“Non esiste una legge che obbliga chi insegna ad assegnare un voto. Solo la valutazione periodica e finale è obbligatoria”. L’affondo del pedagogista Corsini

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“Non esiste alcuna legge che obbliga chi insegna ad assegnare un voto ogni volta che uno studente risponde a una domanda o fa un esercizio. Secondo la legge l’unico voto obbligatorio è quello della valutazione periodica e finale, ovvero quello sulla scheda di fine periodo (trimestre o quadrimestre) e poi a fine anno”.

Si tratta della posizione espressa su Vita.it da Cristiano Corsini, pedagogista dell’Università di Roma 3, in merito alla valutazione a scuola e in particolare sullo stop alla sperimentazione della scuola senza voti in un istituto romano.

Corsini ricorda infatti che “chi dice che i voti sono obbligatori in itinere rivela un’ignoranza che possiamo tollerare se il soggetto non si occupa di scuola, ma che è ingiustificabile se riveste responsabilità di docenza o di dirigenza. In itinere, l’unica obbligatorietà è relativa all’attuazione di una valutazione informativa, tempestiva, partecipata e finalizzata al miglioramento“.

Ogni scuola – prosegue il professore universitario – fornisce indirizzi generali, ma non può certo obbligare un docente ad assegnare un voto a una determinata attività né può impedire che studenti, studentesse e famiglie abbiano informazioni dettagliate sul processo d’apprendimento”.

E ancora: “Non è necessario chiedere un’autorizzazione a dirigenti o colleghi per mettere in pratica una strategia didattica che già di suo è del tutto coerente con la normativa e che da decenni rappresenta una delle prassi educative più efficaci“.

Corsini parla anche della proposta della sottosegretaria Frassinetti di ripristinare il voto numerico alla scuola primaria: “la sottosegretaria Frassinetti sostiene che l’abbandono dei voti alla primaria è stato un fallimento: si tratta di un’opinione legittima, tuttavia non è sostenuta da alcuna evidenza e questo mi pare un bel problema“.

Il pedagogista evidenzia come “è vero, purtroppo, che il cambiamento non è stato minimamente sostenuto da investimenti per il monitoraggio, per cui non so su quali basi la sottosegretaria parli di fallimento. Io sono tre anni che svolgo ricerche su questo tema con centinaia di docenti di scuole primarie in giro per l’Italia e devo dire che quello che ho imparato lavorando sul campo sconfessa il parere di Frassinetti. La situazione non è affatto fallimentare, semmai è eterogenea. Ci sono scuole che hanno svolto o che stanno svolgendo un percorso formativo sicuramente impegnativo ma anche significativo. E ci sono scuole che invece hanno preferito limitarsi a sostituire i voti numerici coi livelli, cambiando tutto perché nulla cambiasse. Dove c’è stata una formazione partecipata, il passaggio dai numeri ai livelli non ha determinato confusione ma ha migliorato la qualità dei processi didattici“.

E allora – osserva l’esperto – l’ipotizzato passo indietro sarebbe uno schiaffo a quella parte della classe docente che in questi tre anni ha lavorato con impegno, sfruttando l’elemento più innovativo della legge – ovvero il legame tra livelli e obiettivi – per impiegare la valutazione come strumento di insegnamento e apprendimento condividendo con alunne, alunni e famiglie un percorso di crescita. Cambiare nuovamente genererebbe confusione, per tacere dello spreco di denaro investito sulla formazione”.

E ancora: “La valutazione dominata dal voto tende a essere inaffidabile, poco chiara, iniqua e inefficace. Tende a produrre dispersione e a riprodurre le disuguaglianze di partenza. Se la valutazione incentrata sui voti funzionasse noi non staremmo qui a discutere di un altro genere di valutazione. Nel corso degli anni abbiamo imparato che invece la valutazione in itinere che funziona non si basa su voti ma su concrete indicazioni per migliorare le attività usando l’errore come risorsa e non come penalizzazione“.

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