Mila Spicola, “no al docente amico. Bisogna ascoltare e guidare lo studente senza alzare la voce”. 4 riforme in 20 anni? “Manca una visione del modello scolastico”. INTERVISTA

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Continua il nostro approfondimento sul dibatto relativo alla scuola italiana che si è accesso dopo la vicenda che ha visto protagonista una famiglia finlandese. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Mila Spicola, insegnante esperta in politiche scolastiche che da anni si occupa di scuola anche come impegno politico.

Professoressa Spicola, la scelta della famiglia finlandese ha ravvivato il dibattito sul modello di scuola italiana e sui suoi limiti. Quali sono, secondo lei, le priorità della scuola che ancora ci ostiniamo a non capire?

Intanto diciamo che il dibattito scaturito dalla lettera della mamma finlandese è stato molto positivo, perché ha suscitato così tante reazioni, così tante riflessioni, che l’effetto di riflesso positivo è quello di farci parlare di scuola, di farci parlare in tanti di scuola, anche dandoci una prospettiva diversa, come guardandoci allo specchio, perché lo sguardo della mamma finlandese non è stato tanto la critica in sé, quanto il fatto che ha paragonato i due sistemi scolastici. Al di là della gara tra questi due sistemi, che ovviamente lascia il tempo che trova, perché rappresentano due paesi molto diversi, l’aspetto che invece dobbiamo prendere di buono da tutta questa faccenda è la riflessione su noi stessi, non tanto nel confronto quanto proprio nel capire che magari ci sono delle cose nel nostro sistema scolastico che non vanno. Lo sappiamo tutti, ne parliamo in continuazione. Sia noi docenti che i genitori sappiamo bene quali sono i problemi del nostro sistema di istruzione, però questa volta c’è stato uno sguardo diverso, differente, esterno, come se ci fosse stata una prospettiva divergente. L’altra cosa che poi dobbiamo ricordare è che in realtà questo sistema finlandese, di cui possiamo parlare bene o male a seconda degli aspetti che si trattano, in realtà nasce da riflessioni, considerazioni, sperimentazioni e anche esiti didattici e pedagogici che discendono da tutto un filone di pensiero, di esperimenti e di attività nell’ambito della scuola che fanno capo a grandi pedagogisti tra cui sicuramente due italiani, che sono Maria Montessori e Mario Lodi. Rileggendo questi autori non è che dicessero cose così diverse rispetto a quella che la mamma finlandese trovava normale nella sua scuola, quindi anche questo ci deve far riflettere. Allora il problema posto in quella lettera non era tanto sistemico, di strutture, cioè che la scuola italiana è povera di mezzi e di risorse, ma è stato criticato l’approccio, un approccio che in realtà è nostro, quindi su questo noi dobbiamo riflettere come docenti, dirigenti e genitori. Tra l’altro è un approccio che ha già dei grandi esempi fin dai primi cicli di scuola, anche l’esperienza dei nidi di “Reggio Children” segue un’impostazione che è un po’, semplificandola, quella di rispettare l’individualità del bambino e del ragazzo nella sua crescita, di rispettarlo così tanto da porsi più in una situazione relazionale che didattica, dando delle priorità. Sono cose che sappiamo, non c’è niente di nuovo, ma sappiamo anche che nella quotidianità delle nostre scuole non è una pratica corrente, magari perché non riusciamo a realizzarlo. Non vorrei estremizzare dicendo che è più bello quel sistema rispetto al nostro, noi abbiamo tante luci e tante ombre, lo sappiamo e vorrei solo che fosse motivo di riflessione sui temi che abbiamo messo in campo noi.

Educare diventa sempre più difficile, lo sanno bene gli insegnanti che quotidianamente entrano in classi sempre più difficili da gestire, ne sono un esempio anche gli episodi di cronaca relativi ad aggressioni a docenti e compagni di classe. Quali interventi sono necessari per educare i nostri alunni non solo alla conoscenza delle materie, ma anche al rispetto reciproco per crescere in una società più sana?

Qui non voglio dare ricette, però posso raccontare la mia esperienza di insegnamento che, a parte qualche supplenza iniziale, si è svolta tutta in scuola a rischio. Mi ricordo come da docente neofita, in qualità di docente disciplinare della scuola secondaria di primo grado, ho scontato tutte le carenze didattiche e pedagogiche anche per l’assenza di un tirocinio. Mi sono ritrovata in classi di scuole a rischio, con bambini molto complicati, e piano piano ho preso consapevolezza di tante cose. Ho sentito anche la necessità di confrontarmi con i miei colleghi, di vedere come lavoravano nelle classi, di studiare, di approfondire, perché non è vero che è solo l’esperienza in classe che ti dà la capacità per lavorare. A tal proposito mi sento di solidarizzare in pieno con la collega che ha vissuto quella disavventura in classe, perché la comprendo bene in quanto quel tipo di esperienza per me era quotidiana, fatta di ragazzini che, ad esempio, lanciavano le sedie e di situazioni veramente complesse. Sono figlia di due maestri, che sono stati tutti e due maestri in scuole a rischio, per cui la mia fortuna è stata anche quella di arrivare a casa e confrontarmi con due grandi pedagogisti, con 40 anni di insegnamento in quelle aree. Ho avuto la possibilità di avere dalla loro diretta voce consigli, indirizzi e mi hanno sollecitato allo studio e alla riflessione sia didattica che pedagogica. La cosa importante che mi sento di dire alle colleghe ed ai colleghi è quella di considerare sempre che non esistono ragazzi difficili, ma che ci sono situazioni difficili. Noi abbiamo a che fare con individui in crescita, sia in luoghi complicati che non. Voglio dire che sono le situazioni ad essere complicate, ad esempio anche una famiglia borghese può essere un luogo difficile se un ragazzo ha delle problematiche, oppure il gruppo dei pari, magari adolescenti, che cominciano ad avere dei comportamenti non corretti tra di loro, può rappresentare una situazione difficile. E allora come si agisce in quelle situazioni? Non è facile e non c’è una regola universale, mi ricordo che una volta dissi a mio padre di avere chiamato i genitori di un ragazzo difficile e lui mi rispose che dovevo far finta che questi ragazzi i genitori non li avessero e che dovevo mostrare, più che dire, come dovevano comportarsi, di prendili per mano anche nei momenti più drammatici. Ho vissuto episodi difficili, come quando sono stata presa e lanciata contro un muro da un ragazzino difficile, ma il nostro esempio, il nostro comportamento è fondamentale nella gestione della classe. Sembra banale dirlo, però in realtà qualunque essere umano nel momento della devianza, della difficoltà, vuole essere ascoltato. La scuola è il luogo in cui noi conduciamo per mano degli individui piccoli per farli diventare cittadini. I saperi sono strumentali a questo, quando entriamo in classe dobbiamo sì insegnare la grammatica, la geografia, la propria disciplina, ma non dobbiamo perdere mai di vista l’obiettivo, che è quello di trasferire nei ragazzi soprattutto obiettivi sociali e civili. Quando, ad esempio, quando si studia Socrate, l’insegnante deve spiegarlo e l’alunno deve restituire le nozioni apprese, rendendo un prodotto che sia il risultato della comprensione di quello che è stato studiato, sapendo che di fronte ha una persona che lo comprende. È anche vero che questo approccio non sempre più funziona, l’ho sperimentato personalmente nelle varie classi dove pur avendo il medesimo approccio a volte non funzionava nel contesto particolare di una specifica classe. Bisogna ripensare continuamente al nostro agire didattico, i bambini ed i ragazzi di oggi non sono più difficili di quelli di ieri. I ragazzi, sono sempre gli stessi, siamo noi adulti che diamo degli esempi forse più deviati, più distanti, più isterici fuori dalla scuola, la società che viviamo è molto stressata. Come docenti dobbiamo lavorare su più livelli, sicuramente l’aggiornamento professionale è importante, ma è altrettanto importante la gestione della relazione, non facciamo l’errore di metterci alla pari dei nostri studenti e fare gli amici, ma dobbiamo metterci in ascolto, con calma e pazienza, senza mai alzare la voce, per comprenderli e guidarli.

Abbiamo anche una grave carenza di strutture scolastiche adeguate. Ne è un esempio la soluzione adottata durante l’emergenza pandemica dove era obbligatorio mantenere aperte le finestre anche in pieno inverno, con la conseguenza di avere classi fredde. Perché nel nostro paese è così difficile programmare una vera riqualificazione scolastica.

Questo è veramente una problematica molto complessa. Quella dell’edilizia scolastica e del recupero strutturale è stata una delle priorità nel impegno politico. Noi abbiamo una situazione strana dove in realtà le risorse sull’edilizia scolastica ci sono e sono anche ingenti. Abbiamo fondi italiani, risorse di bilancio e adesso abbiamo anche risorse provenienti dal PNRR, però abbiamo un caos di competenze. L’edilizia scolastica fa capo al Ministero, quindi centralmente allo Stato, alle Regioni, ma soprattutto ai Comuni che spesso non hanno il personale sufficiente per agire. Poi ci sono le competenze dei dirigenti scolastici relative alla manutenzione ordinaria. Gli interventi di edilizia più grandi hanno poi bisogno di gare, quindi entriamo di nuovo in altre lungaggini. Quello che penso è che oggi, a fronte di ingenti finanziamenti, dovremmo tornare a quello che abbiamo avuto in precedenza, cioè una struttura di missione unica, che coordini tutta questa attività, oppure pensare ad un’agenzia unica, come quella del Demanio, in modo che laddove ci sono carenze locali o inefficienze, si agisca in forma suppletiva. Questo alla luce dell’entità del patrimonio edilizio, parliamo più o meno di 47.000 edifici, quindi una situazione enorme. Diversamente, in un contesto così frammentato, la gestione delle risorse diverrebbe poco fruttuosa, sarebbe come svuotare il mare con un cucchiaino. Insomma, da qualche parte si deve iniziare.

Negli ultimi 20 anni 4 riforme scolastiche, ma alla scuola manca ancora una vera visione di prospettiva, schiacciata sulla tradizione gentiliana che oscura figure autorevoli anche di casa nostra come Montessori, don Milani e Lodi. Ma è possibile veramente cambiare la scuola italiana?

Questa è una bellissima domanda. Intanto noi sappiamo che non esiste la scuola italiana, ma esistono le scuole italiane. Abbiamo una scuola del Nord ed una scuola del Sud che hanno impostazione, approcci e contesti completamente diversi. Abbiamo la scuola primaria, la scuola secondaria di primo e secondo grado, le scuole tecniche professionali, i licei e via dicendo, insomma, abbiamo tanti ambiti e tanti approcci. Però c’è un aspetto che voglio sottolineare della sua domanda e che è importante, cioè che manca una visione. Il modello scolastico, gli obiettivi, la missione, la visione di lungo periodo, la valorizzazione che dovrebbe essere condivisa dipendono sempre dal modello sociale che noi abbiamo. Di conseguenza, viceversa, il modello sociale che noi abbiamo dipende anche dal modello di scuola in uso. Penso che qualunque riforma debba innanzitutto essere intesa su quale modello sociale e quale modello di scuola vogliamo. Prendiamo ad esempio il periodo che va dalla fine degli anni sessanta e fino agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, questo periodo viene considerato il momento d’oro del riformismo scolastico, quello della scuola democratica. In questo periodo abbiamo avuto la riforma della scuola media unica, quindi l’idea che tutti i bambini e ragazzi avevano diritto a poter scegliere quello che desideravano per il proprio futuro, senza essere subito indirizzati verso il lavoro manuale. Poi abbiamo avuto i decreti delegati e la riforma dei moduli, che è stata un’altra grande riforma partecipata dal basso, perché venne affrontata con periodi lunghi di sperimentazione nella scuola. Che cosa ci insegna quel periodo d’oro, intanto che le riforme non si fanno sulla scuola ma con la scuola. Qualunque riforma dirigista è naufragata, ma è ovvio perché se non ci intendiamo sul “perché” di quello che si sta facendo o di quello che si sta cambiando e non lo facciamo sperimentare a noi docenti, pur con i conflitti e le complessità, quella riforma sarà sicuramente più sbagliata, anche quella con le migliori intenzioni. Un secondo aspetto importante è che il dibattito deve essere fatto innanzitutto sugli obiettivi e sul modello di scuola. Il modello Democratico è quello inclusivo ed è molto diverso dal modello gentiliano che è quello invece di esclusione. Quando ad esempio parliamo di lezione frontale e diciamo che è un modello gentiliano, non vuol dire che siamo contro la lezione frontale, in certi momenti la lezione frontale serve, però sappiamo anche che non sempre riesce a includere tutti i nostri alunni all’interno della classe, dentro quella lezione, e allora servono altre attività. Quindi le strumentazioni didattiche, le diverse metodologie, non servono perché è una moda, non devono discendere dalla moda del momento, come può essere l’uso del modello della classe capovolta o dell’utilizzo dei tablet, sono tutte cose meravigliose, ma prima, a monte, ci deve essere la consapevolezza del perché sto facendo quella determinata cosa. In uno specifico momento della giornata potrà servire anche una lezione frontale se intendo far conoscere un autore, come ad esempio nel caso di Dante recitato da Benigni, quindi può capitare che come docente voglia far sentire questa bellissima interpretazione, che è una lezione frontale, ma dal quale, successivamente, potrà derivare una riflessione comune. Così come devo rendermi conto se un alunno si distrae e quindi vuol dire che non è stato preso dall’attività proposta. Insomma, devo essere io, in qualità di docente, a capire qual è la metodologia più idonea per portare l’alunno verso un determinato obiettivo. Quindi possiamo cambiare obiettivi, strumenti, metodologie, ma a monte ci deve essere la visione di modello che noi vogliamo. Quello che noi abbiamo scelto è quello della scuola Democratica che è libera e toglie tutti gli ostacoli per il pieno sviluppo della persona umana. Non è neanche una questione di destra o sinistra, è un’indicazione costituzionale che viene addirittura prima degli articoli 33 e 34 sulla scuola. Per togliere tutti gli ostacoli a volte dobbiamo anche metterci in discussione, magari ripensando l’attività che avevamo programmato per quel giorno, e cercare di capire perché quel ragazzo è come se fosse assente e cercare di portarlo a noi, perché il nostro obiettivo deve essere quello di rimuovere gli ostacoli e non di fare una lezione bellissima.

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