Nella scuola italiana prima si lavora e poi si viene selezionati. Lettera

di redazione
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Prof.ssa Rossella Sannino abilitata con 10 anni di servizio! – Quando qualcuno mi chiede “cosa fai di mestiere?” Io gli rispondo “insegnante……ancora precaria, ormai da 10 anni”.

Alla domanda “come mai?” io inizio a spiegare che ci sono graduatorie, che l’assunzione è appunto graduale e le risposte degli interlocutori di turno sono più o meno sempre le stesse: “perchè non ti assumono a tempo indeterminato visto che ti chiamano ogni anno?”.

Il sistema di reclutamento italiano non è mai stato semplice, ma ultimamente la situazione sta degenerando e l’immagine che ne emerge è quella di un Ministero dell’Istruzione che sembra diventato l’ufficio complicazioni affari semplici.

C’è una realtà da cui partire, ben delineata dal Presidente dell’Anief Marcello Pacifico: una persona che ha insegnato per anni nella scuola pubblica alle dipendenze del MIUR, che si è formata sul campo, oltre al fatto di aver conseguito un’abilitazione alla professione, è un’insegnante a tutti gli effetti.

Perchè allora il datore di lavoro dei docenti, appunto il MIUR, sostiene di dover selezionare questi docenti attraverso un concorso, quando ogni settembre entrano in cattedera come i colleghi di ruolo, svolgendo esattamente lo stesso mestiere, cioè l’insegnante, con tutte le responsabilità, oneri ed onori che la professione richiede?

In realtà la selezione tramite concorso finisce solo per offrire a qualcuno il tanto agognato posto fisso, il ruolo, lasciando il resto dei docenti con contratti a tempo determinato.

Bene, potrebbe dire qualcuno, è la logica del mercato, quella del risparmio. Certo, ma il criterio che il MIUR sta utilizzando negli ultimi anni (soprattutto a partire dal 2012) per far compiere ai docenti il passaggio dal contratto a tempo determinato a quello indeterminato è discriminatorio e anticostituzionale poichè nelle tabelle di valutazione dei concorsi il servizio (cioè il lavoro svolto) vale pochissimo e spesso i docenti con molto servizio vengono scavalcati dai meno esperti.

Tutto ciò viene giustificato dal fatto che ci vogliono insegnanti preparati, i migliori insegnanti. E come dovrebbero essere questi insegnanti decennali se non preparati, visto che la loro preparazione è stata effettuata dal sistema di istruzione italiano con laurea e abilitazione, e la parte pratica svolta sul campo, il tutto presieduto dal MIUR? Forse il Miur non è così sicuro dei docenti che forma? E pensa veramente che una prova scritta o orale siano sufficienti per farlo?

Nessun docente valuta gli allievi con una sola prova! E ancora, come possono quelle prove valutare le competenze relazionali che si costruiscono in un contesto reale come frutto di un’empatia docente-classe?

La verità è che non c’è bisogno di selezionare docenti già formati, tutt’al più c’è bisogno di una formazione continua. Un’impresa seria fa questo: forma i propri dipendenti quando c’è bisogno di innalzare le competenze. Non li getta via. Se lo fa è perchè il suo apporto alla crescita del paese è nullo e perchè non ha alcun interesse affinchè la sua impresa vada a buon fine.

C’è un’altra questione: l’inserimento dei più giovani nel settore. E’ giusto, ma non a discapito di chi quella scuola la fa da anni, che era giovane quando ha iniziato, che ha accumulato esperienza e che offre una professionalità completa, perchè ha fatto tanta gavetta. Fino a qualche tempo fa esisteva infatti un doppio canale che consentiva una equa soluzione: le assunzioni avvenivano per il 50% dal concorso cui partecipavano i neolaureati e i neofiti e per il restante 50% da graduatorie di docenti abilitati con servizio.

Perchè ora il Miur vuole rimescolare le carte? Qualcuno sostiene per il fatto che nei ruoli dello Stato si entra solo per concorso. In verità ciò è vero solo in parte, perchè l’articolo 97 della Costituzione recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. Ecco, appunto, i casi stabiliti dalla legge. In quest’ultima frase c’è la soluzione concreta, quella che usa la legge, un decreto legge per esempio (come auspicato da Anief), che potrebbe riaprire quelle graduatorie per abilitati, chiuse dal 2008, da cui si accede al ruolo.

Vorrei infatti ricordare agli accesi sostenitori del concorso che l’ennesimo concorso, cui il MIUR vuole sottoporre i docenti abilitati con servizio, creerà altre graduatorie da cui si assumerà nel tempo (come dimostrato dallo studio dell’Ingegnere Andrea Chidichimo). Quindi la domanda sorge spontanea: che bisogno c’è di creare graduatorie, tra l’altro con un meccanismo che richiede tempo, denaro ed energie, quando tali graduatorie esistono già e sono formate esattamente dagli stessi docenti che andrebbero a partecipare al concorso?
A che gioco sta giocando il mio datore di lavoro?

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