Non sarebbe più bello e produttivo dare valutazioni descrittive in itinere? Lettera

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Inviata da Andrea Pajetti – Colleghi, amici, mi presento, mi chiamo Andrea Pajetti, ho 43 anni e sono un docente di sostegno bolognese dell’istruzione secondaria di secondo grado. Mi sento parte dell’aspirante comunità che chiamiamo “scuola italiana”, e quindi nella posizione bella ma difficile, paragonabile a quella di una persona nuda che cammina su una spiaggia affollata, in cui vorrei condividere con voi una mia riflessione personale su qualcosa che mi sta a cuore.

Mi permetto di essere a tratti brutale, confidando nel vostro perdono e nella vostra comprensione dei miei limiti, e preciso già da ora che il mio spirito critico non è rivolto verso nessuno in particolare.

Io penso che parte alunni e delle famiglie abbia perso il senso di quello che viene fatto a scuola: non capiscono perché studiare matematica visto che non servirà per fare benzina, perché studiare latino visto che è una lingua morta, perché fare biologia se tanto puoi trovare ogni cosa su internet al bisogno, e in generale non capiscono perché fare fatica.

E soprattutto studiano per un voto, con tutto quello che comporta: copiare, studiare poco e male, dimenticarsi tutto dopo poco tempo, fare meno fatica possibile.

Ogni tanto mi sembra che noi docenti stiamo dando numeri a dei numeri, confondendo il mezzo (la valutazione) con il fine (gli studenti) in un vortice disumano che funziona per alcuni ma sicuramente non per molti.

Io ho una riflessione, su tutto questo, che ho il privilegio di condividere con voi, articolata in due punti.

La espongo con tanti dubbi e poche certezze, nella speranza che condividerla possa aiutare sia me che altri colleghi, se ci sono, con dubbi vicini ai miei.

Punto 1

Secondo me il momento più opportuno per la valutazione dovrebbe essere “in mezzo”, più che “alla fine” (2) perché deve dare a noi docenti, ma soprattutto agli studenti, la possibilità di “sbagliare” e quella di “aggiustare”, altrimenti si studia per avere un voto, e così facendo veicoliamo il messaggio che il sapere deve servire a qualcosa o valere qualcosa. Forse è proprio il nostro sistema a generare la confusione nello studente che lo porta a chiederci “ma a cosa mi serve questa roba qui?” (1). Ha ragione lo studente, se la fine e il fine sono il voto: non esistono più né un senso né una motivazione. Che se ne fa di un voto? Magari sei studenti su dieci usano il voto per avere un feedback e capire come migliorare autonomamente, ma la scuola deve funzionare per tutti, anzi deve funzionare soprattutto per quei quattro che non lo fanno da soli.

Noi spieghiamo ciò che amiamo, in fondo, e allora vi chiedo: non vi pesa “mercificarlo” con dei voti numerici alla fine? Non sarebbe più bello e produttivo dare valutazioni descrittive in itinere?

ANCHE, non solo. Intendiamoci: i voti numerici in pagella sono obbligatori per legge (3).

Siamo le persone più fortunate del mondo, siamo in mezzo ad altri laureati che si sono specializzati nel condividere Ungaretti, il moto dei corpi celesti, Wordsworth, Caravaggio, e noi stessi siamo pagati per condividere quello che amiamo. Non rinchiudiamo tutto questo in un voto numerico, le alternative ci sono: eliminazione dei cinque, sei, sette e sostituzione con “il ragionamento corretto sarebbe stato…” oppure “bene, molto meglio dell’altra volta” e così via.

Perché mettere cinque e mezzo alla fine di un percorso magari durato un mese intero, se possiamo spiegare, in itinere, cosa migliorare e cosa va bene? Possiamo spiegare come migliorare la situazione, quale ragionamento è mancato. Possiamo indicare un aggiustamento di rotta a metà invece che mettere un numero alla fine.

Le nozioni sono dimenticate all’80% dopo 15 mesi (4), non ha più alcun senso verificare quelle, forse ha più senso usarle per ragionare e insegnare loro a farlo, in itinere, passo dopo passo e insieme. In fondo non è nulla di nuovo (7).

E allora vi chiedo: perchè non fare un test prima, la lezione dopo, e una valutazione collettiva dopo ancora, su cui possono ragionare? La volta dopo non farebbero meglio?

E senza l’ansia del 6, sgradevolissima per tutti noi compresi, non ci sarebbe maggior impegno da parte degli studenti per capire, invece che per copiare? Gli studenti proverebbero a ragionare durante il test, a capire durante la lezione, a ristrutturare tutto durante la valutazione. Farebbero un percorso di apprendimento, e metterebbero in gioco la loro testa, con tutta la soddisfazione e il piacere che porta. Avrebbero una direzione e una ragione per fare fatica, ed è fondamentale perché la fatica va fatta. E’ la nostra natura fare fatica, noi dobbiamo farla e farla fare, non dobbiamo evitarla.

Perché non affiancare questo sistema a quello in uso spiegazione-verifica-voto numerico?

Non dico sostituirlo, dico affiancarlo. In molte scuole abbiamo diverse sezioni, dalla A alla Z. Perché non sceglierne una in cui applicare questa valutazione descrittiva in itinere come modalità? Nel corso documentaristico, faccio un esempio, quando una scena non funziona la si studia, la si rigira, se necessario si riscrive, insomma si “aggiusta”. Non è un’impostazione molto diversa, in fondo. Lo stesso accade nella progettazione, nel coding, nel disegno.

Penso che questo sia una possibile espressione non di una scuola che trasmette verticalmente sapere, ma di una scuola che regola serenamente il rapporto col sapere.

Preciso che non si tratta di una sperimentazione, perché la sperimentazione è quella che portiamo avanti ora con voti numerici oltre alle pagelle, su cui ci sono forti dubbi addirittura da inizio ‘900. Si tratta di andare avanti rispetto a un’impasse che, per alcuni, non funziona.

Punto 2

Anticipo una possibile confutazione: e poi come facciamo con i genitori quando aprono il registro elettronico?

Ecco, questo secondo me è l’altro punto su cui bisogna fare una riflessione: ma è mai possibile che le nostre scelte siano dettate dalla paura dei genitori invece che dalle nostre opinioni in materia di didattica e pedagogia? Cosa può nascere di buono se gli studenti temono il cinque, i dirigenti temono i ricorsi, i docenti temono i richiami di genitori e dirigenti, e così via in un ciclo di paure reciproche in cui nessuno è felice, e quindi pochi fanno scelte giuste?

Alla fine di questo, rimane solo la frustrazione comune, non la gioia, non gli apprendimenti, non la soddisfazione. A me, sinceramente, non basta. Voglio che gli studenti studino perché scuola, famiglia e studenti stessi hanno compreso l’importanza di quello che viene fatto a scuola.

Io sono uno solo, ma insieme siamo decine, centinaia, possiamo davvero ridare un senso non mercificato al sapere e al pensare. Possiamo ridarglielo da centinaia di punti di vista, così da arrivare a centinaia di alunni diversi. Per fare questo possiamo passare anche da una revisione della valutazione.

Aggiungo inoltre che forse passare da voto numerico a una valutazione descrittiva in itinere sarebbe proprio l’occasione per riallacciare quel rapporto scuola-famiglia che, secondo me, negli ultimi vent’anni si è incrinato, fra burocrazia, normativa contraddittoria, immagine “precipitante e precipitata” di noi docenti.

Dobbiamo ricucire, in qualche modo, anche con gli studenti. E quando dico dobbiamo intendo molto di più: possiamo!

Se spieghiamo a genitori e studenti l’importanza di ciò che insegniamo, ci parliamo, diamo loro la possibilità di scegliere, diventa già questo una richiesta di maturità.

Da un buon “spiegare” verrà anche un buon “capire”(5). I genitori e gli studenti capiranno.

Perché non spiegare a genitori e studenti quanto è importante conoscere le declinazioni del latino, Foscolo e la termodinamica? Anche ogni giorno, se necessario.

Certo, ci sarebbe una grande richiesta di maturità: i genitori dovrebbero ridare a casa dignità alla scuola, gli alunni dovrebbero impegnarsi a non copiare e a cercare di capire, gli insegnanti dovrebbero continuamente motivare e parlare con tutti. Bene! Da quando richiedere maturità, onestà e collaborazione è una cosa sbagliata? Non sono concetti utopici, ma abitudini da prendere, e la scuola è il posto migliore! Se non la scuola, allora chi?

Quale modo migliore di ridare ai genitori un senso a quello che facciamo a scuola se non far studiare i figli perché è importante, invece che per un voto o un pezzo di carta? Perché non riportare il senso del venire a scuola al prendere buone abitudini, ragionare, abituarsi a stare insieme, sviluppare quelle qualità che serviranno nella vita? Quello che insegniamo è importante, se lo sleghiamo dal prendere cinque o sette, non riportiamo forse l’attenzione sul processo di apprendimento e sull’intensità delle arti e delle scienze che vengono da migliaia di anni di umanità e che condensiamo ogni ora, ogni mattina nelle nostre aule?

Una scuola fondata sul rispetto e sulla passione è possibile, secondo me, ma dobbiamo riportare un senso a quello che facciamo che vada oltre un numero al mese sul registro.

Conclusione

Non credo che la valutazione descrittiva sia LA soluzione, ma probabilmente è UNA soluzione. Io, ad esempio, ho una classe in cui non trovo adatto questo sistema, ma ho anche una classe in cui invece lo trovo perfetto.

Allora perché non fare un corso senza voti numerici (eccetto la pagella) e con solo valutazioni descrittive? Alcune scuole già lo fanno (6).

Ogni studente e famiglia avrebbe il corso più adatto, e avremmo una scuola che funziona non per pochi ma per molti, che è il concetto più classico della democrazia (1).

Torniamo ai classici, allora.

(1) Ho raccolto negli anni le domande più frequenti poste dagli studenti, e questa lo era di gran lunga. Ho provato a rispondere, malamente, nella “lettera a uno studente smarrito” che spedisco insieme a questa

(2) cit. prof. Cristiano Corsini

(3) dlgs 62/17

(4) rapporto della commissione consultiva sugli esami di insegnamento secondario in Gran Bretagna, 1911, riportati in “Elementi di docimologia. Valutazione continua ed esami”, Firenze, La Nuova Italia, 1973

(5) cit. Piero Angela

(6) non solo il liceo Morgagni di Roma

(7) un principio simile è quello espresso nella valutazione dinamica di Feuerstein

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