Offese studentessa davanti all’ispettore scolastico: maestro condannato a risarcire danni esistenziali e morali

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Risarcimento dei danni esistenziali e morali, in favore di madre e figlia, a carico del maestro che offende un’allieva innanzi all’ispettore scolastico. Poi lo stesso maestro adisce la giustizia affermando di essere stato vittima di una persecuzione, ma in tutti i gradi di giudizio la tesi è stata rigettata, compreso quello davanti alla Corte di Cassazione (Ordinanza n. 26928 del 26 novembre 2020).

Incresciosa la vicenda occorsa in una scuola di un paese toscano, con degli strascichi giudiziari lunghissimi. In origine un maestro era stato condannato a risarcire i danni esistenziali ed i danni morali, a causa delle dichiarazioni diffamatorie dallo stesso pronunciate davanti a un ispettore scolastico, nei confronti sia di una scolara che della di lei madre.

Il maestro tuttavia, sostenendo l’intento persecutorio, si è rivolto al Tribunale chiedendo, a sua volta, la condanna delle due controparti, madre e scolara, a risarcire, nei suoi confronti, i danni esistenziali e morali, in quanto si era ritenuto vittima della sgradevole vicenda. Nei tre gradi di giudizio le dichiarazioni pronunciate da madre e figlia sono state ritenute prive di contenuto offensivo, quindi escluso ogni intento persecutorio nei confronti del docente.

Nell’ultimo grado di giudizio, innanzi alla Corte di Cassazione, il maestro ha denunciato la violazione, da parte della Corte d’Appello (che a sua volta aveva confermato la decisione del Tribunale, così propendendo per l’inesistenza di qualsiasi rilievo offensivo o persecutorio da parte della due donne) dei due articoli del codice civile (2043 e 2059) relativi al risarcimento del danno, in combinato disposto con l’articolo 595 del codice penale (disciplinante il reato di diffamazione), asserendo che in realtà il reato di diffamazione era stato commesso ai suoi danni. Sempre secondo la tesi sostenuta dal maestro, i giudici di merito avrebbero omesso di valutare la sua situazione storico personale, quindi omesso di accertare la verità che sottende alla vicenda definendola “triste”.

In definitiva, l’insegnante ha sostenuto di essere stato vittima di un reato, qualificandolo in modo alternativo come diffamazione o calunnia. Ma anche la Cassazione ha rigettato tale tesi.

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