No alla Buona Scuola, ci toglie diritti che ritevamo acquisiti. Lettera

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Cari colleghi, voglio condividere con voi alcune riflessioni sulla condizione dei docenti in questo ultimo periodo, quando la situazione non è, per utilizzare un eufemismo, delle migliori.

Mi riferisco non solo agli effetti economici, ma soprattutto a quelli giuridici della “buona scuola” che hanno comportato stravolgimenti anche nell’esercizio di alcuni diritti che ritenevamo acquisiti.
In una moderna democrazia, infatti, l’esercizio del potere è di norma sottoposto a una forma di controllo, ma nella Buona Scuola prevale la visione dell’uomo solo al comando, circondato da pochi eletti.
Le decisioni ormai non appartengono al collegio, ma restano nelle mani di chi per avere visibilità, esercita i piccoli poteri che gli vengono attribuiti in una logica di distribuzione di incarichi più o meno rilevanti: molti , insomma, pur di mangiare quel piatto di lenticchie, di cui ho parlato nella precedente lettera, hanno accettato qualsiasi cosa, partecipando alla “elargizione” dei pani e dei pesci.

Secondo me, l’attenzione deve concentrarsi su alcuni snodi cruciali della Riforma, così come in parte discussi all’interno dell’ ultima Assemblea sindacale ( per conoscenza, eravamo solo in sette)
Perdita definitiva della titolarità su una sede da parte del personale docente della scuola pubblica
Sappiamo che la mobilità dei docenti sarà solo su ambiti territoriali e con il meccanismo della chiamata diretta; quindi, i docenti che otterranno il trasferimento oppure il passaggio di cattedra o di ruolo saranno inseriti all’interno di detti ambiti nei quali i dirigenti scolastici potranno scegliersi il proprio corpo docenti.
Intesa tra Governo e sindacati sulla contrattazione collettiva:
L’accordo raggiunto il 30 novembre non è in alcun modo un “rinnovo” dei contratti: si tratta solo di una, pur importante, intesa con la quale il Governo assume una serie di impegni nei confronti delle organizzazioni sindacali; l’aumento di 85 euro rappresenta una cifra “dignitosa” e grazie ai sindacati “si è stabilito che il contratto prevale sulla legge”: la legge Brunetta è stata così superata.
Mi preme però ricordare che i sette anni precedenti di blocco del rinnovo del contratto rimangono un “vulnus” e non vengono neanche presi in considerazione, nonostante la Corte europea abbia sancito l’inammissibilità del provvedimento.

Anche i colpi assestati alla funzione docente sono da approfondire:

1. La formazione obbligatoria
Le recenti indicazioni sulla formazione obbligatoria, strutturale e permanente del personale docente, riassunta in 88 pagine colorate e pubblicate dal MIUR a firma “La Buona scuola” sottolineano l’improrogabile necessità di fare aggiornare i docenti italiani.
E la ministra Giannini (prima di essere stata sostituita dalla ministra senza laurea Fedeli) aveva affermato che “l’obbligatorietà non si traduce … automaticamente in un numero di ore da svolgere ogni anno”, ma va attuata “su temi differenziati e trasversali, rivolti a tutti i docenti della stessa scuola, a dipartimenti disciplinari, a gruppi di docenti di scuole in rete, a docenti che partecipano a ricerche innovative con università o enti, a singoli docenti che seguono attività per aspetti specifici della propria disciplina”: affermazioni che , però, restano solo di principio, mancando a tutt’oggi, qualsiasi indicazione sulla loro applicazione

2. La legge 107 non premia il merito
Le capacità didattiche di un docente non sono valutabili oggettivamente e perciò il “merito” didattico non è quantificabile. Molti dirigenti, quindi, hanno superato questa obiettiva difficoltà premiando con il bonus quanti si sono impegnati – spesso al di là del loro orario lavorativo – in attività extra-didattiche, in una scuola “ombra”, in effetti “parascolastica”. Si tratta di straordinario, che va retribuito, certamente. Ma non è un merito “fare altro” piuttosto che insegnare. Gli insegnanti nascono per insegnare. Se fanno altro, non insegnano. Vanno pagati per il loro “fare altro”, ma non per il loro “merito”. È una questione di uso appropriato della lingua italiana.
Quindi non si capisce perché debbano essere pagati due volte per la stessa funzione.

3. L’imposizione del principio della valutazione degli insegnanti
Il principio della valutazione di una categoria professionale ha una sola spiegazione: creare spaccature fra scuole, subordinare ancora una volta la scuola a logiche a lei estranee, strumentalizzare i docenti, mero medium per il conseguimento di fondi da assegnare alle scuole in base agli esiti dei test INVALSI, creare scuole di eccellenza e scuole di serie B. Secondo i principi della legge 107, quale dirigente chiamerà mai un insegnante “marchiato” da esiti negativi alle prove INVALSI? Poco importa se a quel docente è stata assegnata una classe-ghetto di un istituto professionale di un paese dell’entroterra del profondo Sud, che non potrà, per forza di cose, raggiungere gli stessi risultati di un ginnasio metropolitano, di una Milano dall’ineguagliabile efficientismo di matrice asburgica. Nessuno considera, però, che i test INVALSI sono uguali ovunque, omologano situazioni geoculturali, non tengono conto delle differenze.
E il docente che ha avuto una valutazione negativa, che non ha ricevuto l’investitura del bonus premiale, perché mai dovrebbe ancora circolare nel mondo della scuola? A nessuno interessa se quel docente svolge onestamente l’ordinario lavoro dell’insegnante e che magari ha manifestato con onestà intellettuale il suo dissenso nei confronti delle direttive del dirigente, esponendosi al rischio di espulsione.
La legge 107 consente questo: il dirigente può camuffare la propria insofferenza a docenti dissenzienti, dichiarando di allontanarli, perché non più funzionali rispetto al piano d’indirizzo della scuola. Naturalmente la parola “funzionalità” va tradotta come “passiva accettazione”.
Per tutto ciò io sono contro un modello fondato sulla «competizione e non sulla qualità»

Per questo, invito i colleghi ad una presa di posizione comune all’interno di una riunione (anche non sindacale), in cui elaborare un documento che si concluda con il rifiuto di partecipare all’assegnazione del bonus, poiché non fondato sulla qualità, ma solo sulla competizione che, tra l’altro, serve ai governi a risparmiar risorse. Con ciò creando un’avvilente competizione per la distribuzione di pochi spiccioli, quando sarebbe bastato un serio avvio della contrattazione, l’unico in grado di restituire dignità al lavoro dei docenti ed anche al governo stesso che così avrebbe dimostrato rispetto per la loro funzione educativa.

Angelo Aloisi

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