Mobbing a scuola: quando c’è persecuzione? La sentenza del Consiglio di Stato

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La sentenza del Consiglio di Stato pubblicata in Gazzetta Amministrativa della Repubblica Italiana dell’11 novembre 2014, conferma le coordinate giurisdizionali per quanto riguarda il mobbing.

La sentenza del Consiglio di Stato pubblicata in Gazzetta Amministrativa della Repubblica Italiana dell’11 novembre 2014, conferma le coordinate giurisdizionali per quanto riguarda il mobbing.

In generale con la parola mobbing si indicano tutti quei comportamenti che fanno si che il soggetto lavoratore sia emarginato tramite atti di violenza psico-fisica che si protrae nel tempo in grado anche di causare danni permanenti. Gli atti del mobbing non possono essere individuati secondo criteri specifici, ma si intende generalmente atti di ostracismo, umiliazioni pubbliche, diffamazione attraverso spargimento di fatti che non corrispondo a verità, ma si arriva a comprendere anche veri e propri atti di bullismo.

In Italia il termine mobbing tende ad assumere connotazioni leggermente diverse senza entrare nello specifico classificando nel termine tutte le attività che ledono i diritti, la salute e l’orgoglio del lavoratore svantaggiato e impossibilitato a difendersi.




Il Consiglio di Stato nella sentenza non ravvisa estremi di mobbing in presenza di screzi e conflitti interpersonali che possono avvenire in ambiente di lavoro poiché essi non hanno una finalità persecutoria ma sono collegabili più a una ambizione personale o a una rivalità fra colleghi.
Per quanto riguarda il lavoro pubblico per trattarsi di mobbing deve essere presente, da parte della pubblica amministrazione, un disegno persecutorio non funzionale all’interesse generale.

Il fatto

La docente che ha presentato ricorso contro la sentenza di primo grado affermava di aver subito mobbing da parte dell’amministrazione di appartenenza, nello specifico lamentava demansionamento e/o dequalificazione.

I giudici in primo grado, dopo aver ricostruito la carriera del docente, hanno escluso che si trattasse di un disegno persecutorio ai suoi danni. La ricorrente afferma che le è stata negata “tutela a persona che è stata colpita, sin dagli inizi del suo incarico e continuativamente per 30 anni di servizio, nella sua identità personale e professionale da una pluralità di provvedimenti amministrativi, nonché da atti solo apparentemente legittimi, tali da determinare i rilevantissimi pregiudizi dedotti nell'atto introduttivo, perché percepita come un ostacolo alla carriera di altri colleghi che, pur avendo una più modesta preparazione, dovevano esserle preferiti secondo le inesorabili logiche del c.d. baronato universitario”.

Secondo il Consiglio di Stato, però, "per mobbing, in assenza di una definizione normativa, si intende normalmente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti di un lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all'ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del lavoratore, tale che ne consegua un effetto lesivo. A tal fine, la condotta di mobbing del datore di lavoro va esposta nei suoi elementi essenziali dal lavoratore, che non può limitarsi davanti al giudice a genericamente dolersi di esser vittima di un illecito (ovvero ad allegare l'esistenza di specifici atti illegittimi), ma deve quanto meno evidenziare qualche concreto elemento in base al quale il Giudice Amministrativo possa verificare la sussistenza nei suoi confronti di un più complessivo disegno preordinato alla vessazione o alla prevaricazione.".

Il Consiglio di Stato ha, quindi, respinto l’appello della ricorrente ribadendo e confermando le coordinate giurisprudenziali sul mobbing.

 

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