In Italia età media partorienti 32 anni. 2022 record negativo, sotto 400mila nascite. 6 mamme su 10 senza asilo nido. Rapporto Save The Children

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Nel 2022, il tasso di natalità in Italia ha raggiunto un nuovo minimo storico, con 392.598 nuove nascite registrate, per la prima volta al di sotto delle 400.000 unità.

Secondo il rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2023” di Save the Children, questa diminuzione è stata particolarmente evidente per i primi figli nati all’interno del matrimonio e per quelli nati da entrambi i genitori stranieri. Contemporaneamente, si è registrato un incremento dell’età media delle donne al momento del parto.

Il calo delle nascite nel 2022 è stato pari all’1,9%, con fluttuazioni nel corso dei mesi. Nonostante un iniziale recupero rispetto all’anno precedente, la tendenza è stata di un aumento delle nascite nel gennaio 2022 e poi una diminuzione durante i mesi primaverili. I dati più dettagliati riguardano il 2021, con 400.2495 nascite registrate. In particolare, le nascite da genitori entrambi italiani sono diminuite sensibilmente negli ultimi anni.

L’Istat stima che un quarto delle donne nate negli anni ’80 sia senza figli, mentre poco più della metà (51,3%) ne abbia avuti due o più. Il rapporto di Save the Children rivela inoltre che il 12,1% delle famiglie con minori in Italia (762.000 famiglie) vive in condizioni di povertà assoluta, e una coppia con figli su quattro è a rischio povertà. L’incidenza della povertà varia in base alla dimensione della famiglia e alla regione geografica.

Un segmento particolarmente vulnerabile della popolazione è rappresentato dalle famiglie monogenitoriali. Nel 2021, un terzo di queste famiglie era a rischio di povertà ed esclusione sociale. Le madri single in Italia, in particolare, affrontano una maggiore probabilità di povertà, che aumenta con il calo del livello di istruzione. Queste madri si trovano spesso in una situazione svantaggiata nel mercato del lavoro, a causa sia della loro bassa istruzione che delle difficoltà nel conciliare il lavoro retribuito con le responsabilità familiari.

Nel 2022, pur segnando una leggera decrescita, il divario lavorativo tra uomini e donne si è attestato al 17,5%, ma è ben più ampio in presenza di bambini: nella fascia di età 25-54 anni se c’è un figlio minore, il tasso di occupazione per le mamme si ferma al 63%, contro il 90,4% di quello dei papà, e con due figli minori scende fino al 56,1%, mentre i padri che lavorano sono ancora di più (90,8%), con un divario che sale a 34 punti percentuali.

Pesano anche, e molto, differenze geografiche e titolo di studio. Nel Mezzogiorno l’occupazione delle donne con figli si arena al 39,7% (46,4% se i figli non ci sono), contro il 71,5% del Nord (78,9% senza figli), e in Italia le madri laureate lavorano nell’83,2% dei casi, ma le lavoratrici sono molte meno tra chi ha il diploma della scuola superiore (60,8%) e precipitano al 37,4% se c’è solo la licenza media. Quando il lavoro per le donne c’è, un terzo delle occupate ha un contratto part-time (32% dei casi contro il 7% degli uomini); se ci sono figli minorenni la quota sale al 37%, a fronte del 5,3% dei padri, e con una metà quasi di queste mamme (15%) che si è vista costretta ad un part-time involontario, che non ha scelto.

“Sappiamo che dove le donne lavorano di più nascono anche più bambini, con un legame tra maggiore fecondità e posizione lavorativa stabile di entrambi i partner. Tuttavia, la condizione lavorativa delle donne, e in particolare delle madri, nel nostro Paese è ancora ampiamente caratterizzata da instabilità e precarietà, a cui si aggiungono la carenza strutturale di servizi per l’infanzia, a partire dalla rete di asili nido sul territorio, e la mancanza di politiche per la promozione dell’equità nel carico di cura familiare”, dichiara Antonella Inverno, responsabile Politiche Infanzia e Adolescenza dell’organizzazione.

“I provvedimenti approvati negli ultimi anni, pur andando nella giusta direzione, non sono che timidi passi sul fronte del sostegno alla genitorialità – sottolinea – Non possiamo permetterci di perdere l’occasione del Piano nazionale ripresa e resilienza per costruire finalmente una rete capillare di servizi per la prima infanzia ed è altrettanto necessario andare con più forza verso un congedo di paternità paritario rispetto a quello delle madri. L’Italia è un paese a rischio futuro, e se è vero che il trend di denatalità non può essere invertito velocemente, è ancor più vero che è quanto mai urgente invertire il trend delle politiche a sostegno della genitorialità per non perdere altro tempo prezioso”.

Ben 6 mamme su 10 non hanno accesso al nido, risorsa chiave per la loro partecipazione al mercato del lavoro. In più di 1 caso su 4 ciò è dovuto a carenze del servizio pubblico.

Rispetto alle politiche considerate maggiormente amiche dalle mamme, dalla ricerca emerge l’assegno unico, di cui usufruisce il 63% delle intervistate, mentre solo il 15% beneficia del bonus nido. Se quasi la metà del campione non ha intenzione di avere altri figli, perché troppo faticoso (40%), per le difficoltà a conciliare lavoro e famiglia (33%), per mancanza di supporto (26%) o per insufficienza dei servizi disponibili (26%), il sondaggio evidenzia quale sostegno potrebbe cambiare in positivo la propria propensione ad avere ulteriori figli.

Tra quelli segnalati emergono un assegno unico più consistente (23%) o la possibilità di asili nido gratuiti (21%), ma anche un piano personalizzato di assistenza tarato sulle esigenze specifiche della famiglia (12%), un’assistenza domiciliare pubblica in caso di malattia del bambino/a per permettere ai genitori di non assentarsi dal lavoro (7%) o un sostegno psicologico pubblico che accompagni le madri nei primi mesi di vita (6%).

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