempre), le ore di sostegno non si riescono più a garantire per intero, non si capisce bene per quale intricato
meccanismo… e via dicendo, vogliamo parlare della riduzione del personale ATA? Questo ha scatenato il caos nelle scuole e nessuno dice che oltre a mettere in discussione la qualità didattica mettiamo a rischio la sicurezza degli alunni (però facciamo i corsi di formazione obbligatori sulla
sicurezza), la risposta tipica è che tutte le scuole sono messe così, come se questo generasse automaticamente una sorta di assoluzione all’impossibilità di svolgere adeguatamente il proprio lavoro. Dove non ci sono le condizioni per svolgerlo bisogna sentire la necessità, nella scuola in
special modo, di contrastare tale deriva con tutte le proprie forze, o mi sbaglio?

Parliamo degli esperti, cosa direbbero professionisti di altri settori se venissero interpellate professionalità esterne per migliorare il loro lavoro? Perché invece chiunque può ambire ad entrare nella scuola? “Prova a scrivere un progetto, una cosa qualunque, tanto con il fis tutto si può
pagare”, per non parlare dei PON. Intendiamoci non sono contraria alle collaborazioni, anzi, ben vengano, il punto è che bisognerebbe incentivare il coinvolgimento decisionale/progettuale dei docenti di classe e non puntare a ridurre sempre più la loro presenza a un atto formale, di mera sorveglianza, trovo sia svilente, ma anche qui si potrebbe parlare di corresponsabilità.

Un altro esempio, cosa decidiamo noi rispetto alle prove invalsi? Siamo dei meri esecutori, propiniamo dei test avulsi dalla didattica e anche se fossero preparati dai docenti (ultima frontiera) sappiamo benissimo che il problema risiede nel metodo, il lavoro di somministrazione di quiz non può essere accomunato allo svolgimento di un lavoro didattico, mai! In nessun caso.

Attualmente quando qualcuno decide di dissentire e quindi di scioperare viene tranquillamente sostituito, in barba al comportamento antisindacale, non è più di moda, fa tanto comunista… “cosa denunci a fare? Vedrai che una sentenza ad hoc, che scagiona il dirigente di turno, si trova sempre”. Ma veramente siamo ridotti così? Perché persone che non appartengono al mondo della scuola devono deciderne il destino? Perché non ditemi che queste agenzie esterne hanno una qualche competenza pedagogica, non ditemi che il loro lavoro ha un valore formativo o di qualunque altra
utilità. Qualche collega prova a giustificarne la necessità facendo notare che i test d’ingresso all’università sono impostati in questo modo quindi è meglio preparare gli alunni quanto prima, somiglia un po’ alla convinzione che va di moda ultimamente sull’alternanza scuola/lavoro: visto che dovranno affrontare le difficoltà crescenti del mondo lavorativo insegniamo loro la capacità di adattamento, facciamo pulire i gabinetti a un ingegnere, gli sarà sicuramente utile e facciamoli cominciare prima possibile, così imparano sin da subito a non nutrire false speranze.

La mia idea è che tutto il lavoro che avviene prima dei 18 anni, in un paese civile, si chiama sfruttamento minorile, tutto quello che non serve alla formazione dei ragazzi si chiama depauperamento, somministrare certe prove si chiama vessazione. Parliamo delle educazioni: motoria, civica, ambientale, alimentare, cominciamo a chiarire, anche ai genitori, che ed. motoria non è ed. fisica, soprattutto nella scuola primaria, ma lascerei questo punto alla riflessione personale di ognuno di noi…ed. civica nei nostri programmi ministeriali si chiama convivenza democratica ed esiste già, ma anche qui non aggiungerei altro…ed. ambientale e alimentare, pensate davvero che ci sia bisogno di ridurle in discipline? Gli ambiti disciplinari, l’interdisciplinarità, sono concetti noti a qualcuno? O me li sono sognati io? Forse sto facendo un brutto sogno, un giorno mi sveglierò e finalmente ascolterò gli insegnanti e i pedagogisti parlare di Scuola! Tutto il mio appoggio alle nuove generazioni, nelle quali, sottolineo, ho sempre creduto, però pensate davvero che nella scuola gli insegnanti non si siano mai occupati di tutti questi temi?

Per ottenere maggiori risultati bastava soltanto che ci mettessero nelle condizioni di fare il nostro lavoro. Però tutto sommato se i nostri ragazzi stanno reagendo così, probabilmente siamo riusciti ugualmente nella nostra missione, nonostante tutto.

Per chi si occupa costantemente di scuola esistono le definizioni più disparate: comunista, anarchico, arrivista (perché qualche vantaggio dovrà pur ricavarlo altrimenti non si esporrebbe così), idealista (confesso che questa è la mia preferita, anche se oggi ha un’accezione negativa),
illuso/a (forse!), catastrofista, complottista, ecc…

Tutto sommato per chi difende la scuola sfuggire ad una definizione è positivo, appartiene a tutte quelle persone che provano a fare del bene e a farlo in maniera disinteressata, semplicemente perché è il proprio dovere, perché è giusto così.

Ogni docente, definendosi tale, dovrebbe combattere accanto agli studenti e alle loro famiglie, difendere il diritto costituzionale all’istruzione che in questo buio momento storico è fortemente compromesso. Questo deve fare un professionista della Scuola, secondo me. Per definirsi insegnante, l’abito bisogna indossarlo ogni giorno, con il rispetto e la sacralità di chi sale su un
altare, quel posto dietro alla cattedra bisogna meritarselo tutto il tempo, anche quando si esce fuori dall’aula.
Sarà che proprio noi stiamo contribuendo al declino di questa professione? Dal mio punto di vista è nostro preciso dovere opporci agli abusi e provare a rimuovere gli ostacoli che compromettono la formazione degli alunni, la didattica e l’adempimento della nostra professione.

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