Metacognizione dell’alunno, quali metodologie didattiche per promuoverla? Alcuni consigli

di Myriam Caratù

item-thumbnail

Il prefisso “meta” (dal gr. μετά «con, dopo») è notoriamente utilizzato per indicare un’evoluzione maturativa e/o uno sviluppo più avanzato o più complesso di una organizzazione superiore.

Nel caso della meta-cognizione, il prefisso indica la capacità dei soggetti di sviluppare un insieme di informazioni circa le risorse e le attività che egli possiede e utilizzarle a proprio vantaggio nell’esecuzione dei compiti. Si tratta dunque di “sapere di sapere qualcosa” o “sapere cosa si sa”: è uno stadio di maturazione cognitiva degli alunni molto importante, perché permette loro di rendersi conto dei propri limiti per eventualmente superarli (con l’aiuto dell’insegnante o in autonomia)oppure re-orientarsi, nei vari passaggi scolastici, da un indirizzo di studi all’altro.

È per questo che la promozione della meta-cognizione in classe è importante quanto la classica lezione frontale: un modello di didattica attiva che metta in campo strategie per l’apprendimento volte a rendere protagonista lo studente rappresenta un ottimo sistema per coinvolgerlo e renderlo consapevole del proprio lavoro e degli strumenti che ha a disposizione per realizzarlo. Attraverso alcune metodologie (problem solving, role playing, brainstorming, peer-to-peer, circle time), l’alunno diventa soggetto del processo educativo mettendo in gioco se stesso e le sue cosiddette “soft skills”, ovvero competenze individuali e relazionali.

Problem solving

Si divide in alcune fasi:

1. problem finding: a monte del problem solving c’è ovvero la definizione del problema da risolvere.

2- Problem setting: poi ci si pone la domanda “Che cosa fare?”

3. Problem analysis: serve a scomporre il problema in elementi più piccolo e meglio gestibili.

4. Problem solving: la fase in cui si eliminano le cause del problema.

5. decision making: la fase in cui si decide come agire a riguardo

6. decision taking: la fase in cui si dà seguito operativo alle decisioni prese.

Il problem solving è importante per imparare a porsi di fronte questioni di ogni genere (relazionali, sociali, ipotetici scenari economici ecc.), ed è alla base delle tecniche di project management: permette perciò di trasformare un disagio (il problema) in un’opportunità di progetto (pensiamo ad un semplice progetto di raccolta differenziata in classe).

Brainstorming

Spesso utilizzato per progetti di carattere creativo (ma anche non), il brainstorming significa letteralmente “tempesta di cervelli”: è ciò che si verifica, infatti, quando molte teste provano a far eruttare liberamente e senza filtri le proprie idee su un determinato tema. Nasce negli anni Trenta grazie al pubblicitario statunitense Alex F. Osborn, ed è tuttora utilizzato molto nelle agenzie pubblicitarie, poiché di sviluppare più visioni e angolazioni di un dato tema e promuovere il cosiddetto “pensiero laterale” – fonte di originalità e innovazione.

Role Playing

I giochi di ruolo – o drammatizzazioni – sono iniziative in cui si cerca di far immedesimare gli alunni in determinati contesti (es. elezioni e formazione del governo, per una lezione di diritto), lasciando però che vivano questa esperienza senza l’insegnante, che si metterà da parte tra il “pubblico” costituito da alunni non recitanti: l’insegnante, dopo aver assegnato le istruzioni e diviso la classe in gruppi, interverrà solo se verrà chiesto il suo aiuto esplicitamente.

Circle time

Si tratta di un gruppo di discussione sugli argomenti più disparati, da effettuare appunto in cerchio, per una maggiore visibilità di tutti: molto adoperato nelle zone anglosassoni, esiste dagli anni Settanta. Ha degli obiettivi ben precisi:

– sviluppare l’empatia e le principali abilità comunicative degli alunni;

– creare un clima di serenità e mutuo rispetto;

– imparare a discutere insieme senza prevaricare l’altro che anzi va scoperto e riscoperto (nei rapporti alunno-alunno e alunno-insegnante);

– favorire la conoscenza reciproca e la vicinanza emotiva per la risoluzione dei conflitti in classe (obiettivo molto spesso anche dei laboratori teatrali).

Peer-to-peer

Dal nome, è facile intuire che si tratta di un rapporto pari-a-pari, dunque di un’interazione tra due alunni per svolgere un esercizio o un compito, senza la presenza dell’insegnante ma solo di un alunno-tutor e uno discente: ciò permette all’allievo con difficoltà di acquisire nuove competenze in maniera più informale – e ciò ha ricadute positivi sia in termini di nuove competenze che di socializzazione. Tale metodologia è stata introdotta dai pedagogisti inglesi Bell e Lancaster agli inizi del diciannovesimo secolo, e si applica con successo fin dalla scuola primaria.

Corso gratuito – Neuroscienza -COME IMPARANO GLI ALUNNI E COME INSEGNANO I DOCENTI

Corso Gratuito -Le life Skills per insegnanti ed educatori

REGISTRAZIONE DEL WEBINAR GRATUITO – La Comunicazione non verbale (CNV), competenza strategica per gestire le criticità del  sistema Classe

Il social learning con EDMODO, corso con iscrizione e fruizione gratuita

Invia la tua risorsa o un tuo intervento su argomento didattica a: [email protected]
Versione stampabile
Argomenti: