Mobilità. E’ il clima di incertezza che porta ad una triste guerra tra poveri. Lettera

di redazione
ipsef

Vorrei rispondere alla lettera di Giuseppe Tumino pubblicata sul vostro sito il 2 gennaio, lettera nella quale si scagliava contro chi, appartenendo alla Gae, ha aderito alla proposta di assunzione pur “sapendo” che sarebbe finito a migliaia di kilometri da casa ed ora si lamenta.

Io sono una di questi ma per fortuna sono riuscita a rimanere nella provincia in cui abito; credo che io e molti altri ci siamo “buttati fuori” dalle Gae perché non era chiaro cosa sarebbe successo a chi vi fosse rimasto: si parlava infatti di “annullamento” delle graduatorie e non di “esaurimento”; ricordo con orrore le notti insonni dell’estate 2015 e l’ansia e i dubbi fino all’agosto di quest’anno per aver dovuto prendere decisioni alla cieca dal momento che le cose non erano chiare i vari sindacati (quelli che non erano in ferie, trattandosi del mese di agosto!!!) si dividevano su una loro possibile interpretazione. Così ho optato per non perdere il lavoro (ho 40 anni e due bambini piccoli) accettando magari qualche anno di sacrifici piuttosto che trovarmi disoccupata perché depennata dalle graduatorie. Sarei inoltre finita sul potenziamento malgrado 10 anni prima avessi lasciato un contratto a tempo indeterminato in ufficio per inseguire la mia grande passione: insegnare il francese.
Credo che la cosa davvero deprimente nel nostro paese sia vedersi complicare la vita dalle istituzioni che invece dovrebbero guidarci e sorreggerci; questo clima di incertezza porta ad una triste guerra tra poveri che si disputano una coperta comunque sempre troppo corta.

Patrizia Borri

Precari in GaE. Perché accettare le immissioni e poi lamentarsi? Perché siamo in un Paese senza regole? Lettera

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