Mobilità imposta per tre anni su una scuola. E il punto di vista dei docenti? Lettera

di redazione
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Paola Cecconi  – Impedire o ostacolare la mobilità dei docenti nell’epoca della Buona Scuola, pare essere diventato l’obiettivo prioritario dell’Amministrazione.

Da una parte si invoca il principio legittimo della continuità didattica (spesso praticata in modo incoerente e con organizzazione organica discutibile all’interno delle scuole), dall’altra ci si chiede se sia utile costringere un docente a lavorare in un ambiente in cui non si senta a proprio agio. Si potrebbe obiettare che rientrano nel profilo della professionalità docente la capacità relazionale e la capacità di sapersi adattare, e che la scuola deve essere plasmata dal Dirigente Scolastico, sfruttando le risorse a sua disposizione, da pescare, sulla base di un curriculo, in un ambito. Tuttavia a questa visione delle cose, se ne potrebbe contrappore un’altra basata su argomenti altrettanto validi.

La continuità, di cui un docente dovrebbe farsi carico, non si riduce alla sola garanzia della sua permanenza fisica in una scuola, ma è l’effetto di una serie di concause quali professionalità del docente, professionalità dell’ambiente e ricettività della comunità scolastica, mancando una di esse, ecco che alcuni dei suoi cardini verrebbero meno e la sua conseguente realizzazione problematica.

Quando si verifica tale condizione, ci si chiede se sia opportuno che un docente sia costretto per tre lunghi interminabili anni a stare in una scuola in cui non si senta a proprio agio e non riesca ad esprimere il proprio potenziale.

Altra considerazione, la policy è generalmente orientata verso la visuale del Dirigente Scolastico, che deve poter essere messo in condizioni di sfruttare al meglio le risorse umane a sua disposizione, affinché il progetto formativo si realizzi.

Si trascura invece la visione che della scuola possa avere un docente, nel senso che questi potrebbe non condividere un tipo di governance a tal punto da demotivarsi. Il muoversi da una scuola ad un’altra, il poter scegliere una specifica scuola e non un’altra, quindi non un ambito a caso, non è quindi dettato soltanto dalla necessità di avvicinarsi alla propria famiglia, motivazione questa pur importante, che può incidere sul rendimento professionale di un insegnante, ma anche dal bisogno di sentirsi parte di un progetto, di poter condividere un’idea di scuola. Soltanto a queste condizioni la permanenza di un docente potrebbe essere garantita a lungo e con profitto.

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