Non esiste una dimensione ottimale dell’istituzione scolastica nel caso di dimensionamento. Sentenza

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I ricorrenti, tutti dipendenti (docenti o personale A.T.A.) o genitori degli allievi di una specifica scuola, impugnavano gli atti con cui la loro scuola veniva dichiarata sottodimensionata. Il caso viene affrontato dal TAR del Lazio che con provvedimento N. 13687/2020 del 18 dicembre rigetta il ricorso richiamandosi ad un precedente che sul punto sta costituendo orientamento.

Il fatto

Sostengono i ricorrenti che Ministero e la sua articolazione Ufficio Scolastico Regionale sono incompetenti a disporre il dimensionamento di un Istituto Scolastico e quindi la perdita dell’autonomia, visto che la competenza a stabilire i criteri per il predetto dimensionamento e a decidere l’assetto delle Istituzioni scolastiche è della Regione; che il MIUR ha emanato il d.m. n. 6 del16.05.2020 non tenendo minimamente conto dei dati comunicatigli dall’USR con il piano di dimensionamento regionale; più altre presunte violazioni. L’Amministrazione si è costituita controdeducendo nel merito.

Non esiste nessuna dimensione ottimale dell’istituzione scolastica

In particolare, con sentenza 1215/2020 del Consiglio di Stato, è stato statuito che “2. In linea di diritto, vanno ribaditi i seguenti principi, già evidenziati dalla giurisprudenza di questo Consiglio ed applicati dalla sentenza impugnata. 2.1 L’incidenza dell’atto organizzatorio sulla qualità del servizio in relazione ai requisiti di dimensione ottimale dell’istituto in base a prestabiliti parametri normativi non integra l’interesse attuale e concreto che sorregge l’impugnazione. Non esiste, infatti, una « dimensione ottimale » dell’istituzione scolastica, né un optimum in termini assoluti in materia di organizzazione scolastica, poiché i parametri normativi in materia sono tendenziali e flessibili, proprio per consentire un miglior adeguamento della struttura scolastica alle sempre cangianti e molteplici esigenze dell’utenza e spetta all’Amministrazione, nell’esercizio della propria discrezionalità, ragionevolmente adattarli alla situazione concreta nella cura dell’interesse pubblico ad essa affidato”.

Il superamento dei requisiti dimensionali non sono espressione di interesse ad agire della comunità scolastica

“Il superamento dei requisiti dimensionali, tendenziali e derogabili, non è quindi né espressione né dimostrazione di un concreto interesse ad agire in capo a genitori ed insegnanti, incombendo ai ricorrenti l’onere di allegare e fornire almeno un principio di prova circa un irragionevole peggioramento della situazione, in termini di organizzazione dell’offerta formativa o di fruizione del servizio scolastico, che conseguirebbe dalla creazione di Istituti Comprensivi o dall’accorpamento amministrativo dei vari istituti, non essendo contestabile né contestato che gli atti di riorganizzazione, impugnati in prime cure, non determinassero alcun mutamento in ordine alla sede delle scuole, alla consistenza della popolazione studentesca o al livello dell’offerta formativa”.

Occorre provare i pregiudizi che si subiscono per impugnare il dimensionamento scolastico

“In altre parole, nel dolersi degli strumenti pianificatori di cui si tratta gli originari ricorrenti avrebbero dovuto fornire quanto meno concreti indizi in ordine alla natura e portata dei pregiudizi che – in quanto genitori degli alunni appartenenti ai due istituti scolastici che si andavano a scorporare, ovvero in quanto appartenenti al personale docente e amministrativo degli istituti stessi – sarebbero andati inevitabilmente o, quanto meno, verosimilmente ad affrontare (cfr. ad es. Consiglio di Stato, sez. VI, 13 aprile 2010, n. 2054) (…). Né appare condivisibile il ragionamento, secondo il quale l’incidenza dell’atto organizzatorio sulla qualità del servizio in relazione ai requisiti di dimensione ottimale dell’istituto in base a prestabiliti parametri normativi, integrerebbe proprio quell’interesse attuale e concreto che sorreggerebbe l’impugnazione”.

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