Napoli, riaprono le scuole ma molte famiglie non mandano i bambini a scuola per paura. Perché non far scegliere la didattica a distanza? [INTERVISTA al Preside Tipaldi]

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Come si fa quando oltre il 70 per cento dei bambini non frequenta la scuola perché le famiglie hanno paura dei contagi da Covid-19 e tengono i figli a casa? E’ questo un grave problema che si è venuto a creare negli ultimi giorni in molti quartieri di Napoli e di cui si fa portavoce Eugenio Tipaldi, dirigente scolastico dell’ Istituto Comprensivo “D’Aosta-Scura”, situato ai Quartieri Spagnoli, una zona molto difficile della città, abitata da famiglie povere.

Famiglie che di fronte al rischio concreto della moltiplicazione dei contagi che si materializzarebbe qualora i bambini si ammalassero a scuola – visto che nelle loro abitazioni spesso anguste e nei bassi ma anche nelle strade affollate delle bancarelle della frutta e della carne a buon mercato che attirano tante persone da altri quartieri si fa davvero fatica a garantire un minimo di distanziamento – hanno deciso fermamente di tenere i bambini a casa.

“E’ meglio avere un bambino ignorante ma vivo – dicono i genitori – che non uno colto ma morto”. E sono tanti questi genitori, visto che a frequentare in questi giorni nella classe prima primaria della scuola diretta da Tipaldi sono stati solo il 28 per cento dei bambini, ieri erano presenti 21 su 73, per la precisione.

Tutti gli altri a casa, e uno se li immagina davanti alla tivù o ai videogiochi perché non si può certo immaginare che queste famiglie abbiano le risorse per pagare un insegnante privato.

Tipaldi avrebbe trovato anche la soluzione: procedere con didattica mista, cioè con lezioni svolte dai docenti in classe con i presenti, mentre i tanti bambini assenti potrebbero seguire quelle stesse lezioni da casa con la didattica a distanza attraverso un collegamento in teleconferenza. Tanto più che le famiglie sono già dotate di tablet concessi in comodato d’uso in precedenza e grazie ai quali hanno potuto seguire le lezioni dopo che il Governatore campano De Luca aveva chiuso le scuole il 15 ottobre scorso quando neppure c’erano tanti contagi mentre le ha riaperte per questi bambini proprio nei giorni scorsi, quando i contagi sono aumentati e la Campania è diventata zona rossa lasciando disorientate le famiglie che ora hanno deciso di non mandare i bambini a scuola.

La soluzione della didattica mista, peraltro prevista dalla legge, è già stata adottata in tutta Italia e anche a Napoli, ma è contemplata solo per le situazioni in cui parte degli alunni sono a casa a causa dello sdoppiamento delle classi, per garantire il distanziamento, o perché in quarantena. Gli altri casi, come quello prospettato da Tipaldi, non sono previsti.

Pertanto risulterebbe irrituale, secondo le autorità scolastiche interpellate dal dirigente durante una videoconferenza avvenuta ieri, procedere con una didattica mista come quella prospettata. Una risposta che non è piaciuta al dirigente napoletano che ora rilancia “affinché ai piani alti della politica si capisca che non si può ignorare un problema che coinvolge più della metà dei bambini, le famiglie hanno già detto che i bambini a scuola non li manderanno”. Che facciamo? Mandiamo gli assistenti sociali e poi li bocciamo a giugno per le assenze?”

Che cosa facciamo, dunque, preside Eugenio Tipaldi?

“Il problema è che in questi quartieri la gente ha paura e molti non vogliono mandare a scuola, mandassimo pure i carabinieri e gli assistenti sociali. Per loro la salute è piu importante del diritto alla scuola. Il medico dell’ospedale Cotugno ha detto che il nostro è il quartiere più a rischio di contagio. Le case sono piccole, la gente vive addirittura nei bassi, se si contagia uno si contagiano tutti gli altri, non è garantito il distanziamento neppure all’aperto, c’è l’uscita della funicolare, le bancarelle con la frutta e la carne che attira tante persone dagli altri quartieri, c’è un viavai di lavoratori che vanno in centro a piedi vicino a via Toledo, una delle vie principali di Napoli. Quindi gli abitanti avvertono questi contagi attorno e allora non mandano i figli a scuola. La stessa comunità scientifica è divisa sul fatto che la scuola sia un luogo di contagio o come dice la ministra sia a rischio zero”.

Ma è davvero un problema che riguarda solo i Quartieri Spagnoli?

“Guardi, stamattina nella videoconferenza con l’assessore al Comune di Napoli, Annamaria Palmieri, e con la direttrice dell’USR Campania, Luisa Franzese, si pensava che fosse un problema di questo quartiere e invece è uscito fuori che in tutta la città di Napoli c’è poca frequenza. Le superiori sono chiuse e sono in didattica a distanza, dunque perliamo delle scuole dell’infanzia e della prima primaria, mentre dalla seconda alla quinta e le medie dovrebbero tornare in classe il 30 novembre: il 29 l’unità di crisi confermerà o meno se si resta in zona rossa. Quello che mi ha lasciato perplesso nella videoconferenza è che ci sia stata una unanimità nel senso che ci dobbiamo attenere alle norme”.Le autorità scolastiche non hanno apprezzato la sua idea“Hanno detto che la scuola è dell’obbligo e se i genitori non li manderanno a scuola si procederà con le denunce e con l’intervento degli assistenti sociali. Questa presa di posizione è molto burocratica, non la comprendo. Non guarda ai problemi. Laddove i genitori non li mandassero che faccio, li denuncio?”

Di quali numeri stiamo parlando?

“Per la prima elementare ho una presenza del 28 per cento, 21 bambini presenti su 73 presenti. La maggioranza sta a casa. In qualche classe non vogliono mandare nessuno”.

La legge però è chiara

“E grazie a questa interpretazione burocratica della legge che cosa devo fare? Denuncio i genitori? Bocciamo i bambini a giugno per le assenze? Ma qui si tratta della maggioranza dei bambini che restano senza istruzione. La norma ci dice che non possiamo fare la didattica a distanza per il fatto che siamo in presenza. Per molti dirigenti e molti insegnanti è anche comodo, lo stipendio è assicurato, ma io il problema me lo pongo e lo pongo ai piani alti della politica. Non si può ignorare che la maggioranza non manda i figli a scuola. Il paradosso è che devo lasciare la maestra in classe senza fare nulla perché dobbiamo rispettare la legge e non possiamo fare la didattica a distanza perché rischio la denuncia. Tutto questo mi sembra davvero paradossale. Se questo è normale vuol dire che siamo in un Paese dove prevale la burocrazia e invece occorre essere flessibili e venire incontro alle esigenze. Anni orsono, quando si verificò l’epidemia degli ossiuri, vermi che i bambini  prendono facilmente perché non si lavano le mani, il fatto fu molto fastidioso, figuriamoci con una malattia mortale. All’epoca fui attaccato perché non avevo fatto fare la disinfestazione che tra l’altro avevo chiesto ma non è prevista, figuriamoci se succede un contagio da Covid: sono sicuro che si dovrà richiudere tutta la scuola. Si riapre e appena iniziano i primi contagi non si può chiudere solo una classe ma per il panico si dovrà chiudere tutta la scuola”

Non è il solo paradosso

“Non lo è. Se chiudi la scuola, la didattica a distanza la puoi fare, invece se hai un solo bambino o quattro presenti non la puoi fare, non mi sembra razionale e i politici devono dare questa flessibilità alle scuole. Hanno detto che l’autonomia delle scuole non ci consente di attivare la dad ma che possiamo intervenire solo sui tempi scolastici. Allora per venire incontro agli utenti chiedo alla ministra e al Presidente della Regione che ci facciano fare la dad mista: ne sento l’esigenza perché si parla di diritto all’istruzione ma poi di fatto lo si nega, se tanti bambini, cioè la maggioranza, non frequentano. Siamo in un quartiere con povertà educativa, la paura domina dove c’è poca  conoscenza. Ma qui stiamo negando l’istruzione ai bambini, con questa interpretazione rigida della legge. Dicono anche che la didattica mista non si può fare perché la scuola pubblica non offre una didattica individuale ma nei quartieri ricchi c’è la didattica parentale o quella individuale a pagamento: in un quartiere povero come questo le famiglie non hanno la possibilità di pagare un insegnante privato e quindi se non dai loro la didattica a distanza emargini i bambini”.

Si è detto tante volte che la dad crea discriminazioni dacché le famiglie povere non hanno le tecnologie per far seguire le lezioni a distanza

“Guardi, quando c’è stato il lockdown molte famiglie non avevano i mezzi. Quest’anno abbiamo dato i tablet in comodato d’uso e le famiglie sono state messe in condizione di seguire e i bambini stavano seguendo fino all’altro giorno, quando la scuola ha riaperto. Adesso però che hanno questi mezzi non gliela possiamo dare perché la legge non lo consente”.

Altro paradosso

“Speriamo di potere avere una risposta dalla politica. Eravamo partiti bene, avevamo sdoppiato le classi e assicurato il distanziamento tra i banchi e la gente si era fidata, quindi c’è stato questo disorientamento che ho denunciato. Il presidente della Regione chiude le scuole quando ci sono pochi contagi e poi le riapre quando c’è la zona rossa. Ora i genitori non si fidano più e hanno paura. Il problema è che noi abbiamo tanta contraddizione tra le decisioni scolastiche nel senso che il governo prende una decisione, i Governatori un’altra, e addirittura De Luca ha chiuso le scuole quando erano aperte in italia e le ha riaperte adesso per infanzia e prime classi della primaria il 25 novembre con l’Ordinanza n. 90 che ha dato ai sindaci il potere di decidere. Quindi a livello nazionale si dice una cosa, la Regione ne dice un’altra e i sindaci un’altra ancora. Da qui il caos e il disorientamento dei genitori”

Ma i docenti sarebbero disponibili a fare una didattica mista, con alunni presenti e con altri a distanza perché trattenuti dai genitori?

“Con un incentivo si possono trovare le formule. Quest’anno non faremo progetti, quindi con i soldi risparmiati dal Fondo d’Istituto si potrebbero incentivare economicamente i docenti chiamati a svolgere una doppia attività. Peraltro i docenti della primaria sono disponibili a farla. Loro sentono molto la responsabilità dei bambini che restano a casa. Si crea un rapporto quasi familiare mentre la resistenza maggiore è nella media: qui c’è una maggiore opposizione anche per la difficoltà di farla, per gli orari da incastrare. Però dando degli incentivi qualche disponibilità si ottiene perché facendo due attività è giusto che vengano retribuite. Altrimenti finisce che anche i sindacati ci vengono contro”.

Che cosa fanno i bambini che non frequentano? Come passano le giornate? So che lei tiene i contatti con le famiglie via Facebook

“Stanno davanti alla tivù o stanno davanti a un videogioco. Non credo che stiamo facendo lezione con i genitori. Quelli sono intenti a sbarcare il lunario e non hanno certo una cultura per insegnare a leggere e scrivere ai figli né possono pagarsi un insegnante privato. Alla fine di tutto questo si accentuano le differenze e la marginalizzazione di questi ragazzi. E se la scuola non li salva possono diventare i futuri criminali. Siamo una scuola che sorge in un quartiere dove si spaccia la droga per sopravvivenza”

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