Oggi si deve essere docenti, psicologi, amico e genitori. Tutti ruoli imposti dalla società. Lettera

di redazione
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inviato da  Prof. Giuseppe Firinu – Se non fossi lo stesso insegnante di svariati lustri fa, faticherei persino io a riconoscermi e a riconoscere questa Scuola, tanto la vedo diversa. Quando cominciai ad insegnare, nel 1981, mi sentivo importante, ed ero onorato di appartenere alla categoria degli insegnanti. Mi reputavo un privilegiato, e mi sentivo realizzato, perché finalmente quel titolo di professore dava un senso ai miei sofferti studi universitari, e all’epoca essere insegnante significava godere di considerazione sociale, perché persino quel “professore” che ti si tributava al saluto rivelava ammirazione per la cultura che rappresentavi, e la cultura, all’epoca, era un segno di grande distinzione. Serbo gelosamente i miei primi anni di insegnamento, e forse sono i più cari, perché la mia passione nell’insegnamento era ripagata con altrettanto entusiasmo, da parte dei miei studenti, e con sincero riconoscimento da parte dei loro genitori.

I tempi cambiano, si sa, e nessuna generazione può immaginare cosa le riservi il fato, ma di una cosa sono certo: fino alla generazione che mi ha preceduto, e, devo dire, per un certo periodo di tempo della mia carriera scolastica, gli insegnanti hanno sempre goduto di considerazione sociale, gli studenti riconoscevano loro la cultura di cui erano dotati, e spesso li ammiravano, e i genitori non si sognavano neppure di ingerirsi nelle questioni scolastiche, e tanto meno di contrapporsi ai docenti. Insomma, ognuno stava al posto suo, rispettosamente, riconoscendo le competenze altrui. Confesso che scrivendo queste righe mi sorprendo io stesso di quella realtà, tanto mi sembra ora lontana, quasi incredibile. Ma non è un sogno, e, a ben pensarci, questa dovrebbe essere una realtà scontata, la normalità. Eppure questo quadretto sembra ora tratto dalle pagine di un libro di De Amicis, o di Charles Dickens, tanto è distante da esso la nostra realtà.

Certo, a ben guardare, in fondo la scuola è cambiata esattamente come lo è la società tutta. Quand’ero ragazzo, negli anni sessanta, si veniva cacciati dalla RAI per un’imprecazione, mentre oggi Sgarbi rappresenta un modello per tutti coloro che vogliono fare una televisione maleducata, spesso per far lievitare l’indice d’ascolto, perché ormai, si sa, la massa ama lo sfogo esagerato, le offese facili, l’aggressività, chissà, forse perché molti hanno sofferto un’educazione troppo repressiva. Ma questo possono dircelo solo i sociologi e gli psicologi. Io, dal canto mio, mi limito ad osservare, e magari fare le mie personali considerazioni.

Per quanto mi riguarda non posso che rimpiangere l’atmosfera che si respirava nelle scuole molti anni fa, e capisco quanto fossero fortunati i miei professori, quando si faceva lezione calati nel silenzio, rotto dalle sole parole dell’insegnante, e quando questi non si poneva neanche il problema se tutti avessero capito la spiegazione, quando i voti erano legge, incontestabile, e i genitori si recavano ai colloqui col cappello in mano.
La mia generazione di insegnanti ha fatto molti passi avanti, a livello di didattica, di strategie, di metodologie, e soprattutto dal punto di vista umano, perché noi ci siamo trasformati in persone, comprensive, empatiche, accomodanti, e ci poniamo lo scrupolo di verificare che tutti gli studenti capiscano la spiegazione, girando tra i banchi, controllando i quaderni, correggendo, e spiegando e rispiegando, finché tutti o quasi non dimostrano di aver capito. Ci siamo spesso trasformati in mamme e papà, e a volte piangiamo persino con loro, perché per noi, o almeno per una parte di noi, i nostri studenti diventano dei figlioli, chiusi tra le quattro mura dell’aula. A volte qualche studentessa o qualche studente mi ha rivelato dei segreti persino terribili, tanto che ho dovuto fare appello a tutta la mia saggezza per capire come dovessi intervenire.

Non ci siamo dati noi tutti questi ruoli, di docente, genitore, psicologo, amico, ma ce li hanno imposti i tempi duri che viviamo, e le mille problematiche che si presentano in ogni classe. Quand’ero studente nessuno era figlio di genitori separati, nessuno aveva il padre disoccupato, e si aveva piena fiducia che un domani avremmo trovato lavoro, soprattutto studiando. Ora le nostre classi sono disastrate, e percepiamo sofferenze diverse in quasi ognuno dei nostri studenti. Negli ultimi anni, per di più, a peggiorare le cose è sopraggiunto il bullismo, e alzi la mano chi non ha avuto a che fare con esso, che abbia riguardato i nostri studenti o persino noi stessi. E alzi la mano chi non ha dovuto mettere qualche genitore al posto suo. Questa è la scuola dei giorni nostri, miei cari, e fare un elenco di tutti i nostri problemi sarebbe praticamente impossibile. Confesso che dopo l’introduzione della 107, poi, vivo la scuola come un incubo continuo, tanto è lo schifo che provo, e la mia sola e grande consolazione è che tra un anno andrò in pensione.

Eppure so già che non me ne andrò a cuor leggero, vedendo lo sfascio dei giorni nostri, sapendo di lasciare una scuola disastrata che non somiglia minimamente a quella di qualche decennio fa, e tanto meno a quella che ho sognato e tentato di costruire, nel mio piccolo.
Lascerò una scuola con la massa dei docenti succube delle leggi insensate, complice inconsapevole dell’incivilimento cui siamo giunti, incapace di reagire, e persino aguzzina di se stessa. Lascerò una scuola con i docenti divisi per censo, tra meritevoli e immeritevoli, schiavi di una mentalità che persegue la divisione anziché la collaborazione, sapendo che ci sarà chi vivrà economicamente bene perché sposato con un consorte dotato di un buon reddito, e chi farà sempre di più la fame. Lascerò una scuola sempre più assediata da studenti e genitori bulli, forse con le videocamere in aula, e un DS sempre più padre-padrone. Lascerò una scuola dove la massa si metterà sempre di più la coscienza in pace gridando la rabbia sui social e disertando le piazze. Lascerò una scuola trasformata sempre di più in azienda, con gli studenti accaparrati grazie ad una indecorosa “campagna acquisti”, dove forse l’alternanza diventerà lavoro-scuola, tanto per dare un’infarinatura ad una generazione di cittadini completamente in balia di politici sempre più disonesti e asserviti ai poteri forti.

So benissimo che questo post sembrerà troppo pessimistico, e quasi lo spero, ma le mie sono solo riflessioni che nascono da ciò che osservo da anni, in questa china intrapresa da questa massa di docenti che non riesce a trovare o ritrovare quella dignità che avevano e devono avere gli insegnanti. Queste mie sono solo riflessioni personali, e per dare un segno di ottimismo concludo dicendo che spero con tutto il cuore che la classe docente riesca un giorno a risvegliarsi da questo incubo, e a scendere in piazza, quella reale, finalmente arrabbiata.

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