Nella scuola inclusiva chi è il “bravo insegnante”? Lettera

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Inviato da Evelina Chiocca (CIIS) – Quando un docente specializzato effettua il passaggio da “posto di sostegno” a “posto comune” o a “posto disciplinare”, aumenta la possibilità di attuazione del processo di inclusione. Questo passaggio, infatti, non implica “abbandonare le competenze possedute”! 

E anche quest’anno, come nei precedenti, ci sono docenti che hanno scelto di passare su posto disciplinare o comune.

Ora, le classi, in cui questi colleghi e colleghe si troveranno a lavorare il prossimo anno, potranno fruire della professionalità competente di docenti formati (paradossalmente le 25 ore di formazione obbligatoria, previste per l’a.s. 2021/2022, non li coinvolgono! ma questo è un altro punto da approfondire). 

La presenza nelle classi di “più docenti formati”, che peraltro – va detto – dovrebbe essere la norma (e non l’eccezione), andrà a vantaggio e a beneficio di tutti gli alunni iscritti in quella classe (quindi anche dell’alunno o degli alunni con disabilità).

Molti, però, stigmatizzano questo passaggio come tradimento, come scorciatoia, come… (evito di aggiungere altre espressioni). Perché poi questa paradossale e assurda (e inutile) crociata? 

La scuola dell’inclusione ha bisogno – estremo bisogno – di personale “professionalmente competente”, personale docente e personale dirigente. 

Non è più bravo chi sceglie di restare su posto di sostegno rispetto a chi passa su posto comune o disciplinare e viceversa. 

Ma allora, chi sono i “bravi insegnanti”?

I bravi docenti – puntualizziamolo – sono “bravi” sia quando lavorano su posto comune o disciplinare, sia quando lavorano su posto di sostegno.

I “cattivi docenti” / “non bravi docenti” / “incapaci docenti” sono tali sia che lavorino su posto comune o disciplinare, sia che lavorino su posto di sostegno.

Non è l’assegnazione su un posto che li qualifica “migliori” degli altri o meno o più competenti degli altri (fermo restando che TUTTI devono essere professionalmente competenti, e non solo alcuni!).

Potremmo citare esempi a iosa:

– esempi positivi in un senso e viceversa,

– esempi negativi nell’altro e viceversa.

Evitiamo, allora, di farci sopraffare da inutili, fuorvianti e superficiali pregiudizi, da paradossali stigma, da inconsistenti “pareri”. 

È un vivo suggerimento (e invito). Grazie!

p.s. =  in altre parole, la vera questione, quella URGENTE, è la “formazione” del personale docente e dirigente” (in servizio e in ingresso). 

Le 25 ore, come qualcuno ha scritto, corrispondono a una spolverata… Se fatte bene, sarà una prima base, un primo gradino. Ma poi non si potrà non mettere seriamente mano alla formazione, ridefinendo il percorso iniziale dei docenti (che non è a carico dello Stato) e impostando una seria formazione obbligatoria del personale in servizio (a carico dello Stato), prevedendo, successivamente, una costante formazione in servizio.

Appare evidente che non si può pensare di avere docenti formati (gli specializzati) e docenti non formati (coloro che non sono specializzati). 

L’alunno con disabilità – ricordiamocelo – è alunno di TUTTI i docenti della classe, pertanto TUTTI coloro che accedono al ruolo di insegnante devono (DEVONO) disporre delle competenze per lavorare con tutti gli alunni della classe (quindi anche con gli alunni con disabilità).

Non possiamo accontentarci del fatto che su posto di sostegno siano assunti i soli specializzati: 

su tutti i posti (di sostegno e disciplinari) devono essere assunti docenti “anche specializzati” (diversamente non si assume nessuno). 

Solo così si potrà iniziare a parlare di processo inclusivo “in atto”: perchè tutti i docenti sapranno (finalmente) dialogare fra loro, confrontarsi, adottare metodologie inclusive, creare ambienti di apprendimento inclusivi. Insieme!!!

Questo fa la differenza, ed è questo che dobbiamo esigere.

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