Nessuna dematerializzazione è possibile, riprendiamoci la scuola

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comunicato Associazione Nazionale “Per la scuola della Repubblica”. Inviato da Anna Angelucci – Non è iniziata una nuova era Covid che deve necessariamente imporre una scuola ibrida, fatta di classi smembrate, definitiva eliminazione del tempo pieno, orari spezzati e liquefatti, insegnamenti parcellizzati, digitalizzazione e distanziamento asociale istituzionalizzati. La scuola è vita, vita attiva, in presenza e coi corpi. Nessuna dematerializzazione è possibile, riprendiamoci la scuola.

Mercoledì 3 giugno, astensione dalla didattica di emergenza: usciamo dal web, riempiamo le strade.
A Roma, assemblea pubblica a piazza dell’Esquilino dalle 10 alle 13. Per una scuola vicina, libera, viva.

Credo davvero che la misura sia colma. In queste settimane funestate dall’epidemia, sulla scuola e sulla sua ripartenza ne abbiamo sentite di tutti i colori. Associazioni, task force, gruppi di interesse: tutti si sono sentiti legittimati – o perché ufficialmente interpellati o perché politicamente sensibili alla questione – a formulare proposte per la riapertura in sicurezza a settembre. Ma adesso è arrivato il momento di intenderci su cosa (e come) mettere in sicurezza. Per quanto mi riguarda, e per quanto riguarda la stragrande maggioranza dei docenti, quella che dobbiamo mettere in sicurezza è la scuola della Costituzione.

La scuola della Costituzione non è la scuola che sta rovinosamente precipitando da anni sotto i nostri occhi, non è la scuola delle riforme berlingueriane che l’hanno deturpata nell’ultimo ventennio, non è la scuola fatta a pezzi dai più recenti draconiani e neoliberisti tagli berlusconiani. Non è la scuola delle classi pollaio, degli accorpamenti, dei dimensionamenti, della chiusura nei piccoli centri, dei muri scrostati, dei fili elettrici penzolanti, degli infissi usurati, della carta igienica che manca.

E non è certamente la scuola dematerializzata e confinata in un insopportabile lock in digitale dall’emergenza sanitaria. Questa scuola-non-scuola si è resa necessaria solo come surrogato rispetto all’ipotesi di un totale abbandono. Tutti siamo stati obbligati a stare a casa, sollecitati addirittura provocatoriamente a stare sul divano per un tempo insopportabilmente lungo. Ma la scuola non poteva e non doveva fermarsi. Nessun docente avrebbe accettato di abbandonare i propri studenti al loro destino per mesi. Così, rocambolescamente ma volenterosamente, la scuola si è riorganizzata da remoto, anche senza l’appoggio tecnico immediato del Ministero, rischiando di affogare in uno tsunami di indicazioni e circolari, centrali e locali, contrastanti e contraddittorie. Ma in moltissimi casi si è attivata più velocemente di tante banche, di tanti uffici pubblici e di tante aziende private. Lo si dica, che diamine! Con i propri mezzi, i propri strumenti, la propria connessione, i docenti hanno tessuto, come potevano, il loro filo d’arianna con gli studenti, cercando di insegnare faticosamente a distanza quanto non si può imparare se non in presenza.

Nel mentre, un profluvio di interventi, pareri, opinioni, consigli, suggerimenti da parte di economisti, intellettuali, opinionisti e varia umanità: tutti accreditati, tutti esperti, tutti portatori di verità. O invece, portatori di interesse?

Ai documenti tecnici, le cui parole d’ordine e denominatore comune sono ‘innovazione tecnologica’, ‘competenze per il lavoro’, ‘sfida per il cambiamento’ (che, senza essere nostalgici della predella o fanatici luddisti, significano semplicemente meno psiche e più techne per tutti gli uomini a una dimensione del terzo millennio) si è affiancato recentemente l’appello di Ferruccio de Bortoli alla generosità filantropica e al mecenatismo dell’alta borghesia produttiva affinché si sostituiscano allo Stato nell’investimento in formazione, a patto naturalmente che la scuola diventi capace di sfornare adeguato “capitale umano”. Conosciamo bene questo modello, è quello delle charter school americane, scuole già pubbliche finanziate da ricchissimi privati che escono dal controllo federale ed assumono modelli didattici, programmi disciplinari e governance imposti dai magnati di turno.

Vogliamo sostituire anche noi la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione con i desiderata del proprietario d’azienda o dell’amministratore delegato che erogheranno fondi per la scuola e decideranno cosa, come, quanto e su quali piattaforme far studiare i nostri studenti?

BASTA. La misura è davvero colma. L’emergenza sanitaria il 31 luglio sarà finita e, a meno di un cambiamento delle condizioni di salute pubblica, possiamo cominciare ad immaginare un rientro a scuola in condizioni di normalità e non con una drastico peggioramento di questa normalità.
Vogliamo archiviare definitivamente la didattica a distanza e vogliamo vedere un piano di investimenti significativo nel campo dell’edilizia scolastica, che, oltre a ridurre il numero degli studenti per classe, rendendo possibile l’insegnamento in presenza per tutti, darebbe linfa al lavoro in angolo del Paese.

Vogliamo vedere un piano di assunzioni di personale docente e non docente che non spacci per investimento la necessaria stabilizzazione dei precari ma che al contrario incrementi la quantità di insegnanti in presenza, e in primis degli insegnanti di sostegno per gli alunni diversamente abili o con bisogni educativi speciali.

Non è iniziata una nuova era Covid che deve necessariamente imporre una scuola ibrida, fatta di classi smembrate, definitiva eliminazione del tempo pieno, orari spezzati e liquefatti, insegnamenti parcellizzati, digitalizzazione e distanziamento asociale istituzionalizzati. La scuola è vita, vita attiva, in presenza e coi corpi. Nessuna dematerializzazione è possibile, riprendiamoci la scuola.

Mercoledì 3 giugno, astensione dalla didattica di emergenza: usciamo dal web, riempiamo le strade.
A Roma, assemblea pubblica a piazza dell’Esquilino dalle 10 alle 13. Per una scuola vicina, libera, viva.

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