Noi docenti precari meritiamo rispetto dalle istituzioni. Lettera

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Inviata da Michele Molisso – Sono un docente precario con quattro annualità di servizio e da quando ho iniziato a lavorare nella scuola ho sempre fatto supplenze su posti vacanti.

Addirittura, la mia prima esperienza lavorativa nella scuola è stata in una commissione di esame di Stato, in cui, da laureato in Ingegneria, sono stato chiamato a fare una sostituzione come membro esterno della commissione.

Da allora, ho continuato a fare supplenze annuali o fino al termine delle attività didattiche, ho continuato a far parte delle commissioni di esame come membro esterno e quest’anno mi toccherà per la quinta volta consecutiva far parte della commissione di esame.

Ho svolto, così come tutti i colleghi precari, le stesse mansioni e funzioni strumentali dei colleghi di ruolo: segretario del consiglio di classe, programmazioni annuali, compilazione PEI/PDP, accompagnatore nelle uscite didattiche, ecc.

Inoltre, da lavoratore fuori sede, ho sempre la valigia pronta per cambiare sede di lavoro ogni anno e domicilio in continuazione, con tanti sacrifici e disagi dovuti a questa situazione di precariato, come ben sanno i tanti colleghi fuori sede che partono dalle proprie terre a centinaia di chilometri, consentendo alle scuole di continuare a funzionare.

Come laureato in Ingegneria, avrei potuto guadagnare, da tecnico in azienda, molto di più di quanto guadagna un docente precario eppure ho scelto la professione di docente.

Ho scelto l’insegnamento per passione, come una sfida da educatore in una società in cui la formazione culturale deve essere salvaguardata e arricchita in contrapposizione a modelli sub-culturali diseducativi. Infatti, noi insegnanti siamo chiamati ad un ruolo sociale delicato che pensiamo umilmente di adempiere mettendocela tutta nel trasferimento di conoscenze e non solo, perché spesso ci immedesimiamo nelle problematiche adolescenziali cercando di dare conforto ai nostri alunni, ossia andiamo ben oltre il trasferimento di nozioni.

Siamo chiamati a creare un ambiente empatico di apprendimento affinché i ragazzi siano motivati ad apprendere. Ci sforziamo di migliorarci nel tempo con l’esperienza che acquisiamo tra i banchi, giorno dopo giorno, perché la qualità dell’insegnamento è strettamente legata all’acquisizione delle metodologie didattiche per la creazione di un ambiente empatico favorevole all’apprendimento, dove è fondamentale l’esperienza.

Ma per lo Stato finora siamo considerati dei semplici tappabuchi con il rischio di essere esodati dalla scuola dopo anni di insegnamento in cui siamo stati sfruttati dallo Stato per coprire i posti vacanti, svolgendo tutte le mansioni e le funzioni dei docenti di ruolo. E ciò perché qualcuno nelle istituzioni ritiene che i docenti precari abbiano scambiato la scuola per un ufficio di collocamento, un presupposto sbagliato e fuorviante rispetto alla questione cruciale della continuità didattica e al fatto che la qualità dell’insegnamento è strettamente legata all’esperienza acquisita. Oppure, mi viene da supporre che rischiamo di essere esodati perché mantenere lo status quo di precariato fa bene alle casse dello Stato.

Il rischio di finire fuori dalla scuola, dopo i sacrifici fatti in tutti gli anni di precariato è più che alto, anche perché dall’anno 2014 ancora non si adotta una soluzione adeguata al precariato dei docenti, nonostante una procedura di infrazione europea sul reiterato abuso di contratti a tempo determinato. Ovvero, da sei anni non ci sono stati percorsi di abilitazione e concorsi mirati all’immissione in ruolo per chi non fosse già abilitato, cioè lo Stato ha deciso che almeno sei anni di precariato bisogna farli prima di avere una possibilità di accedere al ruolo.

E quale sarebbe questa possibilità? Quella di un concorso lotteria a quiz con 80 quesiti in 80 minuti?

No, non ci siamo! Non si possono sottoporre alla sorte i docenti precari che hanno investito parte della loro vita nella scuola!

E allora viene da chiedersi: chi me l’ha fatto fare di scegliere la professione di docente, potendo guadagnare di più come tecnico in azienda ed essendo trattato nel modo in cui siamo trattati oggi noi docenti precari? La risposta è che nella vita certe scelte si fanno con il cuore, mettendo in secondo piano altri interessi, ed è per questo che io, come tanti docenti precari, meritiamo rispetto dalle istituzioni e il riconoscimento dell’esperienza, dell’impegno, degli sforzi e dei sacrifici, rendendo un po’ di giustizia sociale con la nostra stabilizzazione nella scuola, attraverso un concorso per soli titoli e servizio così come avviene per tutti gli altri impieghi della Pubblica Amministrazione.

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