Il metodo e le cose

di Eleonora Fortunato
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Questo titolo è la parafrasi di un libro che non ho mai letto, mi è tornato in mente perché sul comodino ho un altro volume dello stesso autore che neppure avrò mai il tempo di leggere e che sarà costretta a citare, probabilmente per i prossimi vent’anni, solo dal titolo o dalla quarta di copertina o al massimo dai primi due capitoli.

Questo titolo è la parafrasi di un libro che non ho mai letto, mi è tornato in mente perché sul comodino ho un altro volume dello stesso autore che neppure avrò mai il tempo di leggere e che sarò costretta a citare, probabilmente per i prossimi vent’anni, solo dal titolo o dalla quarta di copertina o al massimo dai primi due capitoli.

Per una giornalista non è il massimo, nemmeno per una insegnante di materie letterarie, visto che parliamo di testi che hanno segnato profondamente la storia della critica letteraria e del pensiero.

Lo spazio per la lettura e per l’approfondimento mi manca anche perché il poco tempo libero a disposizione questo week-end dovrò utilizzarlo per terminare un documento sulla progettazione trasversale per competenze che mi porto dietro da tre mesi, e questo indugio mi sta facendo fare brutta figura con delle colleghe alla cui stima tengo moltissimo.
Dopo almeno due o tre lustri di astratti furori, ho sentore – e una certa contezza basata  su rumors che provengono dagli ambienti che contano – che anche le competenze stiano per offuscarsi e che, quindi, i  loro sacerdoti più ligi si siano lanciati a una disperata lotta contro il tempo per salvare il salvabile. Così di recente ne è arrivato uno molto quotato anche nella scuola in cui insegno, una persona che ha dedicato davvero la sua vita e il suo tempo allo studio e alla riflessione su questo tema (dice che non ha mai visitato bene Roma per poterlo fare, contento lui).

Ora intendiamoci, un docente deve porsi interrogativi profondi sul perché insegna una disciplina e sul come, limitando il più possibile un approccio spontaneistico, impressionistico, convenzionale e acritico, ma la ricerca di una base scientifica nell’insegnamento si è veramente troppo appiattita sul metodo, perdendo di vista le cose che si insegnano. Io sono ancora incredula di fronte a tutto ciò.

Devo ragionare su quali capacità (abilità o competenze, mica l’ho ben capito) sviluppa un ragazzo studiando la storia, mi sta benissimo, è un momento di riflessione che mi arricchisce e mi guida nel mio lavoro, ma perché mi devo arrovellare su verbi all’infinito, al gerundio, su atteggiamenti e chi più ne ha più ne metta? Perché devo farlo seguendo un metodo che non ha alcun fondamento scientifico?

Nella scuola l’ambizione massima dovrebbe restare la trasmissione di un sapere criticamente e scientificamente fondato, ma come si fa a fare questo se discipline ancillari come la didattica o la psicologia hanno potuto  assurgere a un ruolo di primo piano che ci toglie energie preziose per il vero aggiornamento scientifico, che ci fa restare indietro con la produzione accademica e culturale tout court? E per favore non mi si risponda che l’aggiornamento disciplinare per un docente già rientra nel suo mandato, mentre non è scontato che abbia riflettuto sul metodo (‘la scienza dei nullatenenti’ secondo la sapida definizione di Lucio Colletti tanto cara a Giorgio Israel). Forse nessuna delle due cose è scontata, ma non si può perdere di vista la centralità delle conoscenze.

Ecco, l’ho detto, la frittata è fatta.
Io vorrei sapere tante cose in più su per appassionare di più i miei studenti, colpire la loro immaginazione, in modo da trasmettere più efficacemente contenuti di verità. Per carità, è vero che per riuscire bene in questo scopo devo anche sapere scrivere ordinatamente alla lavagna, non essere confusa nell’esposizione, imparare a fare attenzione a tanti segnali che provengono dai ragazzi, al ‘setting’ e via discorrendo, ma queste cose si imparano anche in modo empirico – non è il momento per entrare nel merito del decreto sulla formazione iniziale, ma in effetti il tirocinio è un’ottima cosa – avendo un rapporto sereno con i colleghi, per esempio, che possono insegnarti tantissimo, più di qualsiasi corso di aggiornamento declinato sempre in chiave socio-psico-pedagogica o metacognitiva.
È una partita che si può riaprire?

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