Non cambiare alternanza scuola lavoro, comincia a funzionare. Lettera

di redazione
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Inviato da Prof.sse Valeria Floris, Antonella Vagaggini, Tiziana Rossi (Liceo scientifico e artistico “Marconi, Foligno) – Siamo un gruppo di insegnanti e da qualche anno ci occupiamo dell’organizzazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro nelle nostre scuole da quando cioè questa metodologia didattica è stata introdotta nel 2015.

Con questa lettera ci rivolgiamo al nostro Ministro dell’Istruzione.

È ormai noto che l’alternanza scuola – lavoro (ASL) è entrata in vigore nelle scuole italiane dal 2015 , con l’intento di avvicinare il mondo del lavoro con la realtà scolastica italiana, al fine anche di creare una efficace sinergia fra i saperi disciplinari e il saper fare in precisi contesti di realtà.

Fino a quel momento la pratica dell’alternanza scuola-lavoro, seppure in modo diverso, era presente solo nei percorsi tecnici e professionali, i soli percorsi di studio che consentano alle persone di accedere subito al mondo del lavoro.

Per i liceali si era sempre pensato che prima “devi studiare e poi vai a lavorare”.

I cambiamenti enormi della realtà lavorativa, che negli ultimi due decenni hanno profondamente cambiato il concetto stesso di lavoro, oltre che creato nuove forme di impiego, hanno portato ad introdurre un radicale cambiamento nella scuola italiana.

Nell’intento del legislatore, con l’alternanza scuola-lavoro si rendeva necessario dare a tutti gli studenti la possibilità di poter sviluppare e potenziare le competenze specifiche e trasversali acquisite a scuola nelle discipline di studio attraverso la “discesa in campo”, l’impresa simulata, i tirocini.

Nel giro di due mesi, dal luglio al settembre 2015, la scuola italiana è stata pesantemente scossa da questa novità.

Negli ultimi anni noi che lavoriamo nella scuola, studenti, docenti, dirigenti e personale ATA, ci eravamo un po’ fatti le ossa con le veloci introduzioni. Già molto tempo prima, senza troppo preavviso sono stati introdotti nuovi crediti scolastici di ammissione all’Esame di Stato, introdotti i BES e i DSA, creato il personale di potenziamento; ma siamo stati bravi, ci siamo adattati subito facendo funzionare un sistema complesso e complicato.

Così abbiamo fatto anche quando nel 2015 il Governo introdusse questa bella novità; in tutte le scuole nacque la figura del referente dell’ASL, che doveva prendere contatti con il territorio e trovare aziende per progettare insieme ( a dire il vero, solo in rari casi in modo serio) le fasi dello stage (anche nei territori terremotati di Umbria e Marche dove le imprese erano state inghiottite dal sisma, ma ce l’abbiamo fatta), doveva pianificare tre anni di alternanza, convincere i colleghi di discipline non professionalizzanti, e soprattutto la stragrande maggioranza dei docenti nei licei, che anche tutte le materie formano lo studente per un futuro lavoro (e quanta difficoltà ancora si fa nei licei!), formare fino a 700 alunni sulla sicurezza sul lavoro, creare percorsi di Primo soccorso (perchè non si sa mai che il tutor aziendale ti sviene e tu stai là), creare sistemi informatici per la gestione delle ore di Alternanza, sostituirti al personale di segreteria per la registrazione delle ore svolte (ma ce l’abbiamo fatta ed ora abbiamo le competenze di segreteria, non solo quelle di docenti), rassicurare genitori e studenti che garantiamo il completo raggiungimento delle ore a fine triennio ( come se fare 200 ore fosse una corsa all’oro, ma ce l’abbiamo fatta), migliorare la progettazione dell’ASL in modo da creare sinergia fra le discipline e arrivare ad una vera metodologia didattica che includa l’alternanza scuola-lavoro.

Siamo anche riusciti a trovare il tempo di insegnare bene, perchè la docenza è “una missione” per chi vuol stare con gli studenti e scoprire che se vuoi fare bene anche altro devi comunque insegnare, perché nella scuola italiana esistono solo 4 categorie di impiego: o sei il capo (Dirigente scolastico), o sei il bidello/segretario (personale ATA), o sei studente, o sei professore.

E se sei quest’ultimo devi essere capace di fare qualunque cosa ti si chieda: insegnante, psicologo, accompagnatore di gite fuori porta, animatore digitale, curatore dei rapporti con il territorio, segretario, esperto in disabilità.

Ma ce la stiamo facendo; stiamo alacremente lavorando per questa specializzazione globale.

Allora che cosa c’è che non va? C’è che uno dei compiti che noi docenti abbiamo è insegnare che un obiettivo fissato e pianificato va raggiunto con l’impegno, la dedizione e la serietà, che quello che fai non va perso anche se apparentemente ora per la tua giovane età non ne cogli gli aspetti più reconditi, che anche se ti sembra che un’esperienza non concorra all’immediato successo, hai già vinto, perché ogni granello di conoscenza che si adagia sulla tua mente, ogni fatica che ti stanca oggi, sarà uno strumento per il tuo domani. Un domani che è fatto di incertezza, di mobilità, di territorio, di capacità di adattamento.

Come possiamo noi docenti riuscire in questo se “ai piani superiori” la linea scelta è sempre quella di modificare più o meno profondamente ciò che altri hanno deciso, legiferato, costruito?

Come costruire validi percorsi di ASL se gli strumenti di gestione informatica che ci vengono dati li dobbiamo usare senza che tutte le parti siano funzionanti?

Come si fa a pianificare un progetto di alternanza in collaborazione con le aziende se nessuno ti dice come sarà la valutazione, con quali strumenti il percorso sarà certificato e senza che nessuno (nella maggior parte dei casi) ti spieghi come usare questi strumenti o adattarli ai processi di alternanza che hai già pianificato?

Signor Ministro, noi apparteniamo ad una categoria che, seppur con poco credito nella mentalità sociale italiana, nei nostri ormai tanti anni di esperienza, possiamo garantire che abbiamo sempre cercato di far funzionare le cose, incorporando le novità nei nostri programmi, accogliendo e gestendo i DSA, gli H, i BES e tutti gli altri, famiglie comprese, con i migliori risultati; ma non siamo ​millenians, e se anche tra noi ce ne fossero, dovrebbero essere insegnanti con 18 anni (troppo giovani), abbiamo bisogno che qualcuno, con una buona formazione alle spalle, ci dica come funzionano questi strumenti che a Roma si progettano, sia pronto a darci risposte, perchè quello che è in evidenza è il fatto che, come spesso accade, esiste uno scollamento tra chi ha le idee e chi quelle idee le deve far funzionare sul campo. Perché sono le persone che stanno sul campo che vengono giudicate per prime dalla società.

Come spiegare ad un giovane che per tre anni ha sempre cercato di far quadrare i tempi della scuola, che chiedeva sempre di più, con quelli della sua vita personale, che tutto quello che ha fatto non sarà valutato alla fine del suo percorso?

In questi giorni circolano informazioni sulla riduzione delle ore e ciò che non è chiaro è se la decisione sia dovuta a pure ragioni finanziarie di bilancio o se, a fronte di studi fatti o commissionati dal Ministero, si sia accertato che:

1. la stragrande maggioranza delle scuole non riesce a far fronte alle 200-400 previste,

2. le attività progettate dalle scuole siano insignificanti ai fini dell’inserimento lavorativo dei giovani o al loro orientamento post diploma,

3. che i finanziamenti dati alle scuole per la ASL siano stati mal gestiti,

4. che la ASL non sia stata progettata e svolta come integrata alla metodologia delle discipline.

L’ipotesi di una riduzione delle ore di ASL, come da più parti si legge, può essere anche fattibile, ma aver lavorato in questi anni sulla base delle 200-400 ore in un triennio, ha consentito a molte scuole di introdurre momenti di formazione con l’aiuto degli insegnanti di potenziamento (altrimenti poco utilizzati nella didattica), o di insegnare ai ragazzi a scrivere un curriculum, seguire lezioni di primo soccorso, partecipare a numerosi corsi di orientamento universitario (che soprattutto per gli studenti del liceo è fondamentale per operare scelte consapevoli senza perdere anni di studio).

Un’ipotesi di riduzione toglierebbe queste possibilità e costringerebbe a riformulare programmi di lavoro articolati, a disdire contatti già presi da tempo. Fermo restando il valore di orientamento e acquisizione delle competenze che non andranno perdute, resta la delusione di non poterne vedere una ricaduta in sede d’Esame e un riconoscimento da parte della scuola.

Oltre a ciò abbiamo riscontrato, anche a causa di informazioni spesso distorte, incomplete o sbagliate da parte dei mezzi di informazione e dei social, unite alla mancanza di comunicazioni ufficiali da parte del Ministero competente, un calo di interesse, una sfiducia e un atteggiamento spesso di menefreghismo accompagnato da frasi del tipo “l’asl è stata tolta” o “è solo facoltativa” o “tanto non serve a niente, lo dice anche il Governo”.

Molti dirigenti e docenti sperano sia così…, noi che ci lavoriamo vediamo che l’ASL ha una sua valenza nella crescita degli studenti.

Qui non si tratta del solito “armiamoci e partite”, si tratta piuttosto di lavorare con la massima serietà e portare fino in fondo gli impegni assunti. E questo non è né di destra né di sinistra: è serietà professionale.

Ora si parla di percorsi per competenze trasversali: ma L’ASL era già questo; essa è nata come una metodologia didattica che serviva ad integrare i saperi disciplinari con le competenze spendibili sul lavoro. Dateci il tempo di lavorare bene e per un tempo sufficiente a provare e verificare i risultati del nostro lavoro sul campo per un po’ di anni. Perché cambiare ora significa dire che finora abbiamo solo scherzato. Non è così.

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