Le “novità” di Renzi sulla Scuola non sono altro che i “soliti” tagli

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red – Risposta della Costituente di Filosofia alle proposte del Miur

red – Risposta della Costituente di Filosofia alle proposte del Miur

In questi giorni si stanno moltiplicando in tutta Italia le riunioni fra varie organizzazioni di insegnanti per opporsi al progetto di "riforma della scuola" che il governo Renzi presenterà il 15 luglio, progetto che, dietro la facciata della "centralità della formazione" ha svelato nient’altro che una serie di tagli all’istruzione pubblica perfettamente in linea con i precedenti governi. Il movimento della scuola ha deciso di rispondere immediatamente con una mobilitazione che, attraverso vari appuntamenti intermedi, arriverà a un presidio davanti al Parlamento il 15 luglio stesso dalle ore 9:00.

I punti su cui si costruisce la mobilitazione sono:
– no all’aumento dell’orario
– no ai tagli
– no a un’istruzione nozionistica
– sì all’apertura pomeridiana delle scuole
– sì all’assunzione dei precari per coprire tale apertura
– sì alla restituzione del tempo-scuola sottratto dalla Gelmini (ad Arte, Filosofia, Musica, etc..)

Scriviamo dunque queste pagine per partecipare al dibattito aperto da questi giorni di mobilitazione. I docenti e le docenti riuniti nella Costituente di Filosofia (nata per la difesa dell’insegnamento della filosofia nella scuola secondaria che in questi mesi ha proposto di ripristinare le ore di insegnamento di filosofia soppresse dalla “riforma” Gelmini, nonché la sua estensione a tutti e 5 gli anni del Liceo) aderiscono alla mobilitazione.

Da alcuni anni negli ambienti ministeriali si succedono voci contrastanti in merito al riassetto complessivo della professione docente, da cui discende il progetto del governo. Siamo ormai abituati a una schizofrenia di sistema, che sta raggiungendo limiti insostenibili e intrinsecamente orientati a colpire con nuovi tagli il comparto dell’istruzione pubblica. Al di là dell’insegnamento filosofico, che ci sta a cuore per ovvie ragioni, e che ha già subito tagli e marginalizzazioni e ne rischia di nuovi, siamo sospinti in questa fase a esporre la nostra contrarietà su questioni di natura più generale, che rischiano di mettere a repentaglio la valenza civile stessa dell’istruzione.

Siamo contrari a ogni ipotesi di cancellazione dell’ultimo anno della scuola secondaria di II grado.

Naturalmente non siamo così ingenui da affidarci a superstiziosi tabù, ma nemmeno da subire passivamente la falsa argomentazione della presunta equiparazione tra la durata degli studi secondari italiani ed europei, i quali si concludono in media attorno ai 19 anni (qualcuno addirittura propone di allungarli). Non è ovviamente da escludere in sé un’anticipazione, ma è del tutto evidente che in assenza di una riforma complessiva dei cicli su basi pedagogiche, di un’estensione del tempo-scuola e soprattutto di una rivisitazione complessiva dei programmi disciplinari, la riduzione di un anno del percorso secondario è semplicemente e banalmente un taglio lineare, senza criterio e senza prospettiva.

Si parla di “sperimentazione” del liceo quadriennale: tuttavia il metodo sperimentale è molto più serio di quanto si voglia propagandare. Che tipo di esperimento è? Quale l’ipotesi? Quali gli strumenti di verifica? Ci rifiutiamo di accettare questa logica della riduzione progressiva delle attività formative. Questo nell’interesse degli studenti, dei docenti e dell’intera società.

Siamo contrari all’estensione del carico didattico dei docenti di ruolo “fino” a 24 o 36 ore. In termini generali, può andar bene l’idea di incrementare nel contratto l’orario a scuola dei docenti riconoscendovi però le ore di studio, di preparazione e gli impegni collegiali, ma non relativamente alla didattica frontale. Un docente universitario tiene al massimo 6 ore settimanali di lezione perché gli si richiede anche l ’attività di ricerca. Bene, si deve sottolineare come anche i docenti delle scuole abbiano necessità di studio e approfondimento. L’orario degli insegnanti italiani è in linea con la media europea e non va assolutamente aumentato! È del tutto ipocrita chiedere competenze sempre nuove agli insegnanti, e poi sottrarre loro mezzi finanziari e temporali per conseguirle. Riteniamo altresì che le scuole debbano dotarsi di spazi di lavoro affinché gli insegnanti possano svolgere in sede tutte le attività correlate all’insegnamento, che superano di gran lunga le 6 ore settimanali, e che sono ordinariamente svolte a casa. In questo senso non solo occorre provvedere a un incremento stipendiale, ma anche disporre di
mense, biblioteche e di un proprio ufficio attrezzato. Non siamo degli schiavi, siamo dei lavoratori intellettuali, che com’è noto necessitano di tempi per la ricerca, la preparazione dei materiali, lo studio continuo e la progettazione.

Il reddito va aumentato. Punto e basta. Non ci sono percentuali proporzionali all’orario che possano alterare i termini della discussione poiché lo stipendio di un docente italiano è di gran lunga inferiore alla media europea a parità di ore. Inoltre un educatore ha un carico di responsabilità paragonabile a quello di un medico. Chi lo nega è in malafede. Allora ben venga un sistema di valutazione, ma non affidato ai Dirigenti Scolastici, né a test standardizzati come l’Invalsi. Si introduca un sistema di valorizzazione del merito articolato e capace di includere variabili relative al contesto sociale in cui si opera, alle condizioni di lavoro e ai titoli professionali.

Un insegnante eccessivamente oberato di carico didattico rende poco e male nella relazione educativa. Per questo siamo contrari all’idea di sopperire alle assenze temporanee dei docenti assegnando ore aggiuntive ai docenti di ruolo. I supplenti sono docenti cui lo Stato ha chiesto in questi anni notevoli sacrifici e costi sostenuti nelle varie SSIS, TFA, PAS, Concorsi, e che dunque hanno diritto di esercitare la professione per cui sono
abilitati, inoltre le supplenze brevi sono sempre state un importante percorso pratico-formativo per i futuri insegnanti, che occorre tutelare.

Anche gli studenti, dal canto loro, hanno diritto all’accesso a una cultura critica, e non nozionistica e dai ritmi esasperati e iper-selettivi, con docenti motivati, e non forzati a estendere il carico didattico oltre il loro impegno nelle classi assegnate, per coprire l’assenza dei colleghi. Non servono tappabuchi, servono docenti di ruolo, anche perché il problema reale sono le decine di migliaia di “cattedre vacanti” che rappresentano un caso davvero unico nella UE.

Ci piace l’idea delle scuole aperte di pomeriggio e per tutto l’anno, ma con fondi certi e non derivati da tagli all’istruzione né affidate completamente ai privati. Si scelga, senza ipocrisie, se si vuole investire sulla scuola, o reimmettere nel sistema educativo solo una parte di quanto viene tagliato, dando l’illusione di una centralità dell’educazione. Tenere aperte le scuole di pomeriggio e d’estate anche per un discorso di formazione continua è certamente una proposta che può essere ben accolta, ma questo deve avvenire innanzitutto assumendo i precari in ruolo per realizzare attività formative e di aggiornamento, o aprendo le scuole alle associazioni e al volontariato, dotandole di sale lettura, mediateche, teatri e palestre di quartiere, trasformandole così, soprattutto nelle realtà più disagiate, in punti di riferimento culturali. L’apertura pomeridiana non può avvenire invece attraverso l’allungamento dell’orario di chi già lavora o con solo “attività ricreative e sportive” a pagamento e gestite dai privati per fare cassa, come annunciato da Reggi.

Ci pare, onestamente, che il presidente del Consiglio Renzi e il ministro Giannini in questa delicata fase, si accingano a fare l’ennesima “riforma” al risparmio, fatta solo di tagli per esigenze di bilancio, senza alcuna
considerazione pedagogica e coi soliti mezzi politici sbrigativi del decreto legge: una prassi ben consolidata in viale Trastevere ma che si tratta ora di arrestare.

A partire dal sit in a Montecitorio per il giorno 15 luglio dalle ore 9.00

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