Nuovi concorsi: un’opportunità? No, missione impossibile!

Di Lalla
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Gruppo Facebook “Difendiamo il piano triennale di immissioni in ruolo” – Il gruppo Fb "Difendiamo il piano triennale" ha elaborato una nuova analisi, dimostrando come lo Stato sia l’unico vero responsabile del precariato (riferimenti precisi alle leggi, che non facciamo di certo noi lavoratori) e come nemmeno stavolta intenda porre rimedio ai fattori precarizzanti che da sempre stigmatizzano la nostra professione.

Gruppo Facebook “Difendiamo il piano triennale di immissioni in ruolo” – Il gruppo Fb "Difendiamo il piano triennale" ha elaborato una nuova analisi, dimostrando come lo Stato sia l’unico vero responsabile del precariato (riferimenti precisi alle leggi, che non facciamo di certo noi lavoratori) e come nemmeno stavolta intenda porre rimedio ai fattori precarizzanti che da sempre stigmatizzano la nostra professione. Il concorso rappresenta quindi una "soluzione" che non abbatterà minimamente la "frustrazione" dei precari, per noi è un po’ come nascondere agli occhi dell’opinione pubblica che i problemi sono altri.

"Mai più graduatorie. Da adesso in avanti avremo un numero di vincitori pari ai posti disponibili. Chi non riuscirà a passare, ci riproverà in primavera e poi ogni due anni avrà un’occasione. Non formeremo più nuove graduatorie, cercheremo solo di svuotare quella esistente, che tante frustrazioni ha creato". Queste sono le parole che ha usato lo stesso Ministro Profumo in un’intervista pubblicata dal quotidiano “La Repubblica” lo scorso 1° settembre.

Siamo però davvero sicuri che le graduatorie siano la vera causa del precariato? Noi siamo di tutt’altro parere. Un lavoratore è precario quando è costretto a lavorare per anni a tempo determinato (sempre se riesce a lavorare), senza venire mai stabilizzato. Questo avviene nella scuola per due motivi:

1) La mancanza di posti disponibili per le assunzioni

2) La presenza di un numero di candidati sproporzionato rispetto al numero dei posti disponibili

Andiamo a dimostrare (leggi alla mano) come la responsabilità di questa situazione paradossale sia esclusivamente dello Stato (perché le leggi le fa lo Stato, non certo noi) e come l’attuale Ministero, invece di impegnarsi a rimuovere gli ostacoli sopra elencati, preferisca “buttare fumo negli occhi” e screditare ingiustamente il canale di reclutamento (le graduatorie, che invece rispecchiano in modo trasparente l’esperienza e la carriera di noi docenti). Per come la vediamo noi, è un po’ come dare la caccia alla “mosca” quando davanti si ha un “elefante”: è inutile stigmatizzare e demonizzare il canale di reclutamento quando non si provvede ad eliminare a monte i fattori precarizzanti! Col concorso “qualcosa” cambierà, certo, ma in peggio, mentre il precariato resterà una piaga.

1) Perché i posti disponibili per le assunzioni sono pochi?

Art. 64 Legge 133/2008; Art. 4 Legge 169/2008; DPR 81/2009

Vengono rivisti i curricoli e ridotti per legge i quadri orari; viene istituito il “maestro unico” alla primaria; si creano le tristemente note “classi pollaio” (con buona pace della didattica individualizzata: ci provassero i ministri ad “individualizzare” gli interventi con classi da 30-34 alunni!). Il numero delle cattedre si riduce drammaticamente (100.000 circa).

Art. 19, comma 7 Legge 111/2011

A partire dall’a.s. 2012/13, l’organico di diritto del personale docente e ATA non può superare quello previsto per l’a.s. 2011/12, anche in presenza di un aumento della popolazione scolastica. L’organico di diritto (ovvero le cattedre al 31 agosto, le uniche utilizzabili per le assunzioni) è “blindato”, mentre si allarga “a macchia d’olio” l’organico di fatto (ovvero le cattedre al 30 giugno, fino al termine delle attività didattiche, quelle su cui per anni lavorano i docenti precari senza essere stabilizzati, una situazione che permarrà anche dopo il concorso).

Legge 449/1997

Il contingente annuale delle immissioni in ruolo (già calcolato in percentuale su un numero molto inferiore rispetto ai posti effettivamente disponibili, visto che si parla solamente di organico di diritto) è vincolato al parere favorevole del Ministero dell’Economia, che può decidere di approvare le assunzioni annuali, ma anche di ridurne il numero o di negare l’assenso alle immissioni, come quasi sempre è accaduto dal ’97 ad oggi.

2) Perché i candidati sono in numero manifestamente sproporzionato rispetto ai posti disponibili?

La risposta è semplice: perché lo Stato continua da ormai 13 anni ad abilitare indiscriminatamente nuovi potenziali docenti (che, ricordiamo, dal 1999 pagano alle università italiane somme che non definiremmo irrisorie per seguire i corsi abilitanti, le vecchie SSIS e ora i TFA), anche per insegnamenti già saturi. Questo, nonostante i recenti decreti di attivazione dei TFA contengano precise istruzioni (non casualmente) relativamente alla necessità di programmare il numero di posti da mettere a bando sulla base dell’effettivo fabbisogno di personale, lasciando intravedere una consapevolezza ormai acquisita e maturata circa il pericolo costituito dalle abilitazioni “selvagge” cui, però, non corrisponde un conforme atteggiamento istituzionale (i numeri a dir poco “assurdi” dei posti messi a bando per i TFA ne sono la prova tangibile).

L’art. 5, comma 2 del DM 249/2010 (decreto attivazione TFA), infatti, recita testualmente:

“ Il numero complessivo dei posti annualmente disponibili per l’accesso ai percorsi è determinato sulla base della programmazione regionale degli organici e del conseguente fabbisogno di personale docente nelle scuole statali deliberato ai sensi dell’articolo 39 della legge 27 dicembre 1997, n. 449 […] maggiorato nel limite del 30% in relazione al fabbisogno dell’intero sistema nazionale di istruzione, e tenendo conto dell’offerta formativa degli atenei e degli istituti di alta formazione artistica, musicale e coreutica.”

Rinnoviamo, al termine di questa ricognizione storica dei provvedimenti che hanno determinato e acuito il dramma del precariato, la seguente domanda al Ministro: è davvero colpa delle graduatorie se esiste il precariato? E ne poniamo anche un’altra: quali iniziative concrete sta valutando di attuare, il Miur, per rimuovere i sopracitati ostacoli, in modo da incrementare i posti disponibili, ridurre il precariato, elevare la qualità dell’offerta formativa e rendere davvero accessibile il mondo dell’insegnamento?

Lo chiediamo perché a noi non sembra che bandire concorsi per 10000 posti con 500000 candidati sia una soluzione più auspicabile e meno “frustrante” (usando una parola del Ministro stesso) della permanenza dei docenti plurititolati nelle graduatorie a esaurimento.

E aggiungiamo: con le graduatorie si può almeno essere sicuri che i posti vengano assegnati a personale qualificato e con anni di esperienza sul campo. Col “modernissimo” concorso “tuttologico” a quiz del Ministro, invece, si rischia ora di far salire in cattedra persone che non hanno nemmeno una parvenza di formazione alle spalle, perché addirittura potranno partecipare anche candidati senza abilitazione (invece di progredire, dunque, regrediamo, in barba alla qualità del sistema scolastico e al fin troppo sbandierato “merito”). Se parliamo di qualità, suggeriremmo di programmare da ora in poi con un certo rigore il numero degli abilitati e di fare in modo che solo queste persone altamente qualificate possano accedere gradualmente ad una cattedra stabile; se si rimuovessero i reali fattori precarizzanti illustrati ai punti 1 e 2, ci sarebbero molti posti disponibili in più per le assunzioni e la scuola avrebbe solamente insegnanti qualificati; inoltre, si eviterebbe di costringere questo personale selezionato e competente a sottoporsi di continuo a concorsi con un numero ridicolo di posti messi a bando, concorsi che, lungi dal configurarsi come “opportunità”, sembrano piuttosto una sorta di “missione impossibile”.

E’ giusto e doveroso – concludiamo – che l’opinione pubblica, fuorviata dai proclami sensazionalistici del ministero, sappia come stanno davvero le cose, anche a salvaguardia della dignità e professionalità dei docenti; gli stessi a cui viene imposta ormai da anni (in perfetto stile dittatoriale) una riforma dietro l’altra, utili a tutto fuorché a potenziare la qualità dell’istruzione pubblica"

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