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Neurodiversità a scuola: la sindrome di Asperger, studenti con DSA. Un punto di vista e alcuni consigli pratici

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Nella scuola siamo ormai da tempo abituati a sentir parlare di disturbi specifici dell’apprendimento e, specie chi si occupa di sostegno, anche di ADHD, di autismo e probabilmente di sindrome di Asperger.

Quello che può essere utile sapere, anche per migliorare il proprio modo di rapportarsi a ciascuno studente nella sua specificità, è che esiste un paradigma comune che dà una prospettiva di comprensione di queste “difficoltà”.

Il paradigma della neurodiversità

La neurodiversità è un approccio, un modo di guardare a quello che comunemente chiamiamo appunto con le parole disturbo, sindrome, che sono termini medici.

Il termine è stato coniato nel 1998 dalla sociologa australiana Judy Singer, e da allora rappresenta un vero e proprio movimento, che sottolinea come esistano persone che hanno un funzionamento neurologico differente dalla maggior parte delle persone, ma non per questo “malato”.

Si parla così di persone neurodiverse e persone neurotipiche, implicando una differenza statistica che a sua volta si basa sulla consapevolezza, sempre più supportata dalle neuroscienze, che ogni persona ha un suo specifico funzionamento neurologico.

Le necessità di classificare i sintomi, utili alla clinica e all’organizzazione sociale, portano ad includere sotto l’ampia definizione di neurodiversità il disturbo dello spettro autistico, dislessia, discalculia, disprassia, sindrome di Tourette, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Nelle precedenti classificazioni era inclusa anche la sindrome di Asperger, che ora è inclusa nello spettro dell’autismo.

Questo “etichette” compaiono nei sistemi classificatori che i clinici usano per fare diagnosi, ad esempio nel DSM-5, che è l’ultima versione del manuale diagnostico e statistico dei dsiturbi mentali, redatto dagli psichiatri americani; sono tutte incluse nei disturbi del neurosviluppo, perchè in effetti alcune manifestazioni si possono cogliere già nei primi mesi di vita; se essi, tuttavia, rispecchiano un particolare assetto neurologico della persona, questo non cambierà improvvisamente al diciottesimo anno di età, ma accompagnerà tendenzialmente la perosna per tutta la vita, sia pure con diverse strategie di adattamento e con molte possibilità di una vita per molti aspetti simile a quella delle persone neurotipiche.

La sottolineatura sulla diversità e non sulla patologia, è dettata dal fatto che spesso queste persone hanno delle risorse notevolmente più sviluppate dei loro coetanei neurotipici in specifici ambiti, accanto a difficoltà altrettanto specifiche: una persona dislessica, ad esempio, ha certamente difficoltà nella lettura, ma potrebbe avere tranquillamente una mente molto “brillante” in termini di capacità intellettive; sono noti alcuni personaggi famosi, decisamente “geniali”: Leonardo da Vinci, Mozart, Albert Einstein, Thomas Edison, Napoleone, Pablo Picasso, Steve Jobs…

Non bisogna quindi confondere una neurodiversità con un deficit intellettivo, che di per sé è un’altra questione e ha un altro inquadramento diagnostico, anche se ovviamente può, in alcuni casi, essere contemporaneamente presente.

Così si esprimeva nel 1938 Hans Asperger:

“Non tutto ciò che non è allineato, e dunque ‘anormale’, deve necessariamente essere ‘inferiore’.

Va anche considerato il punto di vista teorico alla base del concetto di neurodiversità: una persona è neurodiversa in rapporto ad una società costruita da e per persone neurotipiche.

Pensiamo di nuovo al caso della dislessia: in una società, come sono state quelle di tante epoche precedenti alla nostra, basata sull’oralità, certamente la dislessia non poteva emergere come tratto problematico, mentre lo è molto di più nella nostra cultura molto basata (ancora, nonostante tutto) sul testo scritto. D’altra parte spesso una persona con dislessia ha ottime performance in compiti visivi, soprattutto di tipo tridimensionale.

La neurodiversità a scuola

Dobbiamo avere consapevolezza del fatto che la scuola, nonostante i passi enormi fatti, specialmente in Italia, sull’inclusione, l’individualizzazione, la personalizzazione, rimane inevitabilmente un’istituzione pensata e organizzata per persone neurotipiche.

Eppure proprio la scuola può essere una risorsa incredibilmente feconda innanzitutto per individuare quei segnali che possono aiutare le famiglie nell’inquadramento di un funzionamento neurodiverso del loro figlio, e per creare un ambiente in grado di valorizzare la specificità di ognuno.

Occorre naturalmente saperne qualcosa, almeno a livello generale, avere una buona capacità di mentalizzazione e di immedesimazione per cogliere le cognizioni e le emozioni delle alunne e degli alunni neurodiversi. Qualche volta questo può essere un vero cambiamento di prospettiva.

Piuttosto che concepire l’apprendimento e il comportamento sociale come un continuum in cui fissare in un punto, con un voto, il funzionamento di una persone, potrebbe essere più interessante una visione ramificata, in cui ad esempio un bambino, una ragazza, un adolescente, possono avere una difficoltà nel rimanere attenti e saper svolgere più compiti contemporaneamente – potrebbe essere il caso dell’ADHD;

potrebbero avere una grande difficoltà nel relazionarsi con i compagni e una grande precisione nello svolgere determinati compiti – può accadere nel caso della sindrome di Asperger.

Il caso dell’Asperger

E’ rappresentativo dell’approccio della neurodiversità il caso dell’Asperger. Se infatti sul tema dei DSA esiste ormai una cultura abbastanza diffusa nella scuola italiana, questo potrebbe essere un caso in cui è utile saperne qualcosa di più.

La parola “Asperger” è scomparsa dal linguaggio diagnostico ufficiale a partire dal DSM-5, nel quale è stato incluso tra i disturbi dello spettro dell’autismo. Alcune caratteristiche sono in effetti condivise con l’autismo così come rappresentato nell’immaginario collettivo, sia pur in un grado di minore gravità: in particolare un deficit nella comunicazione sociale e nelle interazioni sociali. Tuttavia, rispetto all’autismo più grave, nell’Asperger non abbiamo compromissione intellettuale e nel linguaggio; anzi, in alcuni casi la persona ha un alto funzionamento intellettivo.

Tony Attwood, considerato il maggior esperto mondiale di Asperger, lo definisce così:

Le difficoltà di comprensione sociale, la limitata capacità di sostenere una conversazione reciproca e un intenso interesse per un argomento specifico sono le caratteristiche distintive di questa condizione. Forse il modo più semplice per capirla è pensare che descrive persone che percepiscono e pensano il mondo in modo differente dagli altri.” (Tony Attwood, Guida completa alla sindrome di Asperger, ed. EDRA).

Avremo dunque vanti una persona che è in difficoltà nell’intessere relazioni sociali, nell’iniziare una conversazione con altre persone e nell’inserirsi in essa. Ha spesso un interesse specifico che lo assorbe completamente, in cui si sente realizzato e in cui cessa l’ansia provocata dalle situazioni sociali.

Diversi personaggi famosi hanno dichiarato di essere Asperger, ad esempio la cantante Susan Boyle e Greta Thunberg; spesso lo hanno fatto in modo toccante e con un racconto commovente della loro storia di vita, anche perchè spesso l’Asperger viene diagnosticato ben oltre l’infanzia e la giovinezza, e questo porta ad affrontare diverse difficoltà con il mondo dei neurotipici, senza capirne l’origine; è il caso ad esempio della scrittrice Susanna Tamaro.

L’Asperger a scuola

Un alunno che sembra taciturno, che non lega con i compagni, che all’intervallo se ne sta da solo in disparte, ma che magari in famiglia dialoga normalmente; che ha un interesse particolare, magari per un certo tipo di fumetti o per uno strumento musicale; che non ha deficit cognitivi, ma che anzi magari eccelle in una materia specifica (ad es. nel disegno tecnico)…è con buona probabilità un alunno con sindrome di Asperger.

Le stime sulla prevalenza nella popolazione sono discordi, aggravate dal fatto che la sindrome di Asperger rientra ora nella più generale diagnosi di autismo; alcuni parlano dell’1% sulla popolazione generale, altri di un soggetto su 250. Ma Tony Attwood, che abbiamo già incontrato, sostiene che il 50% delle persone con sindrome di Asperger non viene diagnosticata.

Mettendo insieme questi dati si può facilmente concludere che non è così improbabile avere in classe un bambino o un ragazzo con questa neurodiversità.

E’ importante innanzitutto conoscerne i sintomi, così come abbiamo imparato negli anni molto di più sui vari DSA. Non spetta naturalmente agli insegnanti fare diagnosi, e lo spettro dell’autismo, Asperger compreso, sono materia di neuropsichiatri infantili e psicologi esperti in questo ambito.

Avere tuttavia una sensibilità rispetto al tema della neurodiversità può tuttavia essere di grandissimo aiuto, sia per poter collaborare con la famiglia, sia per portare il punto di vista di quel contesto sociale così peculiare quale è la scuola, considerato che stiamo parlando di difficoltà che hanno il loro epicentro proprio nel funzionamento sociale.

Ovviamente in presenza di diagnosi si seguiranno le indicazioni previste dalla legislazione scolastica; ma più spesso, dove la diagnosi è assente, si potrebbe valutare la redazione di un PDP come situazione di Bisogno Educativo Speciale, tenendo conto appunto della peculiarità del funzionamento, anche scolastico, del soggetto.

Va tenuto anche conto del fatto che purtroppo, in Italia in particolare, non esiste una grandissima cultura sul tema dell’autismo, neanche a livello istituzionale: spesso un adolescente Asperger che incontra professionisti della salute mentale, magari perché la famiglia o lui stesso sono preoccupati per le difficoltà che abbiamo descritto, o per la fatica complessiva nell’andare a scuola, non necessariamente riceve una diagnosi corretta.

Accade spesso un percorso di questo tipo: un bambino con sindrome di Asperger che non riceve precocemente la diagnosi corretta cresce affrontando molte difficoltà in un mondo, come abbiamo detto, di neurotipici. I suoi comportamenti bizzarri, un po’ goffi, spesso lo porteranno ad essere vittima di bullismo e di cyberbullismo. Questo porterà a vivere le situazioni sociali con sempre più ansia, sviluppando magari disturbi dell’umore di tipo depressivo, oppure sintomi ossessivo-compulsivi, che gli servono a gestire l’ansia.

Si parla in questo caso di comorbilità, cioè di patologie psichiche coesistenti, che il più delle volte nascono in conseguenza alla difficoltà di adattamento che una persona neurodiversa incontra quando si affaccia al mondo delle relazioni sociali.

Purtroppo spesso è solo quest’ultimo aspetto che viene intercettato, e trattato con psicoterapia o con psicofarmaci. Ma la vera radice che ha portato a questi sintomi viene riconosciuta a volte molto tardi, in età adulta o avanzata.

Ogni osservazione che può arrivare, sia pure con tatto e discrezione, da maestri e insegnanti, alla famiglia, può essere un’indicazione ovviamente molto utile, magari lo spunto perché la famiglia possa poi valutare di rivolgersi a professionisti esperti di questo ambito.

Come comportarsi a scuola

In ogni caso a scuola è possibile tener conto di alcuni aspetti caratteristici; parliamo qui del caso dell’Asperger, ma ogni tipo di neurodiversità ha ovviamente le sue accortezze da mettere in atto.

Ecco alcune caratteristiche di cui ad esempio tenere conto:

  • Difficoltà relazionali: il bambino/ragazzo con sindrome di Asperger fatica a riconoscere tutti gli impliciti e le sfumature delle relazioni sociali; spesso si comporta in modo ingenuo, non sa mentire, magari non coglie l’ironia, prende tutto alla lettera, non riesce a sostenere un livello di conversazione banale e superficiale; per questo può essere facilmente oggetto di derisione o di vero e proprio bullismo. Occorre essere molto accorti rispetto a comportamenti aggressivi dei compagni; è molto utile che ci sia almeno un compagno di riferimento in grado di comprendere meglio la sua difficoltà, a cui eventualmente, a seconda dell’età, spiegare anche qualcosa sul tipo di disagio che la persona può vivere.

La condizione di una didattica a distanza rappresenta, dal punto di vista dello studente con sindrome di Asperger, la condizione ideale: può fare il suo dovere di studente senza dover vivere il contesto sociale che gli procura ansia e disagio; seguirà le lezioni probabilmente nella sua camera, e appena finita la lezione tornerà ai suoi interessi. Dove possibile, potrebbe essere utile invitare a qualche interazione, anche a distanza, almeno con un compagno di fiducia, oppure svolgere dei lavori in piccoli gruppi, dove sia possibile un coinvolgimento in una condizione più rassicurante.

  • Monotonia o interessi bizzarri: spesso ci sono temi o argomenti specifici sui quali lo studente si concentra in maniera che pare ossessiva trascurando tutto il resto; potrebbe essere utile cercare qualche aggancio con le materie di studio per valorizzare questo suo interesse, o magari, a seconda dell’età, dare dei tempi in modo che non diventi totalizzante.
  • Concentrazione e attenzione: possono esserci dei deficit di attenzione, oppure lo studente sembra seguire, ma in realtà rimane ad un livello di apprendimento soltanto mnemonico, mancando una reale comprensione. Soprattutto in caso di didattica a distanza, può essere utile chiedere dei feedback frequenti, sempre però tenendo conto della difficoltà ad esporsi davanti agli altri.
  • Ipersensorialità: un’altra caratteristica è la grande sensibilità agli stimoli sensoriali; tipicamente rumore e confusione possono avere un effetto così amplificato da risultare insopportabili per una persona con sindrome di Asperger che spesso, se in classe c’è un po’ di caos, può tapparsi le orecchie o mostrare chiari segni di disagio. Qui occorre sensibilizzare i compagni, cercare in ogni caso di tenere un tono di voce calmo e rassicurante. Se si fa lezione in didattica a distanza, i vari problemi di connessione, specialmente quelli con l’audio, potrebbero avere un impatto amplificato; anche se spesso non si può fare nulla per risolverli, è utile comunque tenerlo presente.

Ovviamente questi sono soltanto alcuni spunti che meritano di essere approfonditi in modo specifico, ma possono servirci per comprendere l’approccio che possiamo avere quando abbiamo il sospetto, oppure abbiamo chiara e documentata evidenza, di avere di fronte alunni con una neurodiversità. Un discorso analogo si potrebbe fare per alunni che hanno uno specifico posizionamento nello spettro dell’Autismo, o con ADHD.

La didattica digitale integrata ci costringe oltretutto a ripensare caso per caso strategie adeguate ai diversi soggetti, con un lavoro nient’affatto facile ed economico in termini di tempo e di fatica.

Si apre però uno straordinario scenario di consapevolezza quando proviamo a domandarci come vede le parole un dislessico, cosa rappresenta una grandezza numerica per un discalculico, come vive un lavoro di gruppo una persona con Asperger, cosa significa seguire una videolezione per un ragazzino con ADHD.

Teniamo anche conto che esiste una grande varietà di sfumature entro cui ogni persona si può collocare, come pure consideriamo che anche gli insegnanti potrebbero avere, magari senza saperlo, tratti di neurodiversità, che incidono sui propri comportamenti, sulla gestione della classe, sull’impostazione del proprio lavoro.

La consapevolezza, la formazione, ed eventualmente il ricorso a professionisti esperti, può sicuramente essere un fattore di professionalità e un contributo alla crescita del benessere di tutti i soggetti della scuola.

MASSIMO MARTUCCI

Sono uno Psicologo, lavoro a Milano e online, e ho alle spalle diversi anni di insegnamento al liceo. La laurea in Filosofia mi ha riconfermato nell’amore per la cultura e introdotto nel mondo della scuola; quella in Psicologia mi ha avvicinato, attraverso il lavoro clinico, alla sofferenza delle persone e all’unicità di ciascuna di esse. Mi occupo di apprendimento, disagio scolastico e lavorativo, e neurodiversità.

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