Ministro, questi i miei sacrifici per diventare insegnante. Lettera

di redazione
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Giusi Paladino (una docente meridionale) – Gentile ministro Bussetti, Le scrivo in merito alle sue dichiarazioni del 9 febbraio quando, ad una precisa domanda di un giornalista “Ci vogliono più fondi per il Sud?”, lei ha testualmente risposto “Ci vuole più impegno del Sud. Vi dovete impegnare forte. Ci vuole l’impegno, lavoro, sacrificio, impegno, lavoro, sacrificio”.

Sono parole che mi hanno colpito in quanto insegnante del Sud. Prima di risponderle pubblicamente però ho voluto prendermi qualche giorno per fare un esame di coscienza; ho riflettuto su quello che sono e come sono riuscita ad arrivare ad essere un’insegnante. Mi sono chiesta: “Mi sono impegnata forte???? Ho fatto sacrifici?”. Ecco le conclusioni delle mie riflessioni.

Mi sono diplomata nei giusti tempi, mi sono iscritta all’Università lavorando come cameriera per mantenermi gli studi. Possiamo parlare di sacrifici??? Direi di sì.

Ho partecipato al mega concorso del 1999 sia nella scuola primaria che in quella secondaria di secondo grado superandoli entrambi; naturalmente ciò mi è costato impegno e soldi. Io direi che anche questa esperienza ha comportato dei sacrifici.

Dopo essermi iscritta nelle graduatorie di Verona, distante 1500km dalla mia città natale, mi sono trasferita nella città veneta per iniziare a fare supplenze brevi e saltuarie. Per i primi anni la mia vita è stata all’insegna dell’ansia “Oggi lavorerò? Mi chiameranno? Riuscirò a pagare l’affitto?”. Cosa dice, facciamo rientrare anche tutto ciò nell’ambito del sacrificio? Trasferirsi così lontani senza avere i propri punti di riferimento richiede molto impegno, glielo assicuro.

Ad un certo punto mi sono detta che era necessaria maggiore formazione e quindi, dopo avere superato un test selettivo, mi sono iscritta al corso di specializzazione per le attività di sostegno. La mattina lavoravo a scuola e il pomeriggio ero impegnata con l’Università. È stato duro, mi creda; mi è costato tanto sacrificio fisico, psichico ed economico.

Alla fine, comunque, dopo sette anni di precariato in cui non sono mai riuscita a ritornare nella scuola dove avevo insegnato l’anno precedente, finalmente è arrivata la firma del contratto a tempo indeterminato nella scuola primaria e dopo due anni il passaggio con il sostegno nella scuola secondaria di secondo grado.

Mi creda, passare dal lavorare con i bambini di scuola primaria a lavorare con i ragazzi con bisogni educativi speciali, mi ha richiesto molto impegno e duro lavoro. Il docente di sostegno fa un lavoro splendido ma poco riconosciuto e spesso è accusato di fare molto meno degli insegnanti delle materie curricolari. È stato anche per questo che mi sono decisa dopo sette anni di richiedere la cattedra riuscendo ad ottenerla.

Le dico che il passaggio alla materia ha richiesto molto impegno e lavoro da parte mia perché ho avuto bisogno di rivedere una disciplina che negli anni precedenti avevo messo da parte.

A questo punto mi sono chiesta: “Potevo impegnarmi, lavorare, sacrificarmi di più????”.  Non credo. L’unica cosa che poteva salvarmi dall’accusa di essere un’insegnante che lavora, si impegna e si sacrifica poco era quella di nascere al Nord ma la scelta del luogo dove nascere non è un’opzione che possiamo adottare prima di venire al mondo. Capita di nascere al Sud così come capita di nascere al Nord. Dove sta allora l’errore? Credere ancora adesso che si possano giudicare le persone dalla loro origine. È umiliante, penoso e privo di razionalità affermare la diversità perché ciò porta alla discriminazione, al rancore e al fastidio per gli altri.

L’unica cosa che mi consola è sapere che ho la coscienza a posto. Lei può dire la stessa cosa visto che è il ministro dell’Istruzione della Repubblica italiana e dovrebbe trattare nella stessa maniera tutti i docenti, siano essi settentrionali o meridionali?

La saluto cordialmente

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