Minori e cybersecurity: problematiche e possibili soluzioni

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In questi diciotto mesi di pandemia, il problema della cybersecurity è divenuto centrale nel dibattito pubblico, almeno in quegli ambiti in cui la protezione dei dati personali e la difesa delle cosiddette “fasce deboli” della popolazione rappresentano delle problematiche ordinarie, cui fare fronte con cadenza praticamente quotidiana. Il motivo è facilmente intuibile: il proliferare dello smart working e soprattutto della didattica a distanza, entrambi resi necessari dalla condizione di confinamento entro i nostri alloggi cui il virus ci ha costretti per molti mesi. Parlando di fasce deboli, ovviamente, l’attenzione maggiore si è rivolta ai minori e a questa forma emergenziale di didattica che è stata (e in piccola parte è tuttora) la DAD. Con una specifica: l’e-learning non esiste da marzo 2020, ma è una realtà consolidata, e in molti casi utilissima, già da molti anni. La differenza, sotto pandemia, risiede nel fatto che tale modalità di trasmissione del sapere si è resa necessaria per milioni di studenti in età scolare, con tutte le insidie connesse alla loro prolungata esposizione a un medium di proporzioni smisurate e virtualmente senza confini come Internet.

Non a caso, le problematiche principali relative all’e-learning applicato alla didattica scolastica investono in primis la “porosità” della rete e la relativa sicurezza delle nostre connessioni. Attività di hacking e di furto di dati sensibili sono all’ordine del giorno, e in quantità tutt’altro che trascurabili. Ma per quanto riguarda i minori, il problema principale attiene alla loro esposizione a eventi o situazioni che, nel migliore dei casi, possono arrecare disturbo alla lezione e compromettere il processo di apprendimento. Nei casi peggiori, ovviamente, possono configurarsi dei reati molto più gravi.

D’altronde, le cronache degli scorsi mesi hanno registrato decine di casi di “intrusione” da parte di elementi esterni all’interno delle chat dedicate alla didattica a distanza. Il meccanismo è semplice e tristemente noto alle forze dell’ordine: intere comunità di disturbatori telematici si riuniscono virtualmente su Telegram (il social network russo che garantisce il pressoché totale anonimato, anche e soprattutto a chi intende compiere atti contro la legge) e pianificano dei veri e propri raid. C’è chi, tra di loro, è entrato chissà come in possesso delle credenziali per accedere alle videolezioni, e ne approfitta per condividerle con i suoi sodali; i quali, a loro volta, le utilizzeranno per introdursi furtivamente nelle videochat e operare azioni di disturbo di vario tipo, da una semplice incursione rumorosa ad atti ben più gravi.

Come difendersi da quelle che, a pieno titolo, sono ben più di semplici goliardate? Abbiamo già accennato alla porosità della rete, e finché i provider dei servizi Internet non metteranno a disposizione degli utenti degli strumenti per “blindare” le loro connessioni e i loro terminali, sono i singoli cittadini a dover provvedere alla loro protezione. Quindi, oltre a rivolgersi alla polizia postale ogni volta che il loro account viene violato, devono agire in senso preventivo. Ad esempio installando sui loro computer dei software come Go.cam, in grado di individuare – per giunta praticamente in tempo reale – l’età di una persona collegata in videochiamata, grazie all’intelligenza artificiale. In questo modo, sarà possibile evitare contatti diretti con persone indesiderate e proteggere i propri dati sensibili, i quali non verranno registrati in alcun modo dal software. Si tratta ovviamente di un passo iniziale, ma in grado, da solo, di neutralizzare una robusta percentuale degli attacchi hacker ai nostri computer. E quindi di rendere le nostre conversazioni più sicure.

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