Novara sul Covid: “Non giocare con il fuoco, non siamo in Cina”. Ai docenti, “agli studenti ponete domande ‘maieutiche’. Ecco come”

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È iniziato il nuovo anno scolastico all’insegna di un ritorno alla normalità. In questo contesto è importante ripartire anche con la costruzione di una comunità di apprendimento. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, che sta promuovendo un convegno per il prossimo 22 ottobre proprio su questo argomento.

Professor Novara, nella nostra ultima intervista ci eravamo lasciati con alcune aspettative per l’avvio del nuovo anno scolastico. Adesso che la scuola è iniziata possiamo dire che quelle aspettative si sono verificate o c’è ancora qualcosa da migliorare?

L’aspettativa era che si tornasse alla normalità, sostanzialmente quello, con l’abbandono del distanziamento e delle mascherine e tornare ad una scuola comunità che sapesse accogliere anche i genitori. Devo dire che in linea di massima queste attese sono state esaudite. Sulla base del buon esito degli esami della scuola secondaria di primo grado di questa estate, il Ministero, anche tenuto conto delle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità che ha indicato la fine dell’emergenza sanitaria ed il ricorso alle restrizioni solo in casi particolari, ovvero nel caso di presenza di soggetti fragili, è andato avanti verso il ritorno alla normalità. Ci sono ancora alcuni casi dove dirigenti scolastici o insegnanti ricorrono ancora a restrizioni, come se fossimo ancora al marzo 2020, ma credo che bisogna superare questi episodi e richiamarli al senso della scuola, ovvero che non è un ospedale, una clinica da campo, ma che la scuola è il volto, senza volto non c’è scuola. Abbiamo vissuto due anni terribili dove gli alunni sono stati male. Proprio pochi giorni fa, a Napoli, ho partecipato ad un convegno organizzato da una delle più importanti associazioni pediatriche italiane ed in quel convegno si è ribadito che un adolescente su cinque ha un disturbo psichiatrico in questo momento. Il 20% degli adolescenti soffre psichiatricamente di qualcosa, sono dati spaventosi, vuol dire che questi due anni non ci lasciano un deposito “virale”, come pretende qualcuno, ma un drammatico deposito autolesivo, lesivo e soprattutto sul piano psicoevolutivo molto drammatico e per recuperare ci vuole del tempo. La scuola è il luogo precipuo dove si può recuperare, dove finalmente i ragazzi si vedono, lavorano insieme, collaborano. Ecco, auspico il ritorno di una scuola collaborativa. Mi appello a questi dirigenti scolastici riluttanti a non giocare con il fuoco, non siamo in Cina.

Professor Novara, dopo due anni è tornato anche il compagno di banco, lei ha sempre sottolineato l’importanza dell’educazione tra pari, che i ragazzi imparano dai loro compagni. Allora le chiedo quanto è importante la figura del compagno di banco.

Non solo imparano dai loro compagni, ma imparano in via prioritaria dai loro compagni. La scuola, come comunità, è anzitutto la comunità degli alunni. Il ruolo degli insegnanti è un ruolo di regia che predispone le esperienze di apprendimento, ma le esperienze le fanno gli alunni. Non è scuola se l’insegnante parla e gli alunni devono solo ascoltare, è un uditorio, non c’entra con la scuola. La scuola è dove si vivono esperienze concrete di apprendimento, dove si utilizza anche il territorio per le esperienze di apprendimento, dove i libri possono essere un segmento di questo processo di apprendimento ma non la componente principale. Invece, purtroppo, ci troviamo libri sempre più massicci. Recentemente, in una scuola secondaria di primo grado, mi sono imbattuto in un libro di antologia di 762 pagine. Mi chiedo quale sia quel ragazzo che al secondo o terzo anno di questa scuola sia in grado di reggere ad un carico mentale e psicologico del genere. A scuola bisogna vivere concretamente nella reciprocità, con i compagni, altro che il non copiare. Dobbiamo collaborare perché è così che si impara. Il sistema neurocerebrale dei ragazzi è più favorevole all’osmosi dell’apprendimento. In questi giorni di inizio scuola gli insegnanti devono costruire questo clima di collaborazione e di accoglienza, dove si respira la voglia di stare insieme e non semplicemente che gli alunni vengano inquadrati nei banchi. È salutare che le restrizioni siano finite e spero che non ci siano resistenze, perché fa male ai bambini e ai ragazzi, che poi non vengono a scuola volentieri e si creano quegli inceppamenti che tutti conosciamo.

A tal proposito lei parla spesso di comunità di apprendimento e di collaborazione. Con il suo centro, Il CPP, avete organizzato per il 22 ottobre un convegno dal titolo “nessuno si educa da solo – costruire una comunità per crescere insieme”. Qual è l’obiettivo che vi siete prefissati con questo convegno.

L’obiettivo è uscire dall’effetto nicchia, cioè dall’idea che la scuola sia un problema per i tecnici della scuola, che l’educazione dei figli sia un problema dei genitori, che l’educazione sportiva sia un problema degli allenatori. Cioè tutto segmentato, nicchia per nicchia che non comunicano neanche tra loro. Non è questo ciò che desideriamo, ma costruire un immaginario condiviso dove il processo formativo delle nuove generazioni, sempre più in diminuzione tra l’altro, sia assunto da tutta la società in una responsabilità comune. Vuol dire che i centri estivi diventano un problema della società e non una quota da pagare per i genitori. Ci sono famiglie che per mantenere i propri figli nei centri estivi hanno speso cifre anche di 2/3 mila Euro, è inimmaginabile. È invece importante che ci sia un approccio condiviso nel quale i genitori siano sostenuti a livello sociale e politico. In tal senso ho sempre chiesto un bonus pedagogico per i genitori. Dobbiamo aprire le scuole al territorio, vuol dire, ad esempio, che la sera le scuole diventino un luogo d’incontro per le iniziative culturali, artistiche, sociali, politiche, e non che rimangano come dei fortini dove in questi due anni abbiamo consumato il rito delle quarantene. Poi ce lo dimenticheremo, per fortuna dico io, però ricordiamoci la sofferenza di questi due anni per fare meglio, per uscire, tutta la società è un territorio educativo. Tutti noi abbiamo bisogno di fare squadra, i figli non si educano solo con i genitori, oppure solo con un nido o con la scuola dell’infanzia, ma con una condivisione che appartiene ad un’assunzione comune della crescita delle nuove generazioni. Oggi i genitori sono troppo soli in questo. I loro punti di riferimento sono diventati i “Blog mamma” che dispensano consigli nei vari ambiti. Questo è simpatico, la Ferragni è tra queste, ma non può funzionare perché c’è bisogno di un background scientifico, attendibile e credibile, insomma, c’è bisogno che tutta la società si senta partecipe della scuola. Pensiamo agli stipendi degli insegnanti, ha senso che siano i più bassi d’Europa? A che pro? Ha senso che i più bassi in assoluto siano quelli del nido e dell’infanzia? È una responsabilità enorme occuparsi di bambini piccoli perché sul piano della costruzione della personalità quello che un bambino assorbe nella fascia fra uno e sei anni ti resta per tutta la vita. Se poi al liceo trovi un insegnante che non sa spiegare bene Kant o Marx oppure Hegel, mi domando quale sia il problema. Non l’avrà imparato adeguatamente, se ne farà una ragione, il ragazzo se vuole si rimboccherà le maniche e lo studierà per conto suo se interessa. Ma quello che succede nei primi sei anni di vita è quasi irreparabile, per cui non ha senso che ci siano degli stipendi incredibilmente miserevoli proprio nella fascia d’età più sensibile e delicata, quella dei 0-6 anni, come se chiunque potesse occuparsi dei bambini piccoli. Quello che manca è uno sguardo attento, pieno di attenzione collettiva sulla vicenda della scuola, dei figli, dei genitori e anche dello sport. Oggi lo sport è fondamentale, perché in un periodo in cui ci sono poche occasioni lo sport ha bisogno di formatori, non solo di allenatori, ha bisogno anche di un apporto pedagogico sostanziale. Per questo nel convegno abbiamo aperto ai tanti esperti nei differenti settori, ci sono attori come Carlotta Natoli e Giacomo Poretti, psicologhe e psicanaliste come Silvia Vegetti Finzi e Laura Pigozzi, un grande esperto di problematiche sportive come l’attuale sindaco di Verona Damiano Tommasi, che è stato un calciatore che tutti abbiamo amato anche per la sua generosità, e una grande scrittrice come Susanna Tamaro che ci ricorderà che non è mettendo etiche ai bambini ed ai ragazzi che risolviamo i deficit educativi, ne abbiamo parlato tanto anche con voi di Orizzonte Scuola. Purtroppo la caccia al disturbo neuropsichiatrico è ricominciata. Dobbiamo accettare che a scuola ci siano i bambini difficili, dobbiamo accettare l’immaturità infantile e adolescenziale, ma dobbiamo anche saper mettere in campo una comunità educante. Auspico un ritorno della pedagogia a scuola e che i genitori siano aiutati sul piano educativo e non lasciati soli, auspico che si crei un immaginario dove tutti ci sentiamo genitori delle nuove generazioni e non solo quelli biologici.

Professor Novara, lei accennava all’educare i bambini a stare bene, a tal proposito a breve uscirà anche un suo libro proprio su questo argomento che si intitola “La manutenzione dei tasti dolenti – come riconoscerli e gestirli per stare bene con sé stessi e gli altri”. Ci dice qualcosa su questo argomento?

È un libro a cui tengo tantissimo anche perché è più di vent’anni che lavoro sui tasti dolenti. È un costrutto che ci permette di capire come le difficoltà e le ferite che abbiamo subito durante l’infanzia si riverberano ulteriormente durante il resto della vita diventando dei blocchi, a volte dei macigni, quelli che chiamo tasti dolenti. Facciamo un esempio, ad un tratto ci troviamo in conflitto con gli altri, che sia di coppia, genitoriale, oppure con un conoscente o sul posto di lavoro, e all’improvviso ci viene detta una frase che ci fa star male, ecco che quella frase arriva direttamente dalla nostra infanzia, che richiama un qualcosa che ci dicevano in un modo o nell’altro, ed ecco che nel rivedere i fantasmi dell’infanzia, non sufficientemente integrati ed elaborati, questi si ritorcono contro di noi e ci fanno star male. Ecco che il libro è veramente una grande occasione, anche operativa perché è un libro anche laboratorio, dove si impara a riconoscere i propri tasti dolenti, qual è quel “quid” per cui se lo vedi ricomparire, in una situazione relazionale o di gruppo scatti, diventi furibondo oppure ti ritiri come una tartaruga, e comunque non hai reazioni che sono pertinenti, non sono adeguate. Nel libro cerco anche di aiutare a trovare una nuova possibilità dando operazioni operative molto pratiche partendo dal riconoscimento del proprio tasto dolente, ovvero quella ferita ancora aperta con la propria infanzia e che si riverbera nelle relazioni sociali specialmente quando ci sono i conflitti. Fatta questa operazione poi si può davvero imparare a gestire le complicazioni dell’esistenza anche come grande antidoto alla violenza, perché la violenza nasce dall’incapacità di affrontare le contrarietà della vita.

Alcuni aspetti di quanto ci ha raccontato poi lo tratterete anche nel vostro convegno che ha un programma molto corposo. Uno degli interventi riguarda l’eccesso di plusmaterno e il bisogno di comunità. Ci spiega meglio di cosa si tratta?

È quello che dicevo prima, ovvero che nella mancanza di uno spazio condiviso a livello educativo, emergono queste figure delle cosiddette supermamme che la psicanalista Laura Pigozzi definisce il plusmaterno, cioè una ridondanza, un’incombenza da un lato di iperprotezione, ma più che altro di ipercontrollo, sulla vita dei figli da parte di queste figure che pretendono di essere esclusive nella loro crescita. Figure che lasciano senza fiato da un punto di vista tecnico, pedagogico, psicoevolutivo, ma sempre più presenti. Nel fai da te generalizzato una delle figure che si presenta sul paino educativo è anche questa, la supermamma, la mamma plusmaterna, che a volte condivide tutto con il padre, ma che sta soffocando la vita dei suoi figli e impedisce la collocazione dei bambini e dei ragazzi in un processo di condivisione sociale e di comunità educante. Nessuno si educa da solo, ma nessuno può permettersi di avere l’esclusività sull’educazione di qualcun altro, anche quando questo qualcun altro è tua figlia o tuo figlio. È sempre un progetto comune, non è un’incombenza solo della supermamma, bisogna fare un passo indietro per scoprire una comunità più ampia dove i propri figli staranno meglio e vi saranno riconoscenti per avere cambiato quella visione ossessiva sui figli stessi.

Lei parla spesso di comunità, lo ha detto anche prima di come ci dovrebbe essere un disegno comune tra i vari ambiti, ovvero scuola, famiglia e attività sportive, al fine di dare un unico segnale ai bambini e non disorientarli con indicazioni contraddittorie. Tra le azioni negative, quelle che non fanno comunità, possiamo inserire quella della scuola delle crocette che lei tanto avversa. Ci spiega perché?

La scuola delle crocette è la scuola delle risposte esatte che no producono necessariamente apprendimento. Nel mio metodo maieutico si parte dal presupposto che la scuola deve valutare, perché è una restituzione legittima nei confronti degli alunni che devono capire cosa stanno imparando, quindi la valutazione è importantissima. Ma quale tipo valutazione? Il controllo degli errori, come si sta facendo adesso, specie con le prove INVALSI, rappresenta la scuola delle crocette dove se hai messo la crocetta al posto giusto vai bene, mentre se l’hai messa al posto sbagliato no. Ecco, questa è la scuola che produce la dispersione scolastica e produce un paese dove ci sono pochissimi laureati, dove andare a scuola sta diventando difficile anche sul piano motivazionale. Viceversa, nel mio metodo, dico una cosa molto semplice, forse anche un po’ banale, ma che si basa su evidenze scientifiche, ed è che bisogna valutare i progressi, ossia prendere in considerazione i punti di partenza e verificare come l’alunno è andato avanti. Se un bambino arriva nella prima classe primaria che sa già leggere, che sa scrivere il suo nome e cognome in stampatello, sa contare fino a cento, ecco che noi dobbiamo valutare come è andato avanti e non se gli altri lo hanno raggiunto, come se fosse una gara a raggiungere il più bravo. Non è così, il più bravo deve continuare il suo percorso, perché i punti di partenza sono quelli, e gli altri hanno altri punti di partenza e dovremo valutare i loro progressi. Fondamentale in questi giorni di inizio scuola che gli insegnanti capiscano l’incipit dell’alunno su cui poi costruire la valutazione, perché questo rafforza l’autostima, mai valutare sugli errori. Gli alunni migliorano progressivamente ed è questo miglioramento che la scuola deve registrare nella sua valutazione. Finché si continuerà a valutare a partire dal controllo degli errori la scuola resta lì al palo, resta una scuola che mortifica e non implementa le capacità straordinarie ed enormi dei propri allievi. Il materiale cerebrale di un adolescente è favoloso, dobbiamo svilupparlo e non castigarlo continuando a stigmatizzare gli inceppamenti. Io auspico che ci sia questo tipo di cambiamento e in parte anche il Ministero ha parlato di valutazione formativa, ma io andrei oltre e parlerei di valutazione evolutiva, valutare i progressi e non occuparsi degli errori, perché sono inevitabili.

Chiudiamo con un’ultima domanda. Lei parlava di come la scuola oggi, nella maggior parte dei casi, è improntata sulla domanda di cui l’insegnante si attende una risposta di un certo tipo, a volte addirittura si pretende che venga ripetuto tal quale quanto riportato nel testo o negli appunti forniti. Lei invece, nel suo metodo maieutico, parla di domanda maieutica, una domanda che non prevede una risposta ma che prevede tanti approcci a seconda delle riflessioni dello studente. Ci spiega questo aspetto?

La domanda genera apprendimento. Facciamo un esempio, si può chiedere come mai ci sia tutto questo interesse ad andare su Marte. Ma abbiamo bisogno di andare su Marte? A cosa serve andare su Marte? Cosa si potrebbe trovare si Marte? Cosa stiamo cercando su Marte? Ecco, queste sono domande che generano apprendimento, perché se noi studiamo i motivi per cui ci stiamo ossessionando su questa necessità, ecco che mettiamo insieme problemi di scienze, di fisica, matematici, problemi anche di letteratura, visto che Marte ha generato tanta letteratura fantascientifica. Ci occuperemo di attualità, di informatica, di biologia umana, magari chiedendoci se riuscirà mai un umano a mettere piede su Marte e a quali problemi andrà incontro. Tutto questo è straordinario. Ecco che allora è la domanda che genera una molteplicità di apprendimenti anche disciplinari, ma sulla base di una ricerca, di una problematizzazione, dove costruiamo un laboratorio, dove facciamo fare un’esperienza, oppure si può proporre di intervistare un astronauta, o ascoltare la Cristoforetti che ci parla della vita nello spazio. Questo è anche un modo per utilizzare la tecnologia a scuola senza farsene soffocare, la LIM ti permette di vedere tanti videofilamati importanti. In pratica la domanda non ha una necessità di avere una risposta esatta, come per la scuola dei quiz, della scuola delle crocette. Attraverso esperienze, laboratori, ricerche, esplorazioni che partono da queste domande, come quelle sopra riportate, ecco che si libera il gusto, la voglia e la passione per imparare. Vorrei chiudere ricordando proprio il mio ultimo libro “La manutenzione dei tasti dolenti” nel quale nell’introduzione metto in epigrafe una lettera che Sigmund Freud ha scritto a Maria Montessori, di cui ho scoperto l’esistenza solo recentemente, nella quale Freud scriveva alla Montessori che se si fossero seguiti gran parte, o quasi tutti, i suoi dettami pedagogici, gli psicanalisti non avrebbero più nulla da fare. È così, perché se si costruisce una buona educazione per i nostri figli, una scuola dove veramente si impara, stando insieme, dove si collabora e si sviluppano esperienze, è logico che non si avrà poi bisogno degli psicoterapeuti o quant’altro se non come supporto. I processi educativi, alla base, sono sempre quelli prioritari, ovvero saper fare le mosse giuste. Lavorare per una scuola che sa valutare i progressi piuttosto che controllare gli errori è la vera rivoluzione che permette di ritrovare una scuola amorevole ma anche una scuola che sa far crescere, che non rinuncia mai alla fatica, perché quando una scuola è interessante è anche faticosa. Ma una scuola ripetitiva, come diceva lei, non è né faticosa né interessante. La scuola ripetitiva, quella delle crocette, è per i pigri, per gli indolenti, per i refrattari. La vera scuola è quella che ti riempie la vita con domande, sorprese, curiosità, esperienze inedite e la voglia di aprire sempre nuovi cassetti di apprendimento e di conoscenza.

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