Mi spetta la supplenza, ma mi hanno sbagliato il punteggio. Posso mantenerla? Ecco cosa ha detto la Corte d’Appello

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La Corte d’Appello confermava la sentenza pronunciata dal Tribunale di primo grado con la quale aveva rigettato il ricorso con cui un dipendente della scuola aveva chiesto dichiararsi il proprio diritto a partecipare al concorso per l’accesso alla I fascia della graduatoria permanente per il profilo di assistente tecnico dell’AREA B del personale Ata statale, perché in possesso della prescritta anzianità di due anni di servizio, anche non continuativi, prestati in posti corrispondenti al profilo di assistente tecnico, e per l’effetto il diritto ad essere inserito nella relativa graduatoria definitiva con conseguente condanna dell’Amministrazione a stipulare i contratti di lavoro per tali anni e all’attribuzione del giusto punteggio in graduatoria. Si pronuncia con la Cassazione Civile con Ord. Num. 28255 /2022

La questione
Il lavoratore in virtù dei titoli culturali e di servizio posseduti aveva maturato un punteggio complessivo inferiore rispetto a quello erroneamente attribuitogli dell’istituto scolastico.
Conseguentemente in base al punteggio corretto egli non avrebbe avuto diritto al conferimento della supplenza presso l’Istituto stesso che gli avrebbe consentito l’inserimento in I fascia. Osserva, quindi, la Corte d’appello che, al di là della buona fede del dipendente, che non era in discussione, e della circostanza che nessun controinteressato aveva sollecitato la revisione della graduatoria, restava che egli, non avendo diritto a svolgere il servizio di supplenza in questione, non poteva beneficiare dell’errore dell’amministrazione perché ciò avrebbe determinato il protrarsi di uno stato di legittimità a svantaggio di altri legittimi aspiranti agli inserimenti in graduatoria corrispondente al servizio prestato secondo legge. Ciò che veniva in rilievo era l’esercizio dei poteri di autotutela dell’Amministrazione in conformità ai principi generali dell’ordinamento e in particolare al principio di legalità dell’agire della Pubblica Amministrazione che non consente che una situazione di fatto contra legem possa radicare legittime aspettative di diritti.

Legittima la revoca dell’incarico dell’assunzione di chi non ha titolo a conseguirla
La Corte d’Appello con accertamento di fatto ha affermato che alla data di scadenza della presentazione della domanda per l’inserimento nella graduatoria d’istituto di III fascia il dipendente non aveva il punteggio che erroneamente gli era stato attribuito e che gli aveva consentito di ottenere la supplenza che aveva concorso a far sussistere i requisiti per l’accesso alla I fascia della graduatoria permanente per il profilo professionale di assistente tecnico Area B personale ATA.
Va osservato che, afferma la Cassazione, con riguardo ai poteri che la Pubblica Amministrazione può esercitare ove si avveda dell’illegittimità dell’assunzione, si è evidenziato che l’atto con il quale l’amministrazione revochi l’incarico a seguito dell’annullamento della procedura concorsuale o dell’inosservanza dell’ordine di graduatoria «equivale alla condotta del contraente che non osservi il contratto stipulato ritenendolo inefficace perché affetto da nullità, trattandosi di un comportamento con cui si fa valere l’assenza di un vincolo contrattuale» (Cass., nn. 8328/2010, 19626/2015, 13800/2017, 7054/2018, 194/2019). Come affermato dalla Corte d’Appello il rapporto di lavoro – in quanto affetto da nullità – può produrre effetti nei soli limiti indicati dall’art. 2126, cod. civ., applicabile anche alle Pubbliche Amministrazioni, e pertanto, ferma l’irripetibilità delle retribuzioni corrisposte in ragione della prestazione resa, sia pure in via di mero fatto, dello stesso non si può tenere conto ai fini di successive assunzioni o di avanzamenti di carriera, operando in tal caso la regola generale secondo cui quod nullum est nullum producit effectum (cfr., Cass., n. 11011 del 2022).

Se non si hanno i requisiti legittima la decadenza dai benefici
Osserva la Cassazione che la Corte d’Appello, in mancanza del punteggio richiesto, requisito che doveva essere posseduto per l’attribuzione della supplenza in questione, ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi. Questa Corte con la sentenza n. 22673 del 2020, aveva già chiarito che sul piano contrattuale la decadenza dai benefici si risolve in un vizio genetico del contratto, ossia nella nullità dello stesso, e ciò è stato affermato in linea con l’orientamento, ormai consolidato nella giurisprudenza della Corte, perché ove si consentisse lo svolgimento del rapporto  di lavoro con soggetto privo del requisito richiesto dalla legge per il conseguimento dello stesso, si finirebbe per porre nel nulla la norma inderogabile, posta a tutela di interessi pubblici alla cui realizzazione, secondo il Costituente, deve essere costantemente orientata l’azione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici (citata Cass., n. 22673 del 2020, che richiama, Cass. n. 30999 del 2019, Cass. n. 17002 del 2019). In sostanza se si viene assunti in carenza dei requisiti previsti dalla legge, la revoca dell’incarico è legittima perchè l’assunzione è viziata fin dall’origine ed il contratto è nullo.

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