Mobilità. Non c’è alcun esodo da Nord a Sud che danneggia la continuità didattica. Si resta al Nord

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Non sono gli esodi e i controesodi, legati alla mobilità, dei docenti del Sud a compromettere la continuità didattica nelle nostre aule, ma l’inarrestabile tendenza dei docenti a cambiare la sede di lavoro all’interno della regione di appartenenza.

Non sono gli esodi e i controesodi, legati alla mobilità, dei docenti del Sud a compromettere la continuità didattica nelle nostre aule, ma l’inarrestabile tendenza dei docenti a cambiare la sede di lavoro all’interno della regione di appartenenza.

I dati sono stati forniti in esclusiva da VoglioIlRuolo ed analizzati insieme con OrizzonteScuola, grazie al nuovo ed innovativo servizio che consente di scegliere la miglior provincia per la mobilità 2015.

Si rimprovera spesso ai docenti italiani lo scarso dinamismo in tema di innovazione tecnologica e didattica. Ma c’è un punto su cui proprio sembrano inattaccabili: la capacità di trasferirsi e di adattarsi alla svelta da una sede di lavoro all’altra. Uno studio della Fondazione Giovanni Agnelli di qualche tempo fa metteva proprio in evidenza che a inizio anno ben un insegnante su quattro non lavora più nella scuola dell’anno precedente, e sono ormai numerose le analisi che legano l’eccessiva mobilità del corpo docente con gli effetti negativi sulla qualità degli apprendimenti dei ragazzi.

I nuovi dati di cui siamo in possesso ci consentono, ora, di fare almeno due considerazioni: quella mobilità tra scuole di uno stesso territorio che il presidente Renzi indica nella Buona Scuola come volano in grado di innovare la didattica e premiare il merito in realtà già esiste; in più, non sono i soli docenti meridionali con i loro movimenti per lo Stivale a scombinare gli organici, ma evidentemente una parte di responsabilità è da ricercare all’interno del sistema scolastico stesso, che non ha mai prodotto norme cogenti in materia.

Il grafico interattivo e la tabella ci mostrano, infatti, che nel 2014, a fronte di poche centinaia di trasferimenti fuori regione o da altra regione, i movimenti all’interno del territorio di appartenenza sono stati esponenzialmente molti, molti di più, in quasi tutti i casi superiori al 90% del totale dei trasferimenti. Per fare qualche esempio: in Lombardia 682 docenti hanno deciso di uscire dai confini, cioè il 9% del totale dei trasferiti, ma dieci volte tanto, cioè in 6901, hanno lasciato la propria scuola per un’altra sede magari più vicina alla residenza. E in Veneto? Le proporzioni sono solo lievemente dissimili: se 194 (il 4,8%) dicono addio alla terra della Laguna, 3806 hanno tessuto una fitta rete di scambi tra scuola e scuola all’interno del territorio regionale. Stesso trend in Emilia: 180 trasferiti in altre regioni (4,9%), con 3524 dentro. Anche nel vicino Piemonte, seppure con la percentuale maggiore in assoluto di trasferimenti fuori regione (15,3%), succede qualcosa di analogo: 388 vanno fuori, ma 2141 si spostano da una scuola all’altra nei limiti del territorio regionale. L’unica regione del Nord che appare meno dinamica è il Friuli: 43 docenti hanno chiesto di evadere dai confini, mentre restano al di sotto del migliaio (826) coloro che cambiano sede all’interno.

Riguardo alle percentuali di persone in moto verso l’esterno, una precisazione, poi, è molto importante a scalfire l’idea che esse siano la prova del solo controesodo Nord-Sud: come mostra anche il grafico, le destinazioni prescelte non sono rappresentate dalle sole regioni meridionali, ma tra esse rientrano anche regioni del Nord e del Centro.

Al Centro ritroviamo più meno le stesse proporzioni viste per in Nord, con una differenza importante tra trasferimenti richiesti per andare fuori regione e movimenti verosimilmente causati dal desiderio di ritorno nella terra d’origine. Rientrano ancora nella prima casistica la Toscana, dove 132 docenti (4%) vanno via, ma 3173 incrementano, invece, i movimenti interni, e il Lazio, dove 218 (cioè il 3,7%) chiedono di uscire fuori a fronte dei ben 5669 che scelgono una sede di lavoro diversa ma all’interno degli stessi confini regionali. Con le Marche si passa alle regioni verso cui ci si trasferisce (cioè, verso cui si torna), ma anche qui solo 30 docenti provenienti da fuori cagionano alternanze in organico, mentre sono 1322 i lavoratori che hanno chiesto di spostarsi da una scuola all’altra in regione.

Lasciando ai grafici e alla tabella sinottica un’analisi più dettagliata delle singole regioni, facciamo qualche altro esempio per capire che cosa succede al Sud: in Sicilia 681 docenti (10,6%) tornano a casa dopo un periodo sulla terraferma, mentre ben 5740 chiedono di andare da una scuola all’altra. Ma si trova in Campania il più alto numero di trasferimenti interni: 6418, contro i 490 causati dal rientro ‘a casa’ di insegnanti oriundi (7%).

In Puglia cala nettamente il numero dei trasferiti da fuori, 187 (5%), ma è ugualmente molto alto quello dei movimenti tra scuola e scuola, 3568, come anche in Calabria, dove 355 tornano (11%), ma 2895 si trasferiscono nella regione stessa.

I numeri e i grafici che abbiamo elaborato ci consentono, infine, di osservare che tra Centro e Nord sono Lazio, Toscana, Liguria e Sardegna le regioni in cui si resta più volentieri, mentre il Piemonte, come abbiamo già visto, ha la percentuale più alta di trasferimenti verso l’esterno: su 100 domande, più di 15. Con percentuali che superano il 10%, sono invece la Calabria e la Sicilia le regioni che attirano il maggior numero di ‘rientri’, mentre, forse un po’ a sorpresa, la nuova locomotiva del Mezzogiorno, cioè la Puglia, catalizza solo il 5% delle domande.

I dati in questione sono stati forniti in esclusiva da VoglioIlRuolo ad OrizzonteScuola. Per un loro utilizzo potete contattare la [email protected]



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