Nei concorsi pubblici il servizio svolto pre-ruolo deve essere valutato come quello di ruolo. Intervista all’avvocato Walter Miceli

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ipsef

di Daniela Sala – È questo in sintesi il contenuto della sentenza del Tar del Lazio sul concorso a dirigente scolastico. Una sentenza storica che chiude il contenzioso promosso da Anief e il cui significato va ben oltre il tanto discusso concorso.
Orizzonte Scuola ha intervistato a questo proposito l’avvocato Walter Miceli che, insieme al collega Fabio Ganci, ha seguito la causa.

di Daniela Sala – È questo in sintesi il contenuto della sentenza del Tar del Lazio sul concorso a dirigente scolastico. Una sentenza storica che chiude il contenzioso promosso da Anief e il cui significato va ben oltre il tanto discusso concorso.
Orizzonte Scuola ha intervistato a questo proposito l’avvocato Walter Miceli che, insieme al collega Fabio Ganci, ha seguito la causa.

Avvocato Miceli, come è stato possibile ottenere questa sentenza?

La vicenda è scaturita dal concorso a dirigente scolastico indetto nel 2011 che prevedeva tra i requisiti di accesso l’aver maturato almeno 5 anni di servizio come docente di ruolo, cioè solo dopo la stipula contratto a tempo indeterminato, non consentendo in pratica di prendere in considerazione il servizio pre-ruolo. Richiesta, questa, che applica in realtà una disposizione di legge.
Normalmente i giudici non possono fare altro che osservare la legge, a meno che non se ne sollevi l’incostituzionalità, nel qual caso è previsto il ricorso direttamente alla Corte costituzionale.
In linea generale quindi il giudice da solo non può giudicare illegittima una legge e abrogarla.
Mentre però la causa era in corso stava emergendo una tecnica di tutela dei diritti degli interessati consistente nell’invocare i principi stabiliti dall’accordo quadro sui contratti a tempo determinato siglato in sede di Unione europea nel 1999.
Ed è questo il nodo della vicenda: l’accordo quadro prevede indirettamente, in base al principio di non discriminazione, la possibilità di disapplicare una legge dello stato se questa discrimina i lavoratori assunti a termine dai colleghi a tempo indeterminato solo sulla base della durata del rapporto di lavoro. In altre parole è possibile discriminare i lavoratori solo sulla base di ragioni oggettive come una diversità di mansioni o di responsabilità. A questo punto il problema era convincere i giudici a non applicare la normativa italiana ma l’accordo quadro.

Nel frattempo però sono intervenute due altre importanti sentenze…

La Corte di giustizia europea con una sentenza pubblicata l’8 settembre 2011 ha dato ragione ad una docente in causa contro il Ministero della giustizia della Comunità autonoma dell’Andalusia. La docente chiedeva appunto di essere ammessa a partecipare a un concorso facendo valere come requisito di accesso anche il servizio svolto durante il precariato.
Con questa sentenza la Corte ha affermato per la prima volta la validità del principio di non discriminazione anche al di fuori dell’ambito economico.
L’altra importantissima novità della sentenza del Tar del Lazio è infatti che questo principio di non discriminazione finora era stato applicato solo in campo retributivo o comunque riguardo agli aspetti economici.
La nostra causa è stata poi decisa in maniera inequivocabile con la sentenza della Corte di giustizia europea del 18 ottobre 2012 (che ha negato l’efficacia della norma italiana contenuta nella finanziaria per il 2007 che non riconosceva la progressione stipendiale dei docenti con contratti a tempo determinato, Ndr).

Qual è quindi il valore di questa sentenza al di là del concorso a dirigente?

Crea un precedente, il primo in Italia, che potrebbe influenzare anche la macro-vertenza dei lavoratori a tempo determinato della scuola che da anni reclamano la parità di trattamento retributivo (cioè gli scatti di anzianità) rispetto ai collegi di ruolo, ma soprattutto la possibilità di ottenere la stabilizzazione facendo valere l’abuso nella reiterazione dei contratti a termine.
Nel momento in cui un autorevolissimo tribunale centrale (il Tar del Lazio, Ndr) dice che non si possono discriminare i lavoratori solo sulla base della durata del contratto questo crea un un precedente in grado di influenzare in modo decisivo i giudizi successivi.

A che punto è la macro-vertenza?

In questo momento è approdata alla Corte di giustizia europea, dopo l’ordinanza di remissione proveniente dal Tribunale di Napoli con il via libera della Corte costituzionale. La sentenza è attesa per la prossima primavera.

Quali gli aspetti politici della vicenda?

In queste ore il ministero dell’Istruzione sta contrattando con il ministero dell’Economia un piano programmatico per la stabilizzazione di 69mila docenti precari, anche per rispondere in qualche modo alla Corte di giustizia europea che presto si pronuncerà sulla legittimità della reiterazione dei contratti.
Va inoltre ricordato che nel frattempo la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione, mettendo in mora il nostra paese perché elimini la discriminazione tra personale a tempo determinato e indeterminato. Insomma il Governo è in corsa contro il tempo per evitare una condanna anche da parte della Corte di giustizia.
In questo contesto la sentenza del Tar è un ulteriore importante tassello.
Certo si tratta di un percorso difficile anche perché dall’altra parte si agita lo spettro della Grecia, addotto come giustificazione dell’impossibilità di assumere a tempo indeterminato tutti i precari

Quale sarà la sorte dei ricorrenti nella causa del concorso a dirigente scolastico? È ipotizzabile un ricorso contro la sentenza che riconosce le loro ragioni?

Il Ministero aveva già provato ad appellare l’ordinanza, ma il Consiglio di Stato gli ha dato torto. Per cui direi che difficilmente tenterà un nuovo appello contro la sentenza.
Per quanto riguarda i ricorrenti, quindi, saranno assunti. Inizialmente erano qualche centinaio, dei quali 13 sono risultati vincitori del concorso e ammessi con riserva. Ora la riserva è stata sciolta e quindi questi 13 entreranno di ruolo.
Vorrei infine ricordare che questo contenzioso non nasce da un’iniziativa dei due avvocati ma è promosso da Anief come parte di una strategia più ampia: senza quest’arma il clima di concertazione non avrebbe consentito di sollevare queste tematiche.
Inoltre l’altro fondamentale risvolto è che se ai docenti precari verrà riconosciuto il diritto alla progressione stipendiale verrà meno il vantaggio di farli lavorare, appunto, con un contratto precario.

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