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Nuove prospettive per lo studio della letteratura: le idee di Franco Moretti

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Giudicare un romanzo dalla copertina, anzi no, dal titolo. È quello che ha tentato di fare Franco Moretti nei suoi studi sulle forme letterarie condotti da oltre venti anni alla Stanford University e nel Literary Lab per gli studi di Digital Humanities.

Un sunto di questo insolito approccio è disponibile nella nostra lingua all’interno del volume che lo studioso ha appena pubblicato con Carocci, A una certa distanza. Leggere i testi letterari nel nuovo millennio (221 pp. 19 euro), la cui edizione inglese ha ricevuto nel 2013 il prestigioso premio del National Book Critics Circle per la Critica letteraria.

Prendendo le distanze dal capolavoro di Curtius “Letteratura europea e medioevo latino”, nel primo dei dieci saggi che compongono la raccolta lo studioso si focalizza sul modello evolutivo e porta alla nostra attenzione esempi e riflessioni che pendono per una netta attribuzione della grandezza della letteratura europea al suo allontanarsi dall’eredità classica e vanno verso il concepimento di uno spazio disunito, un arcipelago diversificato, discontinuo, disomogeneo: “Ma se l’Europa fosse stata davvero così unita come vorrebbe Curtius – se fosse stata una specie di Spagna in grande -, allora vi troveremmo gli stessi vincoli dello Stato-nazione spagnolo: e non ci sarebbe posto per la versione inglese, o francese, della forma tragica” (p. 17).

Tuttavia questa consapevolezza non impedisce di pensare alle relazioni tra le letterature europee come a un ecosistema, definito in una felicissima intuizione come “l’orizzonte del possibile con cui deve misurarsi la crescita interna di ogni singola letteratura. A volte l’incontro è un freno, che rallenta lo sviluppo intellettuale o lo devia, altre volte offre occasioni insperate, che si cristallizzano in invenzioni improbabili quanto preziose” (p. 14) come la grande tragedia shakespeariana, massima novità della forma tragica che arriva da un’isola e per opera di un drammaturgo non particolarmente erudito nelle lingue e nelle letterature classiche.

Le pagine successive sono attraversate dagli echi delle aspre discussioni che Oltreoceano sono state dedicate alla legittimità della definizione di una ‘letteratura mondiale’ vista in opposizione alla storiografia nazionale, nel rapporto con le complesse dinamiche centro-periferia, avallata dal modello concettuale forte del ‘sistema-mondo’ di Immanuel Wallerstein.

Applicare il modello evoluzionistico alla letteratura significa anche, però, rimettere in discussione la ‘teologia secolarizzata’ del canone: “Poiché nessuno sa che cosa significherà tra dieci anni la conoscenza negli studi letterari, la migliore strada da seguire sta nella radicale diversità delle posizioni intellettuali, nella loro più onesta e aperta competizione” (p. 68).

Da studioso interessato anche al versante quantitativo e non solo qualitativo della produzione letteraria, Moretti ci parla allora diffusamente degli apporti della cartografia alle ‘mappe letterarie’ e delle sue riflessioni ‘su settemila titoli’ (i romanzi britannici dal 1740 al 1850), convinto che “per ora, i titoli sono ancora il modo migliore per andare oltre l’1 per cento dei romanzi che compongono il canone, e intravvedere il campo letterario nel suo complesso” (p. 134). Per finire, una sintesi fulminante di questo approccio: “Ci sono molti tratti intriganti nei titoli dei romanzi gotici – questo è il genere che scopre che ai lettori piacciono i personaggi malvagi, ad esempio, e li sbatte nei titoli senza remore – ma lo spazio è la vera chiave di volta delle convenzioni: i nomi di luogo sono molto più frequenti di quelli di persona; i nomi di luoghi, come castelli, abbazie, foreste, grotte ecc. sono presenti nel 50% dei casi” (p. 156).

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