Non bastano un tablet e un armadietto per innovare la scuola. Lettera

di redazione
ipsef

item-thumbnail

Inviato da Fernando Mazzeo – Il mondo della scuola ha guardato con molta fiducia a questo governo, ha atteso segnali concreti di cambiamento ed ha sperato in una significativa inversione di tendenza:

maggiore coinvolgimento dei docenti, adeguati investimenti economici, miglioramento degli ambienti scolastici, riconoscimenti professionali, attenzione e cura della relazione educativa, ridefinizione del concetto di obbligatorietà che, oggi, viene percepito non come diritto all’istruzione, ma come soggiorno forzato ecc.

Tuttavia, le notizie che arrivano periodicamente dal Ministero, dai tablet agli armadietti nelle aule, fanno pensare ad una modesta capacità innovativa, ad una poco efficace incidenza formativa, educativa e comunicativa e sono ben lontane dalla volontà di migliorare realmente l’insegnamento e l’apprendimento.

Docenti ed alunni sono profondamente disorientati, amareggiati, scettici, delusi e sollecitano a gran voce, promesse, fatti e azioni concrete per individuare e risolvere le numerose criticità e, soprattutto, aiutare gli alunni a difendersi da un mondo privo di strumenti etici e culturali, prospettive e significative aperture verso il sapere e la conoscenza.

Nell’agenda del Ministro la digitalizzazione dell’azione educativa e didattica sembra sia divenuta una sorta di religione universale in grado di risolvere i problemi legati alle difficoltà di apprendimento, di acculturare i poveri, di fornire a tutti adeguati livelli d’istruzione e riportare nelle aule gli evasori degli obblighi scolastici.

Va rilevato, però, che tablet e smartphone, pur facendo sempre più parte della quotidianità e pur avendo una grande forza comunicativa, non costituiscono una dilatazione dell’offerta culturale, in quanto, non assolvono bene la funzione di trasmettere competenze e conoscenze autentiche, modelli e valori positivi e, spesso, sono cattivi maestri.

Ciò nonostante, la giornata è sempre più dominata dalla intromissione costante e, spesso, dispotica dei nuovi media. Adulti e giovani sono, di fatto, immersi e sommersi dovunque in un flusso continuo, informe e confuso di parole, suoni, gesti, immagini, simboli, segni, proposte ecc… Informazioni, nient’altro che informazioni. Notizie, nient’altro che notizie. Messaggi, nient’altro che messaggi. Immagini, nient’altro che immagini.

Domandiamoci allora: la scuola, le famiglie e la società per opporsi a tutto ciò che è effimero, illusorio e inautentico, per garantire lo sviluppo culturale dei ragazzi, per formare le loro coscienze, che cosa mai propongono? Che cosa, invece, dimenticano? Che cosa impavidamente perseguono?

Vien da rispondere: propongono e perseguono intrattenimenti vuoti e senza pretesa, dimenticano di promuovere i valori e le potenzialità positive e reali della persona. Tablet e smartphone aiutano, dunque, a sfuggire ad una lettura critica e approfondita della realtà, aumentano il divario tra eventi e vita personale, accentuano la emotività a danno della razionalità.

Infatti, Mandy Saligari, una psicologa esperta di dipendenza e relazioni familiari, ha spiegato che dare ai nostri figli uno smartphone equivalga a dar loro “1 g. di cocaina”. I figli della società digitale sono circondati più da oggetti, da cose che da altre persone, il rapporto quotidiano non è più con i propri simili, ma con la manipolazione continua di immagini e di messaggi che costituiscono, ormai, il gioco ricorrente, alienante e preferito delle nostre giornate.

Ovviamente, tutto ciò comporta precise conseguenze negative che comportano una regressione della sensibilità umana, sociale e relazionale, una grande difficoltà a imparare a memoria o a ritenere testi di relativa lunghezza, facile irritabilità, una forte tensione emotiva ed uno sforzo psichico e visivo non facilmente sostenibili.

Se questo è vero, come lo è, è ben motivato l’invito a vigilare per garantire un uso prudente e responsabile dei nuovi media. Ciò che importa, a questo riguardo, non è rendere totalmente estraneo il ragazzo al flusso delle informazioni e delle sollecitazioni che provengono dalla rete, ma una organica e programmata modalità di accesso ed uso degli strumenti multimediali.

Si tratta di recuperare a scuola e in famiglia quel rapporto comunicativo che costituisce un utile strumento per la revisione dei nostri stili di vita. Scuola e famiglia devono ritornare ad essere il luogo privilegiato per promuove la comunicazione reale e non virtuale, e realizzare quel particolare impegno educativo all’insegna del dialogo e delle scelte responsabili. Appare chiaro che il rapporto personale nella relazione educativa è l’elemento fondamentale.

Le nuove tecnologie possono anche essere applicate per meglio comprendere i linguaggi del nostro tempo, ma non possono in nessun modo migliorare lo spirito critico e creativo dell’individuo: essere esposti ad una maggiore informazione non significa necessariamente poterla meglio comprendere ed utilizzarla.

Crescere, conoscere e comunicare, pertanto, sono qualcosa in più della semplice visualizzazione ed espressione su un monitor e su una tastiera di idee e sentimenti. La comunicazione è piena, vera e autentica solo quando c’è un “Io” che si relaziona con un “Tu” e, insieme, scoprono la loro ragion d’essere e di esistere in un “Noi”.

Nella relazione educativa tablet e smartphone non possono più essere proposti e visti, per nessun motivo e per nessuna ragione, come strumenti che possiedono e trasmettono la verità. Sarebbe questo una grossa illusione e un grave errore. La crescita, la comunicazione e la conoscenza avvengono solo attraverso l’incontro corporeo con la persona e l’intervento operativo sulle cose. In una tale visione, non si tratta di educare con i nuovi media, ma all’uso corretto dei nuovi media.

Versione stampabile
anief
soloformazione