Nuovo Governo, Fusacchia: “Ecco cosa mi ha detto Draghi sulle assunzioni. Il nuovo Ministro abbia spalle larghe e velocità di esecuzione, c’è tanto da fare” [INTERVISTA]

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Alessandro Fusacchia, deputato del gruppo Misto e co-fondatore di Movimenta, a Orizzonte Scuola racconta come è andata nelle consultazioni con il premier incaricato Mario Draghi. Spazio anche per le riflessioni del deputato in tema di maturità, Recovery Plan e futuro ministro dell’Istruzione.

Onorevole Fusacchia, tutti parlano delle presunte parole di Draghi sull’allungamento del calendario scolastico. Com’è andata realmente?

“Ci sono stati due giri di consultazioni, nel primo il presidente incaricato ha ascoltato i gruppi politici, nel secondo ha tenuto invece a restituirci lui la sua visione e alcune priorità per il governo che sta formando. Tra queste, in maniera molto forte e convinta, la scuola. Ha parlato delle difficoltà affrontate dagli studenti a causa della pandemia, sotto il profilo sia degli apprendimenti sia del disagio psicologico, e della necessità di intervenire in proposito. Ha fatto un cenno ai prossimi mesi e si è speso soprattutto sull’inizio del prossimo anno scolastico. Sul calendario ha fatto solo una veloce menzione, senza entrare in alcun dettaglio, e noi sappiamo che quell’espressione, senza ulteriori specificazioni, può voler dire tante cose diverse. Aspetterei di sentire cosa dirà esattamente, magari nel discorso con cui verrà alle Camere a chiedere la fiducia, prima di far partire il dibattito. Questa cautela mi parrebbe doverosa sempre. Lo è a maggior ragione nel suo caso, considerato che per quasi un decennio, da presidente della BCE, è stato abituato a pesare ogni singola parola per evitare turbolenze sui mercati, e che da quando ha ricevuto l’incarico 7 giorni fa ha parlato in pubblico complessivamente per 1 minuto e 56 secondi. Posso invece confermare che è stato molto puntuale sulle immissioni in ruolo a settembre, insistendo sul fatto che serva occuparsene da subito per evitare i ritardi nelle assegnazioni delle cattedre di migliaia e migliaia di docenti, come successo lo scorso anno. Mi ha colpito il modo in cui aveva registrato e fatti propri i punti che gli avevo sottoposto nel corso del primo incontro, inserendoli nel ragionamento che ha poi proposto nel secondo giro a tutte le delegazioni, o per lo meno a quelle incontrate lunedì. La settimana scorsa avevo condiviso col presidente Draghi la necessità di rafforzare le amministrazioni pubbliche, a partire dai ministeri più “al fronte” nel contrasto alla pandemia, per assicurare di far arrivare rapidamente a destinazione le misure prese dal governo, così come avevo insistito sulla necessità di un’indagine dettagliata sull’impatto che i mesi di lockdown e di scuola a corrente alternata – tra DAD e presenza – avevano avuto sugli studenti. Tutto questo, incidentalmente, lo avevo pure raccontato in un’intervista a Fortune Italia sabato scorso. Lunedì, prima di entrare all’incontro, mi erano arrivate più agenzie fi stampa che riportavano alcune presunte parole del presidente Draghi su assunzioni e calendario. Ci ho tenuto per questo, all’uscita dall’incontro – avendo avuto personalmente conferma di cosa avesse detto esattamente – a precisare che per assunzioni intendeva, per lo meno in quel momento, la preoccupazione, nel senso etimologico di “occuparsene prima”, per l’avvio ordinato del prossimo anno scolastico”.

Davvero è necessario allungare il calendario scolastico fino alla fine di giugno? Non è possibile attuare altri interventi per il recupero degli apprendimenti?

“Certo che è possibile e si può fare in tanti modi diversi. Mi lasci però fare una premessa. Sentendo le parole “rimodulazione del calendario scolastico”, “tempo perso”, o “recupero” molti docenti hanno reagito sostenendo che non ci sarebbe nulla da recuperare, dal momento che loro hanno lavorato comunque in DAD. Questo è verissimo, tutti gli insegnanti hanno fatto quest’anno sforzi enormi, in condizioni difficili e spesso senza l’assistenza tecnica e psicologica che sarebbe servita da parte delle istituzioni, scolastiche e ministeriali. È grazie a loro che la scuola non si è mai fermata e ha continuato a lavorare. Questo deve essere riconosciuto con forza e nessuno vuole mettere in discussione il prezioso contributo dei docenti o lasciare intendere che gli insegnanti non abbiano lavorato. Questo però – al tempo stesso – non toglie che nonostante i tentativi di contenimento la pandemia abbia avuto impatti profondi sugli studenti. A causa dei prolungati periodi di scuola non in presenza, per le condizioni enormemente diverse degli studenti a casa, perché la DAD nonostante tante buone eccezioni non è stata – né era ipotizzabile che lo fosse, sul lato della socialità ma anche dell’apprendimento – all’altezza della didattica a scuola. Creando tra l’altro situazioni molto diverse, non fosse altro che le regioni si sono comportate molto diversamente tra loro. Detto questo, facciamo pure laicamente un ragionamento sul calendario, magari pensando a come utilizzare al meglio le due prime settimane di settembre piuttosto che le ultime due di giugno. Ciò consentirebbe tra le altre cose di non modificare il calendario degli esami di Stato e guadagnare due mesi nel piano vaccinale e nel contrasto al Covid-19. A me però sta a cuore chiarire che non si tratta tanto di recuperare un pacchetto di ore di insegnamento, quanto occasioni di apprendimento. Di certo non “sprecherei” l’estate, ragionando su come recuperare il “luogo-scuola” più che il “tempo-scuola”. Con iniziative estive che facciano recuperare socialità ed apprendimento sotto forma di esperienza più che di programma scolastico in senso stretto. Lo strumento per fare questo esiste già, e si è cominciato a sperimentarlo la scorsa estate: è quel “patto di comunità” che, specifico ad ogni territorio, unisce in “comunità educanti” terzo settore, privato sociale, e scuole – si può e si deve infatti prevedere il coinvolgimento delle scuole nella definizione degli obiettivi di questi percorsi, non da ultimo perché l’estate abbia ricadute anche sul modo di far scuola durante tutto l’anno. Difficilmente risolveremo le criticità enormi create dalla pandemia con una piccola modifica al calendario. Dobbiamo essere più fiduciosi del lavoro che possiamo fare insieme: rubando una frase a Lorenzo Benussi, dico che a me piacerebbe che tutto il prossimo anno scolastico fosse un anno di sperimentazione, ripensamento, prova. Un anno di riconciliazione. Un grande esercizio collettivo per la ricostruzione che richiede il suo tempo e può solo essere corale”.

Maturità 2021, con Azzolina sarebbe rimasto il maxi-orale. Adesso cambia tutto, lei cosa vorrebbe per giugno prossimo?

“Non so se cambia tutto, ma so che dovremmo tutti fare un esercizio di sobrietà in questi giorni per non gettare nel panico tante studentesse e studenti che a febbraio ancora non sanno come si svolgerà la maturità. Poco prima della crisi di governo, in alcune riunioni della vecchia maggioranza eravamo arrivati a due ipotesi. Rifare la maturità come lo scorso anno, e quindi col maxi-orale. Oppure aggiungerci anche una prova scritta di italiano. Anche su questo sono laico e mi interessa capire come bilanciare due interessi. Da un lato dobbiamo far capire che la maturità sarà l’occasione per ogni studente di dimostrare il proprio impegno nonostante le mille difficoltà, dall’altro dovremo essere bravi a chiarire che in nessun modo sarà un momento “punitivo”. Con lo stesso spirito ritengo che le prove Invalsi vadano fatte, ma anche qui, appunto, con l’obiettivo di farne quest’anno un monitoraggio di ciò che è successo, da mettere a disposizione di docenti e scuole per tarare il lavoro che dovranno fare il prossimo anno. Con un editoriale su “Domani” proprio ieri ho proposto, con altri, che gli esiti limitatamente a quest’anno non vengano necessariamente restituiti agli studenti, anche se la lettura condivisa avrebbe un valore. Facciamo per quest’anno contare di più la rimozione di ogni elemento di stress, ma almeno non priviamoci di raccogliere dati preziosi che ci aiuteranno a circostanziare le nostre impressioni e a prendere decisioni migliori. Che poi le prove Invalsi vadano affinate e non misurino tutto e vadano usate non come un oracolo ma come uno strumento di comprensione è vero. Ma l’ottimo è sempre nemico del buono, e in questo caso la scelta è tra il buono e il nulla”.

Il Recovery Plan è un’occasione storica per rivoluzionare la scuola. Ci indichi tre priorità.

“L’orientamento degli studenti. La formazione dei docenti. La digitalizzazione: del ministero, degli uffici, di ogni pratica, come strumento di efficienza, facilità e immediatezza nei rapporti con presidi, docenti, personale scolastico e genitori, ma anche come strumento di contrasto alla corruzione, perché il digitale, usato in un certo modo, impone la trasparenza. Sogno un ministero dell’istruzione come una casa di vetro”.

L’era Azzolina a Viale Trastevere giunge al termine. Qual è il suo giudizio? Lei chi vedrebbe bene al suo posto?

“Conosco Lucia Azzolina da prima del suo incarico come ministra, avendo entrambi cominciato la legislatura come membri della Commissione Istruzione della Camera. Le riconosco grande passione e dedizione per il mondo della scuola. Non ho condiviso sempre tutte le sue scelte e come tutti noi ha fatto degli errori, ma è un atto di onestà intellettuale riconoscere che si è trovata a gestire la scuola italiana nel periodo forse più difficile degli ultimi decenni. Dopo aver fatto anni fa il capo di gabinetto al MIUR ho capito che le decisioni sulla scuola avevano sempre più sorgenti, oltre al vertice del Ministero: Palazzo Chigi, ovviamente; il Mef, in misura molto significativa; non da ultimo la giustizia amministrativa, per i tanti e continui ricorsi e per le tante sentenze che rendono ogni volta difficile adottare riforme organiche con cui mettere ordine, o almeno provarci. Nell’ultimo anno si sono aggiunte due altre sorgenti decisionali: il Cts coi suoi pareri, e le Regioni, a cui è stato lasciato, soprattutto dopo l’estate, ampio margine di decisione sulla scuola. Alla Azzolina riconosco la tenacia con cui ha fatto tutto ciò che ha potuto per la scuola in presenza. La pandemia ha però dimostrato che per far funzionare la scuola il Ministro dell’istruzione da solo non basta. Più che tirare nomi a sorte, è questo che mi auguro per il prossimo governo: che a viale Trastevere arrivi qualcuno che possa contare sul sostegno istituzionale e personale del capo del governo, perché serviranno spalle larghe e velocità di esecuzione ma anche la massima attenzione da parte di tutto l’esecutivo”.

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