Nota didattica a distanza, riorganizzazione rapporti tra esecutivo, apparati centrali e periferici. Lettera

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Inviato da  Ferdinando Goglia- La nota prot. 388 del 17 marzo 2020, a firma del Capo del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione Max Bruschi, offre una dimostrazione esemplare delle finalità e dei principi di funzionamento dell’autonomia scolastica.

Lo stato d’eccezione dettato dall’emergenza da contagio COVID-19 allenta la tenuta del sistema di garanzie procedurali riconducibili alla precedente legislazione – i famigerati “lacci e lacciuoli” – che, in condizioni di normalità, costituisce un fastidioso freno all’applicazione del nuovo modello di governance, e rappresenta quindi la congiuntura ideale affinché se ne sperimenti il pieno e libero esercizio. Analizzare gli snodi concettuali di questo testo consente di guardare oltre la fattispecie dei contenuti e comprendere il progetto neoliberal di riorganizzazione dei rapporti tra potere esecutivo, apparati centrali e periferici della pubblica amministrazione, opinione pubblica.

Il diritto all’istruzione previsto dall’art. 34 della Costituzione, di cui nell’ordinamento repubblicano è garante lo Stato, viene sospeso hic et nunc dall’Esecutivo con provvedimento d’urgenza nell’atto stesso di sospendere le attività didattiche delle scuole su tutto il territorio nazionale. La stessa decretazione emergenziale introduce però con progressiva cogenza clausole che ipostatizzano l’istituto dell’attività didattica “a distanza”, materia inedita e, in quanto tale, non normata, estranea alle leggi e agli accordi sindacali vigenti .

La nota 388, sulla scorta di un altro passaggio della decretazione d’urgenza (DCPM 4 marzo 2020, art. 1 comma 1 punto g) secondo cui “i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza”, riversa direttamente sui singoli dirigenti scolastici delle scuole autonome l’onere di garantire l’esercizio del diritto all’istruzione di fronte all’utenza, che viene cooptata nell’istanza governativa al dovere di rendicontazione: l’indirizzario della Nota include, oltre ai soggetti propriamente istituzionali (uffici territoriali e scuole), anche le Consulte provinciali e il Forum delle Associazioni degli Studenti nonché il Forum delle Associazioni dei Genitori della Scuola.

L’attività didattica, tuttavia, non rientra tra le mansioni dei dirigenti, che piuttosto la coordinano, bensì in quelle proprie dei docenti, per cui il mandato di cui all’art. 1 comma 1 punto g del DPCM del 4 marzo investe in modo tacito il rapporto di lavoro in corso tra il dirigente ed i docenti. Che, in regime ordinario, è minuziosamente disciplinato da leggi, pattuizioni con le parti sociali, giurisprudenza consolidata e che, in particolare per la funzione docente, beneficia della speciale tutela costituzionale ex art. 33 sul libero esercizio delle arti e delle scienze e del loro insegnamento. La modalità inedita postulata dal mandato rende la didattica “a distanza” non sussumibile alla regolamentazione pregressa, sottraendola di fatto anche alla speciale tutela dell’art. 33.

Sulla libertà di insegnamento si compie anzi una vera e propria inversione valoriale: se nel quadro dei principi ispiratori e dell’architettura stessa della Costituzione, il diritto degli insegnanti a svolgere il proprio ruolo in modo libero ed indipendente, fatto salvo ovviamente il rispetto delle leggi civili e penali, rappresenta la conditio sine qua non per il diritto dei discenti ad un’istruzione autentica che non sia indottrinamento di regime, la Nota 388 pone in due diritti in rapporto di reciproco conflitto.

E’ noto peraltro che neppure l’impronta verticista impressa dalla L. 107/2015 abbia intaccato, in materia di criteri e metodologie didattiche, le prerogative del Collegio dei docenti, che in regime di normale  funzionamento delle scuole resta la sede deputata all’esercizio programmatico della libertà di insegnamento, nel cui ambito è accordata altresì al singolo docente la possibilità di discostarsi dalle scelte adottate a maggioranza attraverso l’istituto di garanzia rappresentato dall’opzione di gruppo minoritario ex comma 14.

Ebbene, dal testo definitivo del DPCM 4 marzo, in riferimento al mandato di cui sopra, viene espunto il passaggio collegiale che nella bozza dello stesso decreto era previsto, seppur in funzione meramente consultiva. Il diritto di cui all’art. 33 della Costituzione viene così, in sostanza, surrettiziamente abrogato, non sussistendo più né la sede né le procedure attraverso cui formalmente esplicarsi.
Tale vacatio legis apre il campo ad una diversa prassi di regolamentazione, di tipo non formale come Bruschi ammette in esordio, ove l’Esecutivo detta linee di indirizzo, intese ad orientare l’azione amministrativa ma prive di cogenza e dunque anche dispensate dalle procedure di garanzia previste per le leggi, mentre alle scuole autonome, nella figura apicale costituita dal dirigente, è affidata la responsabilità di tradurre tali “suggerimenti” in atti dispositivi. Poiché non si tratta di prescrizioni, per rinforzarne l’efficacia persuasiva si ricorre alla leva etica della concordia e del sacrificio: topico, per la scuola, l’argomento del bene degli alunni, che funziona molto in virtù dell’istintivo sentimento di tenerezza e protezione che i piccoli inspirano negli adulti ma slealmente sottace che sia possibile nutrire di quel bene letture differenti, magari antitetiche alle intenzioni e agli interessi del Governo e delle parti politiche che pro tempore lo compongono.

Si tratta, comunque, di una mera veste retorica, utile ad incantare il pubblico e rabbonire gli ingenui, giacché la vera partita si gioca sul piano, dissimulato, del controllo. Che avviene non a monte, sui processi, rispetto ai quali vengono accordati ampi margini di autonomia, bensì, in forma molto più stringente, a valle, sui risultati, di cui il dirigente risponde sia nei termini di realizzazione degli obiettivi inseriti nel suo contratto di lavoro e, in generale, dei parametri di merito dell’SNV (Sistema Nazionale di Valutazione), sia, come abbiamo visto,nei confronti della cosiddetta “utenza” – nel caso delle scuole, gli studenti e le loro famiglie – e, in senso più ampio, di una pubblica opinione sulla quale peraltro l’Esecutivo, attraverso la comunicazione politica e giornalistica, ha la possibilità di esercitare un pervicace condizionamento .

L’alto e il basso, insomma, concorrono affinché il dirigente, stretto in questa morsa, si disponga ad esercitare sui lavoratori pressioni che, a seconda dell’approccio personale, del duo stile e del livello di resistenza riscontrato, andranno dalla moral suasion a veri e propri ordini di servizio illegittimi, di fronte ai quali il lavoratore è posto nella dolorosa alternativa tra l’accondiscendere supinamente a dictat contrari alla propria deontologia e ai propri convincimenti ed il rischiare un temerario contenzioso da risolversi in sede giudiziaria, con tutta l’alea implicita nella vacatio legis ma carico, in compenso, di ripercussioni negative certe nel quotidiano.

Documenti quali la Nota MIUR 388 svolgono la funzione di fornire ai dirigenti un prezioso assist in questa delicata fase di gestione. Pur nella cornice non formale, le indicazioni vengono infatti declinate nei modi della necessità, suffragandone l’imposizione: “provvedimenti che richiedono”, “è essenziale”, “la Scuola ha il compito”, “non possono, né devono”, “si tratta di dare”, “dovranno essere”, “prevede”, “appare opportuno”, “ogni docente”, “il Dirigente scolastico… svolge”, “è chiamato a”, “E’ strategico”, “indispensabile”, “non deve”, “E’ dunque richiesta”, “non si potrà che”, “Occorre”, “la necessità”, “Resta necessario”, “dovrà”, “deve realizzarsi”, “è altrettanto necessario che”, “il dovere… da parte del docente”, “il diritto dello studente”, con l’eloquente chiusa tratta dall’immaginario sportivo caro agli apologeti del mercato concorrenziale “Nessuno deve essere in sosta, in panchina, a bordo campo”.

L’indeterminazione generata dall’informalità dell’atto consente di dissimulare il fatto che la sostanza ne contraddica la forma.
Lo stesso fenomeno si verifica sul piano del contenuto: “nulla può sostituire ciò che avviene, in presenza, in una classe”, sembra rassicurarci Bruschi. Ma poi pretende che a distanza si possa – e dunque si debba – “non interrompere il percorso di apprendimento”, coinvolgere tutti gli alunni, instaurare “momenti di relazione attraverso i quali l’insegnante possa restituire agli alunni il senso di quanto da essi operato in autonomia”, “riesaminare le progettazioni definite nel corso delle sedute dei consigli di classe e dei dipartimenti”, “rimodulare gli obiettivi formativi”, riprogettare le attività didattiche, svolgere in via telematica riunioni analoghe alle sedute dei consigli di classe, considerare il registro elettronico “svincolato dalla fisicità del luogo nel quale la didattica si esercita”, che fin dalla scuola dell’infanzia si possa attivare un “contatto diretto (se pur a distanza) tra docenti e bambini”, progettare unità di apprendimento, assicurare l’inclusione degli alunni con difficoltà di apprendimento, “procedere ad attività di valutazione costanti”. Uno stupefacente catalogo che mira ad abbracciare la funzione docente nella sua interezza. Tanto da affermare la “sostenibilità operativa, giuridica e amministrativa” del “fare scuola ma non a scuola” e consentire così di riconoscere “validità SOSTANZIALE, non meramente formale, all’anno scolastico” (maiuscolo mio, ndR). Se non è sostituzione questa, cosa lo è? L’unico, insignificante, dettaglio che pare mancare è quella libera dialettica che consentirebbe di porre in discussione appunto la validità didattico-pedagogica e la praticabilità sia tecnica che giuridica di metodi e strumenti per i quali le evidenze empiriche e il buon senso consigliano estrema cautela. Ma di questo possiamo dare per certo che Bruschi non si crucci.

Nella portata di un tale esito, che stravolge letteralmente i connotati dell’insegnamento e giunge a sopprimere un principio costituzionale in virtù di un soft power che prescinde dalle leggi, si misurano così, in uno stato d’eccezione, le potenzialità nefaste che la governance sfrenata è in grado di porre in essere. Proprio in queste speciali circostanze diviene cruciale per la tenuta dell’assetto democratico che ciascun soggetto coinvolto contribuisca a disinnescare il dispositivo, frapponendo ad ogni accenno di forzatura il monumento del diritto. Altissima, in particolare, la responsabilità dei docenti nel preservare con categorica fermezza quelle prerogative di libertà e indipendenza, di giudizio e di opera, conferite alla loro funzione in quanto presidio di civiltà e cittadinanza. Sul lungo logorio delle vessazioni e degli insulti che la categoria subisce dalla nascita del progetto dell’autonomia, prevalga l’opportunità di riconoscere che il re, ora come non mai, è nudo.

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