Lodolo D’Oria: Ministro Fedeli, prevenire stress, riconoscere malattie professionali insegnanti e istituire osservatorio

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Proviamo ad andare oltre le polemiche sui presunti titoli di studio del ministro Fedeli, che costituiscono certamente una partenza col piede “sinistro” (qui si allude alla “leggerezza lessicale” riconosciuta dal ministro e non alla lunga militanza della stessa nella CGIL), e consideriamo anche altri aspetti.

Se l’esperienza di maestra d’asilo è durata solo tre anni, quella di sindacalista è indubbiamente importante arrivando a sfiorare i 40 anni: lo stesso tempo impiegato dal popolo d’Israele a vagare nel deserto prima di approdare nella Terra Promessa.

Periodo comunque di sofferenza anche per il sindacato che ha perduto gran parte della propria credibilità, vedendo di conseguenza ridursi significativamente il numero degli iscritti. Calo dei consensi per le infelici battaglie salariali (stipendi più bassi d’Europa); le riforme previdenziali al buio (dalle baby-pensioni alla Fornero); l’assenza totale di una strategia di comunicazione nei confronti di un’Opinione Pubblica che schiaccia la classe docente sotto stereotipi, facendone il nemico piuttosto che l’alleato per eccellenza della famiglia e via discorrendo.

Come se tutto ciò non bastasse il sindacato ha dimostrato un assoluto disinteresse nei confronti di una delle questioni cruciali che hanno determinato la nascita e la crescita delle Parti Sociali fin dall’inizio della loro storia: la tutela della salute dei lavoratori. Verrebbe quasi da chiedersi se questa rientri ancora nei compiti istitutivi del sindacato oppure se si tratti oramai di attività desueta e perciò definitivamente derubricata.

Tornando alla persona del ministro Fedeli, appare di tutto rilievo la sua spiccata sensibilità nei confronti della difesa del genere femminile, notoriamente culminata nell’impegno a favore della legge sul femminicidio.

Il dicastero dell’Istruzione, in quest’ottica, potrebbe costituirle il terreno fertile per esercitare le sue virtù battagliere da novella Giovanna d’Arco e restituire dignità e salute proprio a quella figura femminile che istituzioni e sindacati hanno completamente abbandonato nella scuola di fronte all’usura psicofisica professionale. Basti ricordare alcuni dati essenziali:

  • In Italia l’82% del corpo docente è composto da donne con età media di 50,2 anni;
  • Francia (2005), Gran Bretagna (2009) e Germania (2015) hanno verificato che la categoria professionale maggiormente esposta a rischio suicidario è quella degli insegnanti;
  • Le malattie professionali della categoria presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi (ma l’Italia non fornisce casistiche nazionali), cui fanno seguito le patologie oncologiche (soprattutto tumori mammari);
  • Il nostro Paese, pur possedendo dati nazionali relativi ai Collegi Medici per l’inidoneità al lavoro degli insegnanti , nell’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze, non li elabora né li rende noti all’Opinione Pubblica;
  • L’età media dei docenti (50,2) penalizza ulteriormente la donna che è maggiormente esposta a patologia depressiva rispetto all’uomo (menopausa quintuplica il rischio rispetto a fase fertile);
  • Le quattro riforme previdenziali finora attuate dal ’92 ad oggi non hanno incomprensibilmente tenuto conto della variabile “salute” che è invero condizionata da età anagrafica e anzianità di servizio del lavoratore con relative malattie professionali. A seguito di ciò è stato adottato il cosiddetto provvedimento “APE” dal precedente governo che, senza produrre alcun dato in merito, ha di fatto riconosciuto come “usurante” la professione di maestra della Scuola dell’Infanzia.
  • L’assenza totale di finanziamenti per la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato che il legislatore vuole declinata “per genere ed età” del lavoratore (nel nostro caso per donne nell’82% dei casi e con età media di 50,2 anni con tutto ciò che comporta). E’ decisamente assurdo che siano state invece individuate e allocate ingenti risorse a favore dell’insegnamento del “fantascientifico” Gender nelle scuole (comma 16 della L. 107/15). E di tale fatto, purtroppo, deve assumersi buona parte di responsabilità l’attuale ministro del MIUR.

Di fronte a questo scenario un ministro deve avere ben altre velleità che (scrive Fedeli sul suo blog) quelle di limitarsi ad “ascoltare, dialogare e fare sintesi”. Suo compito non può essere infatti solo quello di “migliorare e mantenere quello che già esiste”. Occorre ricominciare da capo, tornando ai tempi in cui il sindacato possedeva un’identità autentica che tutelava il lavoratore e la sua salute come primo diritto. Sarà più costruttivo collaborare con il sindacato per: restituire salute ai docenti; dignità professionale a quanti operano nella scuola; ruolo sociale alla seconda agenzia educativa, affinché torni ad allearsi con la prima che è incontrovertibilmente la famiglia.

Non resta dunque che ribadire al ministro i punti salienti per un’azione seria, rispettosa ed efficace del dicastero dell’Istruzione che riparta dai suoi protagonisti (i docenti) per poi ricadere positivamente sull’intera utenza.

  • Non operare più in futuro alcuna riforma previdenziale “al buio”, cioè senza prima valutare la salute della categoria professionale in esame e l’incidenza delle malattie professionali alla luce dell’età anagrafica e dell’anzianità di servizio del lavoratore;
  • Individuare e riconoscere ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti processando ed elaborando i dati nazionali dei Collegi Medici di Verifica in possesso dell’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze. I suddetti dati dovranno essere comunicati alle Istituzioni interessate e all’Opinione Pubblica con cadenza annuale ai sensi della normativa sulla trasparenza degli atti;
  • Apportare i debiti correttivi alle riforme previdenziali effettuate “al buio”, in base a reali indicatori di salute dei lavoratori, anziché cercare di tamponare la situazione con interventi parziali, divisivi e discriminatori (cioè non supportati da dati oggettivi e inequivocabili);
  • Allocare fondi ad hoc per finanziare l’attività di prevenzione dello Stress Lavoro Correlato prevista dall’art. 28 del DL 81/08 e per formare i dirigenti scolastici in materia di tutela della salute dei lavoratori (come vanamente previsto dal DM 382/98);
  • Riconoscere subito come “discriminazione di genere” la mancata attuazione della prevenzione dello Stress Lavoro Correlato in ambiente scolastico, ove l’82% dei docenti sono donne, e poter così rimediare accedendo ai fondi allocati per finanziare il comma 16 della L 107/2015;
  • Ripristinare gli accertamenti medici presso i Collegi Medici di Verifica provinciali anziché nei capoluoghi regionali e le Commissioni di II Istanza nelle quattro sedi precedenti (Milano, Roma, Napoli, Taranto) per non penalizzare i lavoratori ammalati.
  • Istituire un Osservatorio Permanente sulla Salute degli Insegnanti che presenti ufficialmente alla Pubblica Opinione: a) le condizioni di salute del corpo docente a inizio e fine Anno Scolastico, nonché a fine anno solare, analizzando specifici dati quali le assenze per malattia e i provvedimenti delle CMV in possesso dell’Ufficio III del MEF; b) il resoconto dell’attività di prevenzione dello SLC indicata nei Documenti di Valutazione dei Rischi delle singole scuole, nonché il loro stato di finanziamento, attuazione ed efficacia.

I precedenti ministri (seppure donne) si sono rivelati assai poco sensibili alle presenti tematiche nonostante le loro lauree. Ci sorprenda – Ministro Fedeli – e si renda meritevole di una laurea honoris causa che metterà tutti a tacere.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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