Messa: “Il test di Medicina si potrà provare dalla quarta superiore”

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La tanto attesa riforma del test d’ingresso di Medicina si farà. Il ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, sta lavorando per portare a termine gli ultimi provvedimenti: “Siamo pronti con l’atto che ne spiega tutti gli aspetti pratici”. A dirlo lei stessa, nel corso di un’intervista rilasciata al sito Skuola.net. In quanto, come sottolinea il Ministro “non ci vuole una legge. E’ un decreto che dipende dal Ministero. Credo di fare in tempo a farlo”. Pur ammettendo che, poi, “ogni decreto può essere modificato dal prossimo Governo”.

“Ma in cosa si sostanzia quello che rappresenterebbe un cambiamento epocale? “L’idea – prosegue Messa – è quella di associare il test all’orientamento. Di fare un percorso unico, attraverso dei test somministrati negli ultimi anni del percorso scolastico, più volte, fino a 4 tentativi, per far capire ai ragazzi se è quella la loro strada”. Gli aspiranti camici bianchi, una volta sostenuti i vari test, potranno poi scegliere quello col punteggio migliore, che andrà a
formare le graduatorie.

Questo, nei piani del Ministero, permetterebbe di non avere più la “giornata incubo” della prova unica, “di dare più chance, di conoscersi”. Inoltre, facendo più volte il test “si possono capire i propri errori”. Mantenendo, parallelamente, “un numero adeguato di ingressi”.
Comunque, rassicura il Ministro, “anche chi decide all’ultimo, potrà continuare a provare l’accesso”.

In vista della riforma, molti studenti vorrebbero anche l’introduzione di corsi di preparazione ai quiz all’interno dei programmi scolastici. Intanto, per quelle che sono le sue competenze, il Ministero dell’Università si è già attivato: “Abbiamo messo a disposizione, grazie alle università, dei corsi a cui si può partecipare sia a distanza che con un po’ di frequenza.. Ma, anche grazie ai fondi per l’orientamento messi a disposizione dal PNRR, si può fare di più.
Cercheremo di arrivare in tutte le scuole per parlare agli studenti, non solo per dare informazioni ma soprattutto per aiutarli a scegliere”.

Intanto, però, sono in partenza i test d’ingresso di quest’anno: il 6 settembre si inizia con Medicina. Che anticiperanno alcune novità, come un cambiamento dei questionari, con maggior attenzione alle materie disciplinari, che caratterizzano i vari corsi di laurea e meno peso per logica e cultura generale. Questo perché, a detta del Ministro, queste ultime “sono materie talmente vaste che possono dare luogo a domande un po’ strane, quelle che poi i giornali riportano il giorno dopo come impossibili da risolvere. Abbiamo voluto dare la possibilità ai ragazzi di rispondere a quello che è presente sui testi su cui si preparano, senza dover andare a fortuna”.

Ma le ragazze e i ragazzi vogliono conoscere il destino di altre due riforme in cantiere da tempo ma ancora non del tutto completate: la possibilità di iscriversi a due lauree contemporaneamente e le cosiddette “lauree abilitanti”. Un mese fa infatti sono stati pubblicati i decreti che permettono ai laureati in Psicologia, Veterinaria, Odontoiatria e Farmacia che di essere equiparati a quelli di Medicina e Professioni Sanitarie, ovvero di poter esercitare la professione subito dopo il conseguimento del titolo, senza passare per l’esame di Stato, perché il tirocinio si svolge durante gli anni del corso di laurea e l’esame di Stato coincide con l’esame di laurea. “Sono entrambe operative da subito, già dall’anno accademico 202/2023. Ci sono già i decreti”, assicura Messa.

L’unico passaggio da verificare, sul fronte doppia laurea, è “la doppia iscrizione a due corsi di laurea ad accesso programmato nazionale; così come ci saranno delle limitazioni per quel che riguarda l’obbligo di frequenza e i corsi della stessa classe di laurea, che non possono essere seguiti in contemporanea”. Per quel che riguarda, invece, le lauree abilitanti “l’iter parte già da quest’anno”. Il vero passaggio cruciale sarà “portare il tirocinio abilitante all’interno del corso di laurea; per alcuni percorsi, come Odontoiatria o Veterinaria è più semplice; per quanto riguarda ad esempio Psicologia è più complicato, visto che qui il tirocinio è abbastanza poderoso”. Meglio informarsi nei singoli atenei, che dovranno occuparsi materialmente di recepire i cambiamenti, per capire lo stato dell’arte.

Altro tema di forte interesse, specie dopo la pubblicazione delle linee guida per la ripresa delle attività scolastiche, è quello che riguarda la ripartenza dell’anno accademico. Come ricomincerà l’università? A quanto pare, si va verso la conferma della linea adottata già dallo scorso anno, portando all’abbandono della Didattica a distanza e al ritorno delle lezioni al 100% dal vivo: “Bisogna fare di tutto per ritornare in presenza – ribadisce il Ministro – andare in presenza, conoscere le aule, gli altri studenti, i docenti. E’ questa la vera esperienza di vita”. Fermo restando che le singole università possono contare su un’ampia autonomia organizzativa: “Per quello che vedo, la maggior parte degli atenei si sta orientando verso l’abolizione della Dad”.

Immancabile un accenno a un capitolo sempre scottante: il diritto allo studio. Ma, anche qui, il Ministro apre a spiragli di ottimismo. Finora quello che è già attivo per l’anno accademico 2022/2023, ricorda Messa, è “l’aumento delle borse di studio per i capaci e meritevoli e per i privi di mezzi, che aumenta nell’entità in modo considerevole soprattutto per i fuorisede.

L’altra cosa che stiamo cercando di aumentare il più possibile è il numero di posti letto negli studentati. Ma per questo ci vuole più tempo. Abbiamo a disposizione un miliardo di euro dal PNRR. Al momento abbiamo circa 40mila posti letto. Entro fine anno aumenteremo di 5- 7mila unità, destinate prioritariamente ai meno abbienti. Con l’obiettivo di arrivare a 80- 100mila entro il 2025. Molto però dipenderà dal contributo dei privati”.
Inevitabile, infine, un bilancio della sua esperienza di Governo, che si avvia a conclusione.

La cosa di cui va più orgoglioso il Ministro? “Aver finanziato il sistema universitario in maniera progressiva. In legge di bilancio abbiamo aumentato il fondo che finanzia gli atenei, fino a 800 milioni in più nel giro di quattro anni, il che permette di avere più docenti, più ricercatori, strutture migliori. Quindi una maggior qualità del modello didattico”.

Ma c’è anche un cruccio: quello di non aver avuto il tempo di “rompere lo schema dei corsi universitari, rivedendo le classi di laurea; di una formazione che non può più essere fatta come cinquant’anni fa, per discipline, con dei paletti molto stretti che differenziano nettamente una disciplina dall’altra. Oggi bisogna trovare un metodo più trasversale, che permetta di passare da una disciplina all’altra in modo più semplice. Gli studenti se lo meritano. Anche perché all’estero si sono già adeguati”.

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