“No ai compiti? Affermazione grave, uno slogan che destabilizza alunni e famiglie. No alla penna cancellabile”. INTERVISTA a Maria Grazia Paglialunga

WhatsApp
Telegram

“No ai compiti? Ma questa è un’affermazione grave, uno slogan che destabilizza. Destabilizza gli alunni e le loro famiglie”. Maria Grazia Paglialunga, pedagogista e docente di scuola primaria, prende posizione in merito alla questione dei compiti scolastici. Di fronte al dilemma che ricorre puntualmente soprattutto in occasione delle vacanze lei, che è anche docente universitaria, sostiene che affermare che non si debbano avere dei compiti sarebbe come affermare che una mamma, un papà, un marito, una moglie non abbiano dei compiti da portare avanti. “Dire basta compiti è una stupidata – insiste – Il compito va visto come assunzione di responsabilità”.

Sì ai compiti? No ai compiti? Professoressa Maria Grazia Paglialunga, ci spieghi meglio qual è la sua posizione riguardo ai compiti

“La mia posizione rispetto ai compiti è integrata, non polarizzata. Concretamente ritengo che le posizioni polarizzate appartengano al senso comune e non a un paradigma o quadro concettuale metodologico-didattico. I compiti e lo studio dipendono dall’architettura dell’insegnamento – teorie evolutive e dell’apprendimento, metodologie, metodi, strategie e tecniche di insegnamento – che si adotta e non sono, mai e per niente, scontati o assegnati in modo sterile. Devono essere coerenti con l’azione didattica e avere una finalità formativa immediata, altrimenti non sono necessari né utili. Se noi pensiamo ai compiti nostri di adulti, li assumiamo con responsabilità e impegno”

Probabilmente la contestazione sorge non tanto dai compiti in sé ma dall’eccesso di compiti che molte famiglie denunciano e spesso documentano.

“Uno dei rischi che si corrono in questi casi è la generalizzazione. Guardi, io ho due figli grandi che sono ormai fuori dalla scuola. In questi giorni mia figlia è venuta qui a casa con i suoi due bambini. Uno di loro frequenta la prima classe della scuola primaria e mi ha fatto vedere i compiti che gli hanno dato le maestre. C’è scritto di impostare la data, poi deve ricopiare la cornicetta. Su questo si è aperta una discussione in casa. Mia figlia è pro-compiti. Dice che se non gli dà qualcosa da fare, il bambino finisce con un telefonino in mano o davanti alla tivù. Mio nipote anche compiti di religione e di inglese in prima elementare. Io sono abituata ad avere a che fare con allievi dai tre anni fino ai giovani che frequentano l’università. Ho potuto affrontare tutti i problemi nei vari ambiti scolastici e i vari carichi che la scuola dà agli studenti. Questo fa sì che io non riesca a schierarmi su una posizione polarizzata perché il rischio è di demonizzare il concetto di compito. Quello che mi spaventa è appunto la demonizzazione della parola compito. Tante volte ho risposto a pedagogisti che nel demonizzare i compiti fanno pubblicità ai propri servizi. Spesso i loro slogan non hanno niente di scientifico”.

Lei punta sul valore da attribuire alle parole che usiamo. Come restituire dignità al compito?

“Se facciamo un’analisi di lessico constatiamo che la nostra società si basa sulle parole, la società viene definita dalle parole che diamo tutti i giorni. Lo abbiamo visto nella storia della letteratura. Dante ha fatto politica con la Divina Commedia. Quello che dico è che intanto dobbiamo stare attenti all’uso della parola per evitare allarmismi, per cercare di capire quale sia l’importanza del compito”.

In effetti i genitori spesso s’interrogano sul significato da dare ai compiti

“I genitori non sono esperti di scuola. Vedono che la scuola non sta svolgendo il suo ruolo proprio perché dà tanti compiti. Tuttavia è la qualità che conta, non la quantità. Ma i compiti sono la sostanza della competenza. Il compito è il banco di prova di una serie di apprendimenti che giocoforza necessitano di essere consolidati. Sfido chiunque a trovare un allenatore che non assegni programmi rigorosi di allenamenti costanti e ben definiti per ottenere i risultati attesi. Al soggetto spetta la responsabilità di scegliere, sulla base della possibilità di frequenza della palestra, se e come svolgerli anche fuori dalla palestra”.

Del resto l’allievo che va a lezione di chitarra da un maestro non farà molti progressi se non si sarà allenato a casa durante la settimana

“Esatto. E’ lo slogan Basta compiti che non va bene. E’ restare in superficie che non va bene. Ci si chiede: perché si danno tanti compiti, se è nei diritti di ogni bambino trascorrere le vacanze con genitori e amici?”

Lei non ha assegnato compiti?

“Io ho dato i compiti alla mia classe, sono delle proposte, quattro in tutto. Scegliete voi quali fare, come e quando. Mio nipote invece ha anche compiti di religione e di inglese in prima primaria. E’ importante il compito, se dato con professionalità, come tutte le cose. Non posso non allenarmi con la chitarra, come diceva lei, però vanno indicati nella giusta misura tenendo conto dell’età, e di quello che il bambino può fare da solo”.

In genere le maestre e i maestri confidano molto sulla collaborazione fattiva dei genitori nella gestione dei compiti

“E invece io dico alle famiglie: non vi sostituite ai bambini, sono loro che diranno a me maestra non l’ho capito o non l’ho voluto fare perché non ho avuto tempo. Un’altra caratteristica del compito è che poi va corretto. Da me c’è un’organizzazione sociale della classe e i miei bambini quando ogni martedì rientro a scuola prendono il libro e guidano la correzione dei compiti. Loro rileggono la lettura e dicono quali sono le risposte corrette e così parte la discussione. E’ importante capire quale sia la sostanza da dare al compito”.

I compiti hanno molto a che fare con l’acquisizione delle tante competenze degli alunni. La scuola è sempre attrezzata su questo fronte?

“La Commissione europea ha istituito le LifeComp, che intendono proprio sistematizzare la necessità di migliorare le competenze personali, sociali e metacognitive attraverso l’istruzione e l’apprendimento permanenti, nonché promuovere le modalità di apprendimento. Il quadro è stato oggetto di diverse consultazioni. M sono competenze di cui la scuola non tiene conto. Forse ne tengono conto gli insegnanti che provengono da Scienza della formazione primaria ma gli altri non ne tengono conto. Spesso le competenze chi le guarda? Le competenze di imprenditorialità ad esempio danno degli spunti per preparare i nostri futuri dirigenti ma non si fanno. L’orientamento formativo parte dall’infanzia. Occorre abituare il bambino a comprendere che quello che sta imparando di nuovo gli deve servire nella vita. Questo sarebbe il vero compito, non i compiti compilativi le cornicette ripetitive. Tutte le scuole si devono attenere alle competenze europee. Non voglio generalizzare ma la scuola sta lavorando con il senso comune. Tutti dicono No compiti e gli altri come pecoroni seguono. Chi lo dice dovrebbe sapere che creare pregiudizi non fa bene alla scuola. E chiedere addirittura al ministro di regolamentare i compiti con una legge va piuttosto a rinforzare il comportamento di dare compiti. Io sono per la via di mezzo, non mi piacciono gli estremismi. A me piace l’idea di prendere quello che c’è di buono nei compiti”

E cosa c’è di buono nei compiti?

“Il fatto che al bambino venga data la libertà a seconda della competenza che deve richiedere un compito autentico, dove il bambino deve mettere in campo le risorse cognitive emozionali e motivazionali”

Faccia un esempio

“A Natale ci si ritrova tutti. Allora si può far scegliere allo studente di fare un’intervista ai nonni, chiedere loro quali regali avessero chiesto ai loro tempi a Babbo Natale, per far diventare il compito attrattivo. Se si fa questo, occorre trovare le domande giuste, scriverle, ascoltare e scrivere le risposte e poi revisionare il testo. E’ un compito di realtà in cui ci sono tante competenze da mettere in atto e in più è motivante. Quella che deve cambiare è la postura dell’insegnante rispetto all’assegnazione del compito. Spesso non ci si chiede: i compiti servono? Il potenziamento e allenamento servono. Pensiamo a quando facciamo scuola guida. Cosa facciamo? Facciamo tante guide fino ad automatizzare i movimenti e le manovre, quindi il compito serve. Sparare slogan No compiti destabilizza le famiglie e gli studenti poiché la scuola deve essere un luogo che orienta, accultura, emancipa e in quel modo non si fa. E’ necessario che i processi cognitivi e non solo di apprendimento si automatizzino e si consolidino. Io riparto sempre dai compiti che assegno ogni volta. E’ importante per il docente capire quel che sta facendo. La scuola è un ambiente complesso a legame debole”

Che cosa significa ambiente complesso a legame debole?

“L’espressione indica che nella scuola è difficile rendere tutto chiaro e lineare perché non è possibile farlo. Non lo è, per la complessità del capitale umano, perché le classi sono costitute da vari bisogni speciali, anche da studenti plus-dotati che hanno bisogno di essere attenzionati. Quello che è importante è capire cosa devo allenare. Allo stesso modo di quando se faccio chitarra devo capire su che cosa devo afre esercitare. Bisogna scomporre la competenza e sulla base di quegli elementi che la compongono andare a organizzare il compito e non è detto che sia necessaria la quantità”.

Quand’è che i compiti diventano stressanti?

“Come ho scritto anche nel mio articolo, questo succede quando sopraffanno lo studente e lo privano di tempo libero e ricreativo. Quando sono compilativi, ripetitivi e demotivanti e servono a “completare il programma”. Quando sono completamente scollegati dalla metodologia di insegnamento e di apprendimento. Quando non rispettano le neurofisiologia e psicologia dell’apprendimento per classe ed età frequentata. Quando vi è uno scollamento tra scuola e famiglia per mancanza di fiducia e di sintonia. Quando si assume il preconcetto del compito come fatica e privazione della libertà e viene imposto. Quando non sono collegati con il programma svolto a scuola”.

Non dovrebbero essere dati compiti su programmi non svolti

“A questo proposito c’è una moda per cui… Non sono riuscito a fare una parte del programma e la do per le vacanze. Se in classe quell’argomento non è stato affrontato è inutile assegnarlo, a meno che non sia una flipped classroom, una classe capovolta. In quel caso si assegnano a gruppi di studenti i quali al rientro a scuola presentano i prodotti di studio, cioè discutono sul come siano riusciti a svolgerli. Ma là siamo su altri metodi e su altri paradigmi. Tutto l’insegnamento deve essere svolto in modo che non sia lasciato al caso”.

I suoi alunni scrivono molto?

“I miei bambini scrivono tanto. Dipende come abitui i bambini a imparare, io dico sempre: voglio che utilizziate la vostra testa. Spesso però i bambini sono fissati per cancellare ciò che hanno scritto in maniera errata quando io invece ho chiesto di non cancellare. Dobbiamo lavorare sull’errore, non è possibile che la scuola proceda senza considerare l’errore. Il pedagogista Franco la Rocca, nel suo libro intitolato Nei frammenti l’intero dedica un capitolo all’elogio dell’errore. Sostiene quanto sia importante affrontare l’errore nell’apprendimento, perché l’errore ci fa inciampare e l’inciampo ci fa stare attenti a non sbagliare nel futuro. Fu il primo a parlare, poi ne ha parlato anche Vittorino Andreoli”

Quindi lei è contraria alla penna cancellabile, però è sempre più in uso tra i bambini della primaria…

“Sono assolutamente contraria. La penna cancellabile è un’operazione di marketing”.

Lei sostiene che i compiti diventano stressanti anche quando non rientrano nella zona di sviluppo prossimale dell’alunno. Che cosa significa?

“Guardi, i compiti producono stress quando creano frustrazione. Può essere che in alcuni bambini quando il compito da svolgere è sopra le proprie capacità diventi sfidante. Ma questo non vale per tutti. Bisogna avere rispetto della zona di sviluppo prossimale. Vuol dire che il compito che assegna l’insegnante deve essere leggermente più complesso ma che rientra sempre nella sua zona di sviluppo prossimale come pure scrisse lo psicologo russo Lev Semënovič Vygotskij”

Altrimenti i bambini rischiano di sentirsi non adeguati?

“Esatto. Se il concetto è troppo al disopra delle competenze non va bene. Se prendiamo l’esempio di un bambino di prima, gli darò una paginetta da leggere, non dieci. Faccio un altro esempio: se vengo avviata a un saggio di danza, ma non sono stata preparata secondo le competenze richieste, è certo che la frustrazione sarà enorme”.

Eppure non mancano i genitori che chiedono di più

“E’ una richiesta legittima per i plus-dotati. Ma c’è il luogo comune che se il compito non viene dato il docente non è bravo. Il fatto è che il compito ha una funzione pedagogica: deve aiutare i bambini ad assumersi le proprie responsabilità ma dev’essere dato con i sacri crismi. Non può essere che si diano mille compiti per i quindici giorni di vacanza poiché questo incentiverebbe la fobia per la scuola. Bisognerebbe lavorare nell’ottica dello scegli tu. Io ad esempio do i compiti per livelli di competenza”

Cioè?

“Do due tre compiti, da quello più semplice a quello più complesso. C’è la bambina che decide di farli tutte e tre e che poi magari mi chiede: ho sbagliato a farli tutti e tre?”

Secondo lei esiste il problema della secondarizzazione della scuola primaria?

“Questo è un altro rischio. Il tema è dibattuto da sempre. Perché purtroppo non si progetta bene l’azione didattica. Il cuore dell’insegnamento è la progettazione didattica. Per quella progettazione devo tenere conto della tipologia degli studenti, di come è composta la classe, di cosa voglio fare apprendere. Quando questa posizione supera la progettazione e lo faccio a naso si rischia di secondarizzare. E al contrario, alla secondaria di primo grado poi si chiedono: ma come mai non danno compiti alle medie? E’ possibile che facciano tutto in classe? Pensi solo alla confusione che c’è nella scuola italiana, senza voler generalizzare. Anche alla scuola dell’infanzia hanno un quaderno dove scrivere, nell’ultimo anno …”

E neanche questo va bene?

“Non è che non vada bene. E’ che è un sintomo della società della performance. Avranno fatto un sacco di allenamento in pregrafismo ma in realtà occorrerebbe prima imparare a leggere e non a scrivere”.

Secondo lei nei genitori c’è un eccesso di iperprotettività?

“Quando io andavo a scuola non era concepibile l’idea che le difficoltà te le avrebbe risolte il genitore. Forse eravamo troppo esposti, ma non si andava dai docenti in difesa. Oggi invece la società è diventata molto rischiosa e i genitori sono iperprotettivi perché ci sono troppi rischi. Il risultato? Abbiamo alunni disorientatissimi. Per ogni difficoltà dei loro figli mi chiedono: lo faccio vedere da qualcuno? Io rispondo: aspettiamo. Siamo subito pronti a risolvere i loro problemi e loro crescono con tante insicurezze. Lo vedo anche all’università”.

Sono davvero fragili gli studenti all’università?

“Io dico loro: voi dovete pensare che dovrete essere il punto di riferimento di genitori e di bambini. Quindi abbiate spalle aperte, sorriso e soprattutto il coraggio di affrontare la realtà degli alunni che abbiamo nelle nostre mani. Possiamo fare danni seri anche se non siamo nel campo medico”.

Le mie cinque domande sulla scuola e sui compiti

Di Maria Grazia Paglialunga

Di indagini e articoli scritti sulle due posizioni, spesso contrastanti, sui compiti a casa, credo se ne sia parlato molto e in ogni orientamento e ruolo sociale (dirigenti, pedagogisti, psicologi). Ritengo che vi siano delle verità o delle cognizioni fondate sulla dignità del compito. In questo articolo mi piacerebbe dare il mio contributo per fare chiarezza su alcune questioni importanti che trasversalmente toccano la valenza e la validità dei compiti a casa.

Question 1: la sostanza delle parole.

Innanzitutto credo che la parola compiti sia stata inflazionata e non a caso. Con i miei alunni e/o studenti non mi piace parlare di compiti sia che si tratti di svolgerli in aula, sia a casa. Mi piace utilizzare la parola allenamento o l’espressione esercitazione di potenziamento. Ho attuato una specie di decantazione o purificazione educativa-pedagogica del termine, poiché sempre associato nel senso comune a fattori di sacrificio, perdita di tempo, fatica estrema, e così via. Perché? Come si è arrivati a questo?

Oggi nei contesti scolastici e non, in cui si parla di scuola e dintorni, le parole riempiono spazi, colpiscono il senso comune, creano pregiudizi e una grande confusione educativa e pedagogica. E spesso a farlo sono proprio gli addetti ai lavori e/o gli esperti di scuola che ricordo essere il posto, dopo quello della famiglia, dove si formano le coscienze dei futuri cittadini che reggeranno le società…con i loro pensieri.

Le parole sono chiari indicatori della mentalità di un tempo. Il linguaggio non solo definisce chi siamo, ma anche le caratteristiche dell’epoca stessa che lo ha generato. In un articolo, Maria Francesca D’Amante, Sul paradigma della competenza in educazione. La prospettiva di Philippe Perrenoud, afferma che “la parola è figlia del proprio tempo e spesso madre delle nostre sensibilità: essa come speculum spiritualis riflette lo zeitgeist, ma si fa anche portatrice di germi del futuro, annunciando nuovi itinerari che lo stesso spirito del tempo si troverà a dover percorrere, non sempre certo di uscirne immutato. Le parole ci interrogano e ci chiedono di essere interrogate, ci invitano a guardarle dentro per scorgere abissi di senso là dove appaiono come flatus voci. Sono parole icastiche alle quali si assegnano funzioni rappresentative che documentano cambiamenti e sintomi di una società, frutto di costumi e di psicologie collettive”.

Cosa accade oggi? Quante parole scritte, parlate, urlate, spiattellate sui muri hanno densità semantica? Quale eredità lascerà la parola compiti ai posteri? Cosa penseranno i nostri posteri?

Le parole spesso veicolano pensieri che a volte sono scarsamente densi, poco sostanziosi. Immaginate una scatola di deliziosi cioccolatini, ben confezionata per attrarre gli acquirenti. Ogni cioccolatino a sua volta è bene incartato: non vedete l’ora di gustarvelo. Ma, accidenti, al momento in cui lo scartate scoprite che è disgustoso o, peggio ancora, non trovate nulla. Insomma, ha deluso le vostre aspettative. Non sempre a dire il vero. Perché per dire che ha deluso le aspettative del palato dovremmo avere la consapevolezza e la piena padronanza delle conoscenze sugli ingredienti che lo compongono.

Ecco! È questo che succede in questa epoca storica della liquidità e del disimpegno: parole ad effetto, a briglia sciolta, che devono convergere con il senso comune, destare interesse fine a se stesso e fare proseliti: non si possono demonizzare i compiti con un taglio secco: basta compiti!

Question 2: quali compiti? Cosa sono?

A mio avviso, è necessario operare un affondo maggiore: come e dove? Andando a leggere e a documentarsi solo su ricerche scientifiche sul campo. I compiti esistono e sono il sostrato (Devoto-Oli: in filosofia, termine usato per indicare la sostanza nel suo valore originario e costante rispetto ai suoi attributi.) della competenza, se rimaniamo aderenti alla normativa scolastica (Indicazioni Nazionali 2012, 2018, Raccomandazione del Consiglio europeo del 22 maggio 2018 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente-Testo rilevante ai fini del SEE (2018/C 189/01), ecc.) e agli studi autorevoli in letteratura scientifica sul fare scuola oggi, in una società che richiede non solo di sapere e saper manipolare una quantità notevole di informazioni, ma anche di saper essere e saper fare con le informazioni a disposizione.

In altre parole, per lavorare e vivere nel XXI secolo nella società globalizzata, è richiesto al soggetto di impegnarsi per acquisire le competenze essenziali necessarie (alfabetica funzionale; multilinguistica, matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; digitale; personale, sociale e capacità di imparare a imparare; competenza in materia di cittadinanza; imprenditoriale; competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali) per lo sviluppo personale, l’inclusione sociale, la cittadinanza attiva e l’occupazione. La Raccomandazione Europea 2018 sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente elabora un quadro concettuale, le LifeComp, per la competenza chiave “Personale, Sociale e dell’Imparare ad Imparare”, destinato a sistemi di istruzione, studenti e discenti, in generale.

Perché le LifeComp? Con quale intenzionalità vengono elaborate?

Le LifeComp intendono proprio “sistematizzare la necessità di migliorare le competenze personali, sociali e metacognitive attraverso l’istruzione e l’apprendimento permanenti, nonché promuovere le modalità di apprendimento. Il quadro è stato oggetto di diverse consultazioni, nel corso delle quali si è deciso di definire tre aree che comprendessero ciascuna tre competenze. Ogni competenza ha tre descrittori, che seguono il modello “consapevolezza, comprensione, azione”. Questo modello tridimensionale costituisce la vera finalità del compito o allenamento.

È necessario, quindi, sapere che esistono diverse tipologie di compiti con diverse funzioni, valenze e validità.

I compiti inerenti l’elaborazione cognitiva e l’applicazione e il transfer cognitivi costituiscono un momento dedicato in cui allenare, potenziare, esercitare le conoscenze, abilità e le competenze apprese, a casa e/o a scuola, per acquisirne maggiore padronanza per tutto il periodo di vita.

I compiti inerenti l’attivazione, la verifica, la valutazione e l’autovalutazione degli apprendimenti si svolgono in contesti formativi intenzionali, come la scuola, e costituiscono le precondizioni indispensabili per co-costruire apprendimento secondo una logica educativo-didattica di dare senso e significatività non solo a ciò che si apprende, ma anche alle modalità e ai processi con cui si apprende. Ovviamente la valutazione deve essere formativa, dare un feedback chiaro di cosa e come si può migliorare per raggiungere un livello maggiore di expertise. Qui non mi riferisco certo solo alla performance, ma anche e soprattutto alle attitudini e ai processi attraverso cui si apprende.

Entrambi i tipi di compito devono essere sfidanti, motivanti e appropriati in base alle risorse personali e materiali, ai tempi e agli spazi del soggetto: le situazioni-problema o i compiti di realtà o autentici rientrano in questo tipo di compiti. I compiti devono essere inclusivi, lasciando un margine di scelta allo studente e alle famiglie nel rispetto delle caratteristiche e bisogni della situazione di vita di ogni soggetto.

I compiti devono tener conto del carico cognitivo e, di conseguenza, del funzionamento della mente del soggetto per evitare il fenomeno della dispersione cognitiva che si verifica quando lo studente esperisce scarsa autoefficacia e impiego di tempi molto dilatati di apprendimento. I compiti andrebbero assegnati ad personam o per categorie di apprendimento in una classe di studenti: dal semplice al complesso a seconda del livello delle competenze apprese.

Gli studenti vanno guidati ad avere consapevolezza dei processi di apprendimento che sono il cuore sia dell’azione didattica che di quella formativa. Nel 1994 il sociologo Guy Le Boterf, 1994 nel saggio De la compétence: essai sur un attracteur étrange (Paris, Les Éditions d’Organisation) parla di competenza non come uno stato, ma come un processo determinato dalla mobilitazione delle risorse del soggetto nella sua totalità (conoscenze, abilità, capacità innate, atteggiamenti e disposizioni) e che si configura come un saper agire (o reagire) in una determinata situazione, in un determinato contesto, allo scopo di conseguire una performance, sulla quale altri soggetti dovranno esprimere un giudizio (In Trinchero Roberto, 2018, Rizzoli Libri S.p.A., Milano). È proprio questo processo che permette di assegnare senso alle situazioni in cui il soggetto si troverà ad agire, a prendere decisioni appropriate, a progettare le azioni e a portarle a termine nei tempi e negli spazi richiesti, realizzando così, attraverso l’integrazione di nuove e vecchie conoscenze e abilità, strutture di conoscenza coese e interrelate (Trinchero Roberto, 2018, Rizzoli Libri S.p.A., Milano). Si tratta di apprendimento esperenziale o esperienze di apprendimento in cui il soggetto è interamente coinvolto, immerso.

Question 3: Ma quando è il momento di svolgere gli allenamenti o i compiti a casa?

Non esiste un momento piuttosto che un altro, poiché il compito cognitivo è un processo di destrutturazione e ristrutturazione continua nell’arco della giornata, anche nel fare concreto.

Nei processi scolastici, il compito può essere utile nella fase di trasferimento di quanto appreso in contesti nuovi, inediti in cui il soggetto deve aver interiorizzato in modo profondo le conoscenze e le abilità. Il compito potrebbe essere, ad esempio, quello di intervistare un parente su quell’argomento per confrontarsi, discutere per argomentare e saper sostenere la propria posizione. È nel momento in cui deve applicare che lo studente metterà in campo le risorse consapevoli non solo di interpretazione del compito (cosa devo affrontare? Risolvere?), ma anche di azione autonoma, vera e propria, di autoregolazione emotiva, motivazionale e cognitiva (come posso fare? Posso considerare diverse modalità?).

Già con i bambini più piccoli svolgo, sistematicamente e indipendentemente dalla disciplina, delle conversazioni guidate o circle time per far riflettere su “cosa hanno appreso” in quella settimana; su cosa vuol dire “imparare per sempre e per la vita”: a cosa serve ciò hanno imparato in quella settimana? E come, dove lo applicherebbero? Con chi vorrebbero discuterlo? Su cosa vuol dire assumersi la responsabilità di imparare e crescere, migliorarsi e come si intende farlo.

Dai bambini, e anche dagli studenti più grandi, vengono fuori delle inferenze molto interessanti e profonde: perché chi è dentro nei processi di apprendimento sa che non si può imparare bene se non si adotta la responsabilità della propria crescita.

Lascio che siano i bambini a scegliere di svolgere i compiti e di motivare perché non li hanno svolti o li hanno svolti in parte. La lezione successiva si innesta sulla condivisione delle difficoltà o dei punti di forza dell’allenamento svolto: sono i bambini che a turno conducono la cosiddetta correzione, che in realtà è un rinforzo dei concetti appresi a scuola ed esercitati in un contesto intimo, silenzioso o quantomeno familiare. Raccontare, narrare la propria esperienza di apprendimento ai familiari è un allenamento proficuo che propongo ai miei bambini perché narrando si ridefinisce il proprio sé e il proprio apprendimento dandogli spessore e importanza, valore. I genitori non possono e non devono sostituirsi alla scuola. Non accade in nessun altra professione, perché non eticamente accettabile.

Per le vacanze si possono consigliare, proporre degli allenamenti sulla base delle aree di sviluppo del curricolo di quell’anno o periodo, ad esempio cinque. Poi chiedere agli studenti di scegliere tra quelle cinque, due o tre allenamenti sulla base della valutazione oggettiva del docente o del genitore e della loro autovalutazione delle competenze deboli o di quelle più consolidate.

Il compito è il banco di prova di una serie di apprendimenti che giocoforza necessitano di essere consolidati. Sfido chiunque a trovare un istruttore di fitness che non, e sottolineo non, assegni programmi rigorosi di allenamenti costanti e ben definiti per ottenere risultati in termini di prevenzione e di benessere psico-fisico, oltre che estetico. Al soggetto spetta la responsabilità di scegliere, sulla base della possibilità di frequenza della palestra, se e come svolgerli anche fuori dalla palestra.

Question 4: quando i compiti possono costituire stress e non dare buoni frutti?

https://www.indire.it/aesse/content/index.php?action=read_school&id_m=3472

Question 5: responsabilità distribuita dell’istruzione: politiche sociali, famiglie, scuola.

La società digitale offre moltissime opportunità formative che la scuola deve saper cogliere in modo attivo e dinamico in ottica preventiva e regolamentata. Ritornando al lavoro delle Governance e della Commissione Europea, nel luglio 2016 è stato lanciato nell’ambito della New Skills Agenda for Europe (EUROPA.EU/!PN98BM) il quadro delle EntreComp, 15 competenze chiave adatte a tutti i percorsi e progetti di vita, individuali e collettivi, ed edificano un ponte tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro professionale. Il quadro, se applicato in tutte le scuole a partire dalla scuola dell’infanzia, prevede in totale 60 fili tematici, ognuno dei quali si articola in otto livelli di competenza, sfociando in 442 possibili risultati di apprendimento.

Se il compito offrisse l’opportunità di applicare processi di pensiero come ricordare, comprendere, applicare, analizzare, valutare, creare ai vari tipi di conoscenza: conoscenza fattuale, conoscenza concettuale, conoscenza procedurale, conoscenza metacognitiva (Trinchero, 2018), allora si smetterebbe di demonizzare “il compito” e gli si restituirebbe dignità sociale, educativa e psicopedagogica.

Lo stesso ruolo sociale della funzione docente ne guadagnerebbe in dignità.

È il fare scuola in modo nasometrico o approssimativo, sommario che rende la scuola un luogo da cui difendersi, da cui fuggire come si vede spesso. La professionalità all’interno della scuola va di pari passo con la forza progettuale e attuativa di seguire i tempi e attualizzarli con coraggio, dentro la scuola, per rendere gli studenti resilienti e capaci di comprendere profondamente e in modo condiviso, ricorsivo e reticolare le conoscenze, le abilità, le attitudini in prima persona, immersi nell’esperienza formativa a cui ritornare per riflettere sui propri saperi per investirli. Come? Proprio scoprendo e agendo sulle opportunità e le idee per trasformarle in valore sociale, culturale, finanziario o di altra natura.

www.entrecompeurope.eu

Il senso comune, e legittimamente i genitori, diventano iperprotettivi nei confronti dei figli proprio perché, come da una platea teatrale, osservano da fuori ciò che accade dentro la scuola e lanciano segnali di allarme per far capire che la direzione in cui si sta andando è deragliata o addirittura contro i tempi.

La questione diventa così un circolo vizioso, tossico: si demonizzano elementi importanti dell’apprendimento e delle azioni scientifiche di insegnamento a scapito della sana formazione dei futuri cittadini a cui va il carico della mis-società che hanno ereditato.

Lo slogan, a mio avviso, è: restituire dignità al compito se ben regolamentato, distribuito nel tempo, dotato di senso e di qualità. La quantità riempitiva depaupera la forza e la valenza del compito che peraltro prepara alla vita dei diversi ruoli sociali e personali, e quindi andrebbe valorizzato a casa come a scuola. Fuggire da un compito è qualcosa che viene appreso negli anni, quando si sente che quel compito non serve perché sterile.

Al docente spetta la responsabilità di attuare al meglio delle sue potenzialità il diritto allo studio sancito dall’art. 34 della Costituzione Italiana. È anche un dovere per gli studenti nell’impegnarsi con responsabilità a individuare i modi, i tempi, gli spazi per esercitarlo in tutte le sue sfaccettature.

WhatsApp
Telegram

Corsi di Formazione in Coaching e Mentoring per i docenti delle scuole con LEARNING COACH SOLUTIONS